
Colpevoli del reato di
disastro doloso permanente e omissione dolosa di misure antinfortunistiche. La sentenza, letta in aula a Torino dal presidente
Giuseppe Casalbore fa sciogliere in un applauso la tensione di migliaia di persone, arrivate da tutto il mondo, ma soprattutto da Casale, per l'ultima udienza del
processo Eternit. Due anni di dibattimento, 60 udienze, oltre 6 mila parti civili ammesse, una lunga battaglia portata avanti con determinazione dall'
Associazione familiari vittime dell'amianto e dalle
amministrazioni comunali dei centri in cui la “polvere maldetta” ha mietuto, e continua a mietere vittime. “1.200 all'anno a Casale, 100 mila in tutto il mondo”, dice
Bruno Pesce, presidente della Vertenza Amianto e volto simboli di questa battaglia.
Una giornata intensa, commossa, dolorosa, per le oltre
3 mila persone arrivate ad ascoltare le parole di Casalbore. Il giudice, dall'aula numero 1 del Tribunale di Torino, ha letto per oltre tre ore i nomi delle vittime e dei loro parenti che chiedevano giustizia, ammessi al risarcimento. “Giustizia e verità”. E la giustizia, per la Corte, ha coinciso con la
condanna a 16 anni per i due imputati, il magnate svizzero, Stephan Schmidheiny, e un barone belga, Louis De Cartier De Marchienne. In aula i due imputati non erano presenti, come non lo sono stati durante tutto il percorso processuale.
“Giustizia è fatta”, scrivono in tanti sulla bacheca di Facebook del gruppo “Processo Eternit”, che ha fatto da trait-d'union tra i tutti coloro i quali hanno conosciuto il significato della parola “mesotelioma”.
Ma la giustizia non è arrivata per tutti.

I due sono colpevoli di "rimozione volontaria di cautele" ma solo per i danni avvenuti
dopo il 13 agosto 1999; De Cartier è colpevole di disastro ambientale doloso a partire dal
27 giugno 1966, e Schmidheiny dal
18 settembre 1974. Quattro erano gli stabilimenti di Eternit Italia di cui si è occupato il processo:
Casale Monferrato (Alessandria), la città più colpita dalla piaga dell'amianto, e poi
Cavagnolo (Torino),
Rubiera (Reggio Emilia) e
Napoli-Bagnoli, con più di 600 morti.
Ma per quanto avvenuto nell'ultimo stabilimento
il reato di disastro è stato dichiarato prescritto.
“Non riesco ancora ad essere contenta”, dice al termine del processo
Romana Blasotti Pavese, la “passionaria” dell'Eternit, anch'essa simbolo della lotta all'amianto, in una delle tante interviste. La sua compostezza, il volto teso ma fiero durante la lettura della sentenza ha fatto il giro del mondo e – ancora una volta – è stata simbolo di questa vicenda dove, alla fine, neppure i “vincitori” hanno vinto ancora la guerra contro la polvere maledetta.

“Oggi è stato sancito il principio secondo il quale non è possibile creare tragedie simili e non essere perseguiti, neppure se si è miliardari, come probabilmente lo sono Schmidheiny e De Cartier”, dice
Bruno Pesce all'uscita dall'aula. “La magistratura italiana ha dimostrato che non vale il principio per cui chi è ricco non è responsabile. Poi, passeranno ancora anni perchè paghino davvero, ma intanto il
segnale è stato dato, forte”. I due condannati sono infatti in contumacia, all'estero “e credo che non li rivedremo mai”. Pesce non abbassa la guardia: “noi sapevamo ce c'era il dolo, che questa strage non doveva succedere, anche se succede ancora, in tanti parti del mondo”.
(I servizi fotografici e i video sono di Marco Madonia)