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Alessandria

I doni di Mohamed e Lamin agli alessandrini

Dall’associazione Cambalache riceviamo ogni settimana storie dei richiedenti asilo giunti in città e accolti in prima battuta presso la struttura dell’Ostello di Santa Maria di Castello. Ora abitano in città e il loro desiderio di integrazione li ha portati a collaborare durante le fasi di accoglienza di altri stranieri. E se fossero loro a poter regalare qualcosa a tutti noi?
ALESSANDRIA - Lo chiamano “river” ma in realtà è il mare che separa la Libia dalla Sicilia: un lembo d’acqua che per molti è purtroppo una tomba. Ci vogliono 3 interminabili giorni a bordo dei barconi prima di essere intercettati dalle navi militari italiane ed essere tratti in salvo. In poco più di 24 ore si è poi già smistati nei diversi centri di prima accoglienza sparsi in tutta la penisola, e per alcuni la nuova vita inizia dalla nostra città, e in particolare dall’Ostello di Santa Maria di Castello. Abbiamo incontrato due di loro per provare a capire come può essere vista Alessandria con gli occhi di un richiedente asilo e ciò che ne abbiamo ottenuto, come spesso capita in questi casi, è una percezione della città anni luce lontana rispetto a quella che noi viviamo quotidianamente.

Lamin lavorava per una compagnia che si occupa di elettricità, in Gambia. Mohamed ha vissuto fra Senegal e Gambia finché gli è stato possibile. Le loro due storie iniziano con una radice comune, l’impossibilità di restare nel Paese che consideravano “casa”, dove sono cresciuti pur fra le mille difficoltà dettate da regimi che nulla hanno ormai da spartire con uno Stato di diritto. Ai nostri occhi Lamin e Mohamed non sono diversi da tanti ragazzi che, presi dalla disperazione, scelgono o sono costretti a mettere in gioco la propria vita in cerca non tanto di un futuro migliore quanto, semplicemente, di un qualche futuro. Finché non ci si trova davanti a loro è però impossibile anche solo provare a immaginare cos’abbiano passato, quale sia il livello di sfinimento, confusione, sofferenza e paura di chi giunge in Italia, dopo un viaggio-roulette russa dove a decidere fra la vita è la morte è spesso il caso.

Li incontriamo e raccontano le loro storie stando fianco a fianco: nel giro di qualche giorno sono diventati un riferimento reciproco, una nuova parte di “famiglia” quando quella originale è stata lasciata alle spalle, qualche volta purtroppo già seppellita. Nuovi amici e fratelli con cui coltivare rapporti con la speranza che non vengano violentemente interrotti da un momento all’altro. Abbiamo chiesto loro di parlarci dei primi mesi ad Alessandria, dopo aver superato quel “river”, la porta d’acqua che bisogna attraversare per poter tornare a sperare.
Il loro racconto parte dal Gambia, una terra tanto amata quanto ormai impossibile da scegliere, dove le forze di polizia rappresentano spesso una minaccia in più esercitata dal governo e non una risorsa per avere giustizia. “La parte più dura del viaggio è però spesso quella compiuta per attraversare l’Africa fino in Libia - ci raccontano - perché la lotta fratricida fra le diverse etnie è spietata e prosegue incessante. In Gambia ormai è così: arrivano a casa tua, magari mentre stai mangiando con la famiglia, e ti possono accusare di qualsiasi cosa. Basta una parola contro il governo, una mezza protesta sul lavoro, la minaccia di non volersi arruolare, e si può essere uccisi seduta stante. Spesso basta semplicemente essere di un’etnia diversa rispetto a chi guida il Paese. Non serve nulla di più per avere la tua vita devastata, solo essere chi sei”.

Sono contenti, Lamin e Mohamed, di vivere oggi ad Alessandria, una sorta di terra promessa della quale non avrebbero mai saputo descrivere i contorni. Ci hanno messo un po’ a capire dove si trovava sulla mappa geografica, se Alessandria è a nord o a sud in Italia. Sono contenti “ma non felici, perché la felicità potrebbe solo essere nel nostro Paese d’origine, con i nostri cari”. Quando chiediamo loro se sperano un giorno di tornare, gli occhi si fanno languidi. Non c’è spazio per questo sogno vista la costante minaccia di morte che riceverebbero là, almeno per ora.

In attesa di conoscere il proprio destino, se verranno o meno riconosciuti come titolati a ricevere asilo politico, Lamin e Mohamed passano le loro giornate raccontando cosa hanno visto con i propri occhi, testimoni viventi di verità che difficilmente i media, controllati dal governo, lasciano trapelare. “Bambini piccolissimi, anche solo di 5 anni, che si aggirano per le strade armati di pistole, pronti a decidere della tua vita. Un sistema di corruzione che ti consente di fare quasi ogni cosa in maniera impunita se hai gli agganci giusti e soldi a sufficienza, ma che è pronto a renderti la vita impossibile se giunge anche solo una voce di critica al governo. Vengono a casa, rapiscono, uccidono, spezzano famiglie”.

