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Alessandria

Caritas: contro la povertà tanti progetti di accoglienza come a San Rocco

L’esempio dell’ospitalità permanente di persone in difficoltà a San Rocco potrebbe essere l’apripista per altre esperienze sul territorio della diocesi. Don Massimo Marasini: “potremmo arrivare ad offrire ‘una casa’ a 100 persone nel giro di qualche anno, ma difficile intervenire senza uno Stato etico e la rinascita di occasioni di lavoro”
ALESSANDRIA - Di fronte alla crisi economica profonda che attraversa l’Italia e la nostra città, con le sue drammatiche conseguenze sul piano abitativo, anche il ruolo della Caritas si sta evolvendo, di pari passo con tendenze d’innovazione che riguardano il rapporto fra Chiesa e povertà nel suo complesso. Sotto l’input dato dalle parole di Papa Francesco e dal vescovo di Alessandria, monsignor Guido Gallese, la Caritas cittadina ha avvito alcuni mesi fa una sperimentazione di accoglienza presso i locali della parrocchia di San Rocco, dove tuttora vivono 7 persone direttamente ospitare dalla comunità. Abbiamo incontrato don Massimo Marasini, delegato vescovile della Pastorale della Carità per fare il punto sulla situazione in città e sulle potenzialità di questa esperienza.

Don Marasini, da dove nasce il progetto di accoglienza avviato a San Rocco?
Questo è un cammino, per nulla scontato, nato dalla riflessione del ruolo che ciascuna parrocchia deve ricoprire sul proprio territorio. All’interno della Chiesa coesistono diversi approcci, anche ideologici, alle attività caritatevoli, ma oggi più che mai, anche grazie al lavoro di riflessione teologica compiuta da Ratzinger e dalla grande spinta all’azione impressa da papa Francesco, le parrocchie si devono interrogare su cosa sia possibile fare di fronte alla grande crisi in atto. Oggi per avviare alcuni processi di assistenza serve la capacità di porsi in modo professionale, anche perché occorre rispettare una serie di leggi civili sui temi dell’ospitalità e della refezione, attività che non possono essere improvvisate. E’ però inaccettabile per le parrocchie ormai mantenere locali vuoti, specie se già predisposti per attività di tipo conventuale, e con una certa capacità ricettiva, quando la situazione è così drammatica.

Come procede l’esperimento di San Rocco? Può essere un modello da replicare altrove?

L’esperimento di accoglienza a San Rocco procede bene. Sono 7 le persone per ora ospitate in pianta stabile, e partecipano attivamente a tutte le iniziative che si svolgono in parrocchia, non perché si sentono costretti a farlo in cambio dell’ospitalità ricevuta ma perché si sentono finalmente a casa e parte di una sorta di famiglia allargata. E’ un progetto che è finito sotto i riflettori della Caritas nazionale e penso possa essere replicato con successo altrove, a partire da altri luoghi della nostra diocesi. Alcuni sono già stati individuati e speriamo di poter iniziare l’accoglienza, se non già questo inverno, almeno dall’anno prossimo. Se partissero anche solo 10 parrocchie in un prossimo futuro, e fossero in grado di ospitare 10 persone ciascuna, ci troveremmo con 100 persone in grado di uscire dall’emergenza abitativa più stringente. In Piemonte l’esperienza di San Rocco per ora è l’unica nel suo genere insieme a quella di Orbassano.

Qual è la situazione alessandrina, vista da chi ha osservato anche altre piazze?
La borghesia alessandrina, vista da chi arriva da Genova, non brilla particolarmente per mecenatismo, salvo alcune eccezioni. Ci sono diverse pulsioni in chi dona, ma certo non è sufficiente accontentarsi dell’immagine di una Chiesa formale presente solo quando si tratta di dispensare i sacramenti. L’esperimento di San Rocco, nato da un’assemblea che ha coinvolto tutta la parrocchia, è interessante anche perché lì si è formata una sorta di famiglia, capace di sostenere le persone accolte con incontri settimanali dove si fa il punto della situazione delle vite di ciascuno e non ci si sente soli. Il Vangelo chiede di aprire le nostre case ai poveri, ma per fare questo ci vuole un grande coraggio. Diciamo che già riuscire ad aprire la casa comune, cioè la parrocchia, è un primo passo.

Quali potrebbero essere i prossimi spazi da coinvolgere in progetti simili in città?
Diciamo che in centro città potrebbero partire progetti simili nella parrocchia del Carmine, o presso il convento dei Frati Cappuccini, che sono dotati di un’ampia area conventuale. E poi sono in contatto anche con alcuni ordini femminili che stanno sperimentando, con fortune alterne, attività di ospitalità a prezzo calmierato per familiari di persone ricoverate in ospedale. D’altronde, l’utilizzo sociale degli spazi a disposizione è la via naturale per scongiurare l’alienazione di beni immobiliari, che altrimenti non potrebbero che finire per prendere la strada del mercato privato.

Quale immagine si è fatto della situazione alessandrina in termini di richiesta di assistenza a partire dal luglio 2013, quando si è insediato nel suo nuovo incarico?
Esiste un’attività di volontariato importante, forse non sempre valorizzata come meriterebbe, che lavora per contrastare una crisi oggettivamente molto impegnativa. Persone come Gianparlo Mortara, direttore della Caritas alessandrina, o Marco Santi, alla guide dell’associazione Opere di Giustizia e Carità, sono diventati autorevoli punti di riferimento nei diversi tavoli istituzionali nei quali sono chiamati ad intervenire. Abbiamo compiuto un lavoro di trasparenza e organizzazione, pubblicando un report molto dettagliato alcuni mesi fa con 12 pagine dedicate alle contabilità, visto che ogni centesimo donato viene impiegato per alimentare le attività di sostegno alla città. Il nostro impegno però potrebbe non bastare: senza uno Stato etico che aiuti i suoi cittadini, e la capacità di tornare a offrire prospettive lavorative, è difficile ripartire davvero. La povertà sta cambiando e oggi giungono allo sportello di ascolto della Caritas famiglie che magari per vent’anni hanno pagato l’affitto o il mutuo senza difficoltà, o uomini soli che hanno perso il lavoro. Se si dà loro una possibilità di ripartire, sono in grado di farlo, altrimenti il rischio è che scivolino nella depressione e in situazioni ancor più gravi. Non è accettabile uno Stato che consenta, in nome della libertà di parola, di reclamizzare filtri d’amore o di spacciare le slot machines come opportunità di vincita. Statisticamente sono progettate per far perdere, e dovrebbe essere chiaro a tutti. Se si lasciano sole le persone, con l’unica possibilità di trovare un ambiente caldo nel quale stare nelle sale da gioco per le scommesse, o nei centri commerciali, dove conti solamente in base alla tua capacità di spendere, è difficile vedere possibilità di ripartenza generale.

Cosa dobbiamo aspettarci da Alessandria nel prossimo futuro in termini di contrasto alla povertà?
E’ fondamentale capire cosa succederà all’Atc, da chi verrà fatta dirigere e quali scelte verranno adottate. Quello è l’Ente con cui progettare certi tipi di intervento, specialmente se si sarà in grado di gestire con flessibilità i regolamenti, piuttosto scrivendone di nuovi. Attualmente non è possibile affittare un bilocale a tre persone sole, ma ci sono invece tanti uomini che non riescono a sostenere individualmente le spese per un affitto e per le utenze ma che prendendo in gestione uno spazio comune potrebbero farcela.
29/09/2014

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