Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Giorno della Memoria

Il mio rifugio in Val Borbera

Il racconto di uno dei protagonisti della Resistenza Ebraica, Vittorio Finzi, alessandrino, ebreo e partigiano, dal libro Il mio rifugio in Val Borbera (Le Mani – Isral) presentato dal Gruppo Amici del Libro di Cultura e Sviluppo
GIORNO DELLA MEMORIA - Vogliamo parlarvi di uno di loro, Vittorio Finzi, nato ad Alessandria, che ha lasciato una bellissima testimonianza in questo libro “Il mio rifugio in Val Borbera” , libro che è stato dato alle stampe dall’Istituto storico della Resistenza - istituto che ringraziamo molto per il contributo che dà alla conservazione della memoria della nostra città.

Il racconto comincia con le vicissitudini del protagonista studente ebreo, iscritto al Politecnico di Torino nel momento in cui, nel settembre 1938, viene emanata la legge che vieta agli ebrei l’insegnamento nelle scuole pubbliche di ogni ordine e grado, come pure la frequenza da parte degli studenti di queste scuole. Per fortuna è ammesso che possano continuare gli studi gli studenti già iscritti, e questo gli permette di andare avanti .

Ma gli ebrei devono comunque sottostare a norme odiose e restrittive, come il divieto di ottenere borse di studio, l’espulsione se non si supera anche un solo esame, banchi separati e obbligo di essere esaminati dopo tutti gli altri studenti “ariani”.

Finzi riferisce che “sia i compagni che i professori ci trattavano in modo urbano, senza sgarbi di alcun genere e spesso amichevolmente.”
Non tutti, però: il docente di cultura militare, “un caricaturale ufficiale della milizia che veniva in aula in divisa con il petto decorato da una doppia fila di nastrini colorati”, all’inizio della prima lezione legge ad alta voce i nomi degli studenti ebrei, li fa alzare in piedi e li caccia dall’aula insultandoli.

E a proposito di insulti, vogliamo anche parlarvi di un altro modo di “resistere”, di combattere la prepotenza , l’arbitrio, l’ingiustizia quando il nemico è così forte da accerchiarti da ogni parte e da far sembrare inutile ogni tentativo di opposizione : una modalità di resistenza davvero caratteristica del popolo ebraico, che è stato per secoli in una situazione in cui il potere era troppo forte e le persecuzioni troppo violente per potervisi opporre apertamente.

In queste difficilissime circostanze riesce a sviluppare una sua peculiare capacità di resistere, attraverso la difesa della sua cultura, con l’attaccamento alla sua musica e alla sua letteratura, e soprattutto con l’umorismo e l’ironia.
Ironia che è una difesa, un antidoto, una fuga dall’orrore della minaccia attraverso il paradosso, il rovesciamento, l’assunzione di un punto di vista rivoluzionario che spiazza .

Vi facciamo un esempio, vi raccontiamo una storia ambientata in Germania negli anni della persecuzione nazista:
Un signore anziano, vestito di nero, con la sua grande stella gialla appuntata al bavero della giacca, cammina lentamente appoggiandosi ad un bastone.
Un ufficiale viene dalla direzione opposta, e quando gli arriva di fronte si ferma e sibila :”Porco !”
Il signore si ferma anche lui, lo guarda, si toglie il cappello e dice: “Piacere, Moishe Goldstein”

Nel 1942, nei 5 anni prescritti, Vittorio Finzi si laurea in ingegneria e riesce anche a sostenere l’esame di stato, infischiandosene del mancato permesso che il prefetto non gli volle rilasciare per recarsi fuori provincia. Avete già capito che il sig Finzi era un tipo tosto.
.
Sono anni molto difficili, in cui gli ebrei sono costretti a subire il “servizio obbligatorio al lavoro” (ovviamente gratuito), gli uomini organizzati in squadre di manovali, spazzini, boscaioli, le donne a confezionare abiti per l’esercito.
La situazione diventa sempre più critica, oltre ai bombardamenti, al tesseramento, al coprifuoco gli ebrei sono martellati da una propaganda profondamente ostile: ma soprattutto, dopo l’8 settembre e l’inizio dell’occupazione tedesca, diventa immediatamente chiaro che il futuro sarebbe stato quello dei campi di concentramento.

