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Alessandria

Quel sorriso portato a casa dal Bangladesh…

L’équipe alessandrina del progetto “Sorriso nel mondo onlus” è tornata da qualche giorno ad Alessandria, dopo 2 settimane trascorse a Mymensingh, nel nord del Bangladesh, per operare e guarire bambini con gravi malformazioni. Abbiamo incontrato Monica Libener, infermiera pediatrica dell’Infantile, che ci regala la sua esperienza
ALESSANDRIA - Per fortuna non esistono sempre e solo storie brutte: oggi siamo felici di potervene raccontare una bella. Lo facciamo grazie agli occhi e le parole di Monica Libener (nella foto al centro), infermiera pediatrica, strumentista in sala operatoria e infermiera di anestesia all’Ospedale infantile Cesare Arrigo.

Dal 24 gennaio all’8 febbraio un’equipe guidata dal chirurgo pediatra Francesco Vaccarella ha infatti raggiunto il nord del Bangladesh, in un ospedale messo in piedi dall’organizzazione “Sorriso nel mondo”. Lì, un team dell’organizzazione fondata da Andrea Di Francesco, chirurgo maxillo-facciale di Como oggi presidente della onlus, ha operato quasi ininterrottamente tanti bambini con diverse malformazioni. Ecco il racconto di chi è stato lì.

Monica Libener, cosa vuol dire per chi vive ad Alessandria intraprendere un viaggio di 15 ore ed essere catapultati in una realtà così diversa dalla nostra?
Sicuramente si è trattato di un’esperienza piuttosto forte. Quando mi è stato chiesto se volevo far parte della squadra in partenza (di volta in volta si assemblano team specialistici con personale proveniente da tutta Italia) non mi sono lasciare scappare questa opportunità. Non sapevo bene cosa mi attendesse, a parte gli aspetti tecnici del lavoro che saremmo andati a svolgere, e in effetti fin dall’accoglienza, con strade difficili da percorrere e collegamenti frammentari, abbiamo capito che sarebbero stati giorni emozionanti.

Come funziona la struttura nella quale avete operato?
Sul posto sono presenti i padri missionari saveriani che offrono un aiuto logistico fondamentale, insieme con le bravissime infermiere locali, che dormono nella struttura e sono le prime a svegliarsi al mattino e le ultime a coricarsi la sera. L’ospedale, fondato da “Sorriso nel mondo onlus” funziona praticamente a ciclo continuo quando sono presenti le diverse équipe che fanno visita alla struttura. Nel nostro caso il team era formato da 9 membri: due anestesisti di Milano, un urologo di Genova e una pediatra, 2 chirurghi e 3 infermieri da Alessandria. Il centro funziona grazie a tutte le donazioni raccolte durante l’anno. Poiché in questo caso con noi c’era un urologo, oltre agli interventi per problemi di bioschisi (detto volgarmente “labbro leporino”), palatoschisi (una malformazione del palato) e altre problematiche di tipo maxilo-facciale abbiamo svolto molti interventi che richiedessero le sue competenze.

Quanti interventi avete svolto?
Sinceramente non ho una stima precisa, ma il ritmo è sempre stato molto sostenuto. Le famiglie portano i bambini a farsi operare anche partendo da molto lontano, con viaggi spesso impegnativi. L’ospedale svolge un’attività gratuita e in condizioni igieniche molto migliori rispetto alle strutture locali, che pure spesso sono a pagamento. Alcuni anni fa è capitato che per scioperi dei trasporti nel paese non tutti coloro che avrebbero voluto raggiungere in tempo l’ospedale ci siano poi riusciti. Per fortuna le realtà serie che si alternato con progetti umanitari e medici sono ormai un certo numero e il ricambio è piuttosto alto. Ci è capitato, in qualche caso di particolare complessità, di svolgere la prima parte di un intervento ricostruttivo e di affidare in una sorta di staffetta al team che ci sostituirà la seconda fase dell’operazione, da svolgere necessariamente dopo un certo arco di tempo.

C’è stata la possibilità di stringere un rapporto diretto con le persone operate e le loro famiglie?

Come detto i ritmi d’intervento, pur rispettando al meglio le norme di sicurezza, sono stati piuttosto serrati e il tempo per fare amicizia è stato poco. Questo non ci ha comunque impedito di restare colpiti dalla grande gratitudine che abbiamo sentito intorno a noi e da ciò che abbiamo visto. A me hanno colpito in particolare alcuni dei casi che ci si sono presentati: bambini già piuttosto grandi con malformazioni rettali e vescicali che da noi sarebbero state operate subito dopo la nascita e che invece lì non era stato possibile trattare prima per mancanza di risorse da parte delle famiglie. Potrete forse immaginare le espressioni di gioia e sollievo dei piccoli pazienti nei giorni successivi all’operazione, anche per le implicazioni psicologiche dell'avere finalmente il proprio corpo guarito, così come lo avevano sempre sognato. Con noi abbiamo potuto portare diversi materiali (di tipo sanitario, ma anche giocattoli e indumenti) raccolti grazie alle cene di finanziamento che vengono organizzate durante l’anno e le varie raccolte fondi.

Cos’è possibile portare a casa da un’esperienza come quella appena vissuta?
A casa porto sicuramente lo stupore che ho provato nell’osservare i bambini e le persone del posto. Rispetto ai nostri standard ho trovato ragazzi molto meno lamentosi e viziati, senza per questo essere meno accuditi dai genitori. Abbiamo lavorato senza le scene isteriche alle quali spesso capita di assistere qui da noi. Paradossalmente ci sono meno paure lì che presso i pazienti in Italia e anche la burocrazia è sicuramente molto meno sviluppata. Diciamo che siamo sempre rimasti il più possibile focalizzati sull’obiettivo, cioè svolgere al meglio le operazioni.

C’è un’immagine in particolare che vi è rimasta impressa?
Può sembrare scontato dirlo, ma sicuramente i tanti sorrisi dei pazienti operati. E’ difficile selezionare una sola immagine, ma, se proprio dovessi farlo, ripenso al “thank you” pronunciato da un ragazzino di 10 anni, dagli occhi nerissimi e il volto pieno di gioia dopo il suo intervento. Ecco, quel sorriso ci ha ripagati di tutta la stanchezza di quei giorni e per me è stato un dono che credo non dimenticherò mai.

“Sorriso nel mondo onlus” ormai da 5 anni organizza nel periodo fra ottobre e novembre una cena per raccogliere fondi anche in città. Maggiori informazioni sono disponibili sul sito ufficiale dell’organizzazione.
In allegato all’articolo alcuni scatti fotografici realizzati da Monica Libener durante le due settimane di permanenza a Mymensingh.
27/02/2014

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