Dopo il viaggio della speranza loro sono giunti ad Alessandria e Lamin ci racconta che è solo grazie ai medici italiani se è tornato a parlare ed è sopravvissuto: un’infezione partita da un dente gli aveva preso tutta la bocca, impedendogli a lungo di mangiare e di esprimersi. E’ solo con il tempo, in ospedale, che ha compreso di essere davvero giunto in Italia e che una nuova vita sarebbe potuta cominciare.

Ora Lamin e Mohamed stanno imparando l’italiano, da affiancare all’inglese, al francese e, soprattutto, a tanti dialetti africani che sono in grado di utilizzare: “aiutiamo chi arriva qui all’Ostello come ci siamo arrivati noi in passato - ci raccontano - perché possa ambientarsi, capire che è approdato in un posto sicuro, dove le persone sono libere, generose, e dove un futuro differente è possibile. Spieghiamo loro che è fondamentale comportarsi bene, perché saranno identificati come rappresentanti di tutto un popolo e dalle loro azioni dipenderà anche la percezione che gli alessandrini avranno di chi arriva qui”. Con lo studio, con il lavoro sodo, ci si può ambientare. E "senza mai dimenticare il rispetto e la gratitudine per chi ci ha accolto, per chi ci ha sorriso in ospedale, per chi ha reso possibile la prosecuzione della nostra vita. Attraversare il mare è come solcare una porta che ti conduce in un regno meraviglioso dove le persone vengono rispettate e trattate da essere umani”. Questo siamo ai loro occhi, questo è ciò che raccontano a chi giunge qui. Durante le prime sedute all’Ostello, dove prestano servizio come volontari per aiutare durante le fasi di accoglienza di chi ancora arriva in fuga dal proprio Paese, questa è l’immagine che viene data di Alessandria: una terra promessa da rispettare e amare, luoghi e persone, come una seconda casa.

“Le cose sono facili se le rendi facili” - ci ripetono un paio di volte, con tutta la saggezza di 25 anni vissuti con l’intensità di molte vite insieme. “Spieghiamo ai nostri fratelli che giungono qui l’importanza di essere pazienti, anche se quando si arriva si dipende completamente dagli altri, non si può lavorare, è difficile essere utili e ci si trova molto disorientati. Bisogna imparare presto ad aiutare gli altri perché è un modo efficace per aiutare anche se stessi, tornare a sentirsi vivi, utili, attivi. Sappiamo che chi ci guida qui ad Alessandria, che ci spiega cosa dovremo fare per rimanere, come ci dobbiamo comportare, cercando di essere un esempio per chi arriverà dopo di noi, lo fa con la mano amorevole di un fratello o di un genitore. L’obiettivo è aiutare a nostra volta le persone a integrarsi, perché c’è tanto che possiamo fare per Alessandria: abbiamo una grandissima voglia di sdebitarci con la città, di essere una risorsa e non solo un problema". D’altronde, chi meglio di chi ha già provato tutto questo può prendere per mano chi arriva? Solamente chi ha impresse negli occhi alcune scene di sofferenza immensa, per aver dovuto assistervi di persona, può a sua volta capire davvero gli stati d’animo di chi giunge qui da noi.

In chiusura, ci scappa un’ultima riflessione: Lamin e Mohamed nei loro Paesi d’origine hanno frequentato la scuola coranica. Osservarli e ascoltarli mentre parlano dell’Italia e di Alessandria oggi, con un “grazie” profuso a piena voce ogni tre parole, non può che strappare un sorriso amaro ripensando a tutta la propaganda che viene fatta quotidianamente da chi non fa lo sforzo di incontrare le persone, di guardarle negli occhi, di superare quel velo sottile dato dall’ignoranza che naturalmente finisce per sfociare nel pregiudizio indiscriminato. Forse fra i doni che Lamin e Mohamed possono portare ad Alessandria c’è anche questo: offrire la possibilità di ascoltare le loro testimonianze dirette di cosa succede altrove, avere il piacere di incrociare un sorriso così diverso eppure così uguale al proprio, ascoltare come può essere descritta Alessandria da chi l’ha sognata per tanto tempo pur non avendo idea di come sarebbe stata realmente. Per quanto brutte, grigie e inquinate le nostre “Alessandria” hanno ancora qualcosa di profondamente bello e rassicurante da offrire, anche se troppo spesso finiamo per dimenticarcene.
30/09/2014

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