Vedete nell’immagine una lettera di delazione, un biglietto anonimo i cui è denunciata una famiglia che nasconde un ebreo.
In realtà è Vittorio l’unico della famiglia a capire subito l’entità del pericolo, mentre il padre, incurabilmente ottimista come molti, troppi capifamiglia che all’epoca riponevano la loro fiducia in Mussolini, che era considerato meno feroce di Hitler, e soprattutto nel papa, che “non avrebbe tollerato lo sterminio”, pensavano, invece di reagire immediatamente preferirebbe stare ad aspettare gli avvenimenti.

Vittorio per fortuna ha capito che la situazione è gravissima, che Alessandria non è più un posto sicuro. Organizza la partenza dei genitori per la casa di campagna della nonna, vicino a Mantova, e tenta inutilmente di rifugiarsi in Svizzera insieme ad alcuni compagni. Ma le autorità svizzere rifiutano di accoglierli come profughi, “in mancanza di un certificato che comprovasse la loro condanna a morte in quanto ebrei”

Fu veramente spietata in quel periodo quella che si fa chiamare orgogliosamente la “prima democrazia europea”: ma bisogna aggiungere che queste decisioni delle autorità suscitarono un forte dibattito, e dopo alcuni mesi vennero modificate, tanto che molti ebrei riuscirono a rifugiarsi in quel paese.

Il merito fu anche di queste ragazze, che vedete nella foto. Sono le allieve quattordicenni di una scuola di Rorschach, nel Cantone di S Gallo, che inviarono una lettera al Consiglio Federale per protestare contro i respingimenti degli ebrei alla frontiera.
“Egregi Signori – comincia la lettera – non possiamo fare a meno di dirvi che noi alunne siamo profondamente indignate che i profughi vengano ricacciati così spesso verso una sorte tragica”

Alcuni funzionari disobbedirono agli ordini e trovarono il modo di far entrare moltissimi ebrei, falsificando documenti, date, visti, e creando una rete di soccorso che offriva alloggio e sostegno ai fuggiaschi.

La cosa però fu scoperta e il capo dell’organizzazione, capitano Gruninger, Dirigente della Polizia Cantonale, fu destituito dal suo incarico e licenziato.
Solo molti anni più tardi venne riabilitato e il suo nome aggiunto a quello dei “giusti tra le nazioni” che si adoperarono per salvare la vita agli ebrei perseguitati.
(...)
Furioso per l’insulto – che aveva capito, dettaglio interessante - l’ ufficiale afferra il vecchio per il bavero del cappotto e lo trascina a pugni e schiaffi verso un grande manifesto su cui è ritratto Adolf Hitler che indica una scritta. Il nazista ringhia “Leggi, maledetto ebreo, c’è scritto “I giudei sono la rovina della Germania”. Cosa dici, cane? Con un filo di voce l’ebreo risponde “Speriamo “.

Torniamo al nostro racconto. Fallito il tentativo di rifugiarsi in Svizzera, Finzi si ricorda di avere con la famiglia passato delle estati di vacanza in un paesino della Val Borbera, Cabella Ligure, e di avere stretto legami di amicizia con una famiglia che abitava in una località ancora più sperduta, Dova inferiore, un paesino collegato a Cabella solo da una mulattiera.
La famiglia accoglie Vittorio a braccia aperte, e non si scompone quando dopo di lui arrivano uno dopo l’altro cinque giovani: sgombra il magazzino della frutta e allestisce una specie di centro sfollati.

Comincia così l’avventura della Resistenza in Val Borbera per Vittorio Finzi. Dapprima, racconta, “era come se i tedeschi non esistessero, e la vita si svolgeva normalmente, con tante attività, comprese quelle per prestare aiuto nei lavori agricoli in campagna e nei boschi. La sera giocavamo a carte, a tombola, ci scambiavamo racconti, e ascoltavamo da Radio Londra le parole del colonnello Stevens, precedute dai rintocchi della V di Beethoven. Cercava di dare coraggio agli italiani, ma purtroppo la frase ricorrente era “sul fronte dell’Abbazia di Monte Cassino niente di nuovo”.

Gli ebrei che riuscirono a rifugiarsi in piccoli paesi sperduti si sforzarono di passare il più possibile inosservati, e quindi cercavano di comportarsi come tutti gli altri, andando in chiesa la domenica. Ma le funzioni seguono un loro rituale cui non è facile partecipare se non si condividono i fondamenti della fede.

“Questo era per loro fonte di imbarazzo e di pena infinita” - racconta Vittorio Finzi” : “alcuni, per nascondere la loro identità, durante la Messa al momento del segno della croce compivano con le mani vaghi movimenti mentre bisbigliavano l’atto di fede ebraico nel Dio Unico. Però non si confessavano e non prendevano la Comunione… Io penso che, salvo pochissime eccezioni, durante i quasi due anni di permanenza in quei paesi tutti gli ebrei siano stati individuati come tali. Quindi sono convinto che se la maggioranza degli italiani non fosse quella brava gente che tutti riconoscono, le comunità ebraiche italiane avrebbero cessato di esistere.

Un giorno – continua il racconto - Don Marino (il prete di Dova) tutto preoccupato prospetta a Vittorio la necessità impellente di dare pubblica dimostrazione di non essere ebreo, come qualcuno cominciava a sussurrare. Si avvicinava la festa patronale del15 agosto, nella quale era tradizione portare in processione la statua di San Rocco.

Il parroco propone a Finzi di unirsi agli altri giovani del paese nel trasportare questa statua. Il giovane è preoccupato, perché per la sua religione essa non rappresenta un oggetto sacro, ma “solo un, sia pur pregevole, manufatto ligneo scolpito e dipinto”. Pur sentendo il massimo rispetto per la venerazione nutrita dalla gente del paese nei confronti del Santo, lui non poteva condividerla, e si sentiva un impostore.

Dopo lunghe discussioni religiose Don Marino riesce a convincerlo che ne va della sua sicurezza: “Perciò – racconta – partecipai alla processione, sobbarcandomi la fatica di trasportare, con gli altri baldi giovani, questa statua (del peso di circa due quintali) per molte centinaia di metri, seguiti dalla popolazione festante. Reggevo l’estremità di una stanga infilata nel baldacchino della statua, sentendomi protetto dalla medaglietta appesa al collo con incise le tre lettere ebraiche shim, dalet e jod per ricordare Dio .
Da allora sono passati molti anni, ma ho voluto ricordare questo episodio tutt’altro che eroico ….”

In effetti il nostro protagonista non ha mai la pretesa di raccontare di aver compiuto atti di eroismo. In ogni momento, anche quando sceglierà di partecipare attivamente alla lotta armata, si comporterà semplicemente come chi sente che è arrivato il momento di fare la cosa giusta. E in questa circostanza difficile, in cui rischia la vita, sceglie di comportarsi con buonsenso e capacità di adattamento. Ci colpisce però molto la generosità di questo prete di campagna dal cuore gentile, che fa di tutto per convincere un “avversario religioso” a farsi aiutare.

Sin dal Medioevo la Val Borbera costituiva un’entità a sé stante, che non faceva parte né del Piemonte né della Liguria; comprendeva comuni, paesi e borgate con popolazioni formate da coltivatori diretti, proprietari di piccoli pezzi di terra arrampicati sulla montagna , cintati e e sorretti da muretti a secco. Si coltivavano patate, cereali, legumi, frutta e verdura, si raccoglievano legna e castagne, si allevavano galline, si facevano pascolare pecore, capre e qualche mucca.

Un’economia di sussistenza, abbastanza chiusa e autosufficiente, che aveva conservato la sua cultura e le sue abitudini: miracolosamente ancora oggi sono presenti nelle feste la musica e le danze popolari dette appunto “Delle Quattro Provincie” e il tipico canto a Trallallero, influenzato dalla cultura genovese.
Questa piccola comunità dopo l’8 settembre accoglie con grande generosità profughi e sfollati, e con loro i primi giovani che intendono opporsi attivamente ai tedeschi e ai fascisti.

A poco a poco nascono le prime bande partigiane, che – così racconta Finzi -la popolazione nasconde e protegge non solo perché molti di questi giovani vengono dai paesi della valle, ma anche perché i partigiani si sforzano in tutti i modi di farsi benvolere, pagando i rifornimenti e rispettando le ragazze.
Dopo che il 6 ottobre 1944 viene fatto saltare il ponte del Carmine, diventa impossibile entrare o uscire dalla Val Borbera se non per uno stretto viottolo facilmente difendibile: “Si può così affermare – dice Finzi – che una specie di Repubblica o di Stato Partigiano funzionò di fatto dall’autunno 1944 sino alla Liberazione”.

Si sente nel racconto una forte nostalgia per quei mesi difficili, vissuti in ansia costante per il timore dei rastrellamenti e in relativa povertà, ma in un clima di solidarietà e di calore umano, dividendo le poche risorse e aiutandosi in modo naturale, cercando di proteggere uomini e animali.

E’ una nostalgia che attribuisce una misteriosa carica di fascino a un luogo chiuso e sentito come protettivo, la stessa nostalgia che tutti noi proviamo per l’”Isola che non c’è” della nostra infanzia, la nostalgia che gli ebrei di tutto il mondo provano per lo shtetl, il villaggio di casupole e sinagoghe di legno che costituiva la realtà comune del loro popolo prima della II Guerra Mondiale, una struttura che nell’immaginario si è trasformata in un mondo straordinario di utopia, di fratellanza, di fede.

Vi proponiamo una bellissima poesia di Moshe Nadir che descrive questa nostalgia, la nostalgia di tutti i Paradisi perduti che si annidano nel nostro immaginario:

Abito in una terra nuova
Una terra dove non si va a passeggio, dove non si beve vino
La terra dell’acciaio, del ferro, la terra della tecnologia
la terra dove un uomo che sputa più lontano degli altri
viene dichiarato campione e lo si porta in palmo di mano.
Ho nostalgia di casa
Lì si va a passeggiare con una religiosa puntualità
Lì piange tutta la cittadina quando un uomo muore
O parte per l’America
E lì gioisce tutta la cittadina quando qualcuno si sposa
O vince la lotteria.
Là i fiori sono piccini e non hanno nome, e i boschi sono grandi
E l’amore è quieto e dolce del colore del sangue.
Lì, quando gli orti sono colmi di frutta, in quell’epoca
La gente aspetta fino a quando cala il sole e va a passeggiare.
Non c’è granchè da mangiare, pane e miele per i bambini, latte per i vecchi
Ma tutti vanno a passeggio
E ogni passo è una grande arte, una scienza.
Lì la vita ha stile, e pace , e preziosità, e c’è così tanto tempo libero, e la gente fa il bagno quando vuole.
Lì, quando un signore si leva il cappello davanti a una signora,
lo fa in modo così dolce e lento che si può leggere la marca
e il numero del cappello.
Ho ancora nostalgia della terra dove andare a passeggio
È un’arte e non un lavoro.
Ho nostalgia dei suoi tetti bassi e dei suoi cieli alti,
mi manca quella terra di fango, di neve e di polvere
che è così tanto più soffice della terra della pietra e del ferro.
Sto rientrando a casa da una passeggiata al Central Park
Le persone mi guardano come si guarda uno straniero
Perché cammino lentamente, serio e con un bastone.

In quell’autunno del ’44 Vittorio Finzi decide di darsi da fare . Comincia con il “dare una mano” per l’organizzazione della scuola media, cercando professori tra gli abitanti del posto e tra gli sfollati. Lui, con il nome di “Rossi”, insegna matematica: ma si occupa anche di organizzare riunioni con i genitori, si attiva per trovare libri e materiale scolastico, e tiene rapporti con “l’Ispettore Scolastico”, il Comandante partigiano Michele.

“Dei miei allievi – racconta – il più vivace era Renato, il, fratello minore del partigiano Dionisio, figlio del medico condotto di Cabella. Un giorno d’inverno, appena arrivato in bicicletta da Cabella ed entrato in aula, vidi che Renato, seduto nel primo banco, accanto ai libri aveva un grosso involto di una strana forma allungata. Gli chiesi cosa avesse portato a scuola: rispose “E’ lo sten, la mitraglietta americana di mio fratello Dionisio”.
Ribattei “E tu porti a scuola uno sten?” “Certo- rispose – oggi c’è pericolo di rastrellamenti e io l’ho portato per difendere lei”.

I rastrellamenti erano un incubo per la popolazione, e dopo l’autunno del ’44 diventano di mese in mese più frequenti.
“Il peggiore – racconta Finzi – “fu quello detto “dei mongoli”, nell’inverno del ’44-’45, una vera e propria operazione di guerra con l’intervento di grossi reparti della Wehrmacht in cui erano inquadrati prigionieri e disertori dell’esercito sovietico di etnie asiatiche : turkestani, calmucchi e ceceni.
Tali truppe avevano il compito di aprire la strada ai tedeschi ed erano autorizzate a compiere ruberie, saccheggi e stupri ai danni della popolazione civile sospetta di collaborare con i partigiani. Soprattutto per le donne le esperienze furono terrificanti, ma i risultati per i tedeschi poco rilevanti, perché il Comando Partigiano aveva impartito direttive precise affinchè ogni distaccamento preparasse nascondigli per occultare uomini, armi, munizioni e viveri.

“Anche noi - prosegue il racconto - decidemmo di costruirci un “buco” sotto il fienile dei Bava, a pochi passi dalla stalla. Incominciammo con lo scavare una fossa profonda, puntellata e coperta con legname, con una botola di accesso coperta da un lastrone di pietra e una condotta di aereazione con uno sbocco esterno nascosto tra gli arbusti.

Nel buco nascondemmo viveri e coperte, una lampada ad olio, fiammiferi e una latta per i nostri rifiuti corporali.
Il soffitto era molto basso e non consentiva di stare in piedi, ma solo accucciati e coricati “a pettine” con vicino al naso gli scarponi del vicino.
La chiusura della botola presentava degli inconvenienti, in quanto doveva essere fatta dall’esterno, e coperta con terra, foglie e stallatico. Di questo incaricammo mamma Emilietta (la padrona del fienile).

Nel nostro buco, all’ultimo momento si aggiunse uno studente genovese che voleva andare ad arruolarsi con i partigiani. Fu così che per due giorni, durante il rastrellamento dei mongoli, rimanemmo chiusi in cinque mentre si sentiva sopra di noi il rumore degli scarponi chiodati dei tedeschi che entravano a ispezionare casa per casa.

Finalmente, a pomeriggio inoltrato, sentimmo un gran trambusto e non passò molto tempo che Emilietta, sollevata la botola, venne a liberarci.
Man mano che sbucavamo all’aria aperta, ci abbracciava commossa. Pur con le ossa rotte e la mente annebbiata eravamo felici e soddisfatti di averla fatta franca, in barba ai tedeschi.

La moglie di Paolin pianse morto il marito per oltre una settimana. Poi, una sera, se lo vide tornare malfermo sulle gambe con il suo asino ridotto pelle e ossa. Era scappato sulle interminabili mulattiere e i sentieri che dalla Val Borbera raggiungevano il Passo del Penice, in provincia di Piacenza.
Tutta la popolazione di Dova festeggiò Paolin come un eroe.

Il contatto e l’amicizia con i partigiani fa nascere in Finzi, che abbiamo capito essere una persona che non ama stare con le mani in mano, il desiderio di partecipare in modo più attivo alla Resistenza.
Ma non dovete aspettarvi nel suo racconto avventure, imboscate, duelli, episodi di eroismo o di sacrificio supremo. Nel libro il clima è sommesso e razionale, gli avvenimenti raccontati con asciutta chiarezza, quanto di più lontano ci possa essere dalla retorica trionfale.

Anche il discorso con cui si presenta al Comandante della Divisione, “Scrivia”, un ragazzo di 22 anni, ex sottotenente del Genio, molto popolare nella zona per il suo coraggio e le sue capacità, è semplice e concreto: “Senza alcun imbarazzo riuscii a parlargli francamente – racconta – e a illustrargli che non avevo alcuna esperienza militare, ma che già avevo fornito la mia collaborazione al movimento partigiano in diverse occasioni. Concludendo, gli dissi che mi mettevo a sua disposizione.”

Scrivia accetta senza esitazioni: Vittorio Finzi viene nominato Ispettore con il compito di organizzare l’approvvigionamento delle divisioni partigiane, controllando le scorte di viveri e le risorse agricole disponibili. Il problema fondamentale per le bande era sfamarsi, vestirsi, trovare le armi: e il nostro ingegnere si dimostrerà coraggioso, preciso ed efficiente.

In seguito si occuperà dell’elezione delle giunte democratiche nei comuni della vallata e in quelle vicine, giunte che dovevano eleggere i Sindaci e sostituirli ai Podestà: poi di controllare i prigionieri di guerra, e anche di generici “compiti investigativi”

Questi ultimi, racconta, furono poco impegnativi. “Solo in un caso dovetti intervenire: un giovane diciottenne, scoperto in un bosco vicino a Volpara con fare sospetto, fu scambiato per un fascista mentre invece voleva vedere la sua ragazza all’insaputa dei genitori di lei. Convocai la ragazza che se andò felice con il suo moroso”.

In quei mesi Finzi divide con i partigiani non solo le battaglie, ma la vita di tutti i giorni: marce, imboscate, il rancio non sempre caldo e non sempre sufficiente, i momenti di calma in cui ci si riposa o si discute intorno al fuoco. In questi momenti nascono i canti partigiani, rielaborazioni di melodie già note, con parole che servivano a incoraggiare, a consolare, a sentirsi uniti.
E poco lontano da dove opera lui, nella zona del Monte Tobbio, nasce una delle più belle canzoni partigiane, forse una delle poche originali nel testo e nella melodia, una canzone che si chiama “Dalle belle città” che certo conoscete.

Dalle belle città date al nemico
Fuggimmo un dì su per l’aride montagne
Cercando libertà tra rupe e rupe
Contro la schiavitù del suol tradito
Lasciammo casa, e scuola ed officina
Mutammo in caserma le vecchie cascine
Armammo la mano di bomba e mitraglia
Temprammo il cuore e i muscoli in battaglia
Siamo i ribelli della montagna
Viviam di stenti e di patimenti
Ma quella fede che ci accompagna
Sarà la legge dell’avvenir

Franco Castelli ci ha riportato la testimonianza di un partigiano giovanissimo che era presente nel momento in cui nasce la canzone: ed è veramente commovente il racconto di questi ragazzi, riuniti intorno a una pietra che fa da tavolo, che scrivono tutti insieme, su un foglio di carta da pacco, le parole di una canzone in cui vogliono esprimere i principi ideali che li guidano, le difficoltà, le speranze, l’esperienza di vita collettiva e di solidarietà che stanno vivendo, proponendo, suggerendo le parole, cancellando e riscrivendo, tutti insieme.

E ’una canzone manifesto, in cui compaiono i principi ideali che animano la lotta partigiana (giustizia, libertà, fede in un mondo migliore) , nata in un momento di condivisione, da un collettivo che rappresentava una nuova e fondamentale esperienza di vita associata, quel “noi” che percorre tutta la canzone e diventa nel ritornello un’affermazione spavalda.

Scrive Franco Castelli : “Dalle belle città” è una canzone fresca, giovane, piena di vento e di speranza, in cui si sente vibrare la tensione utopica e la grande carica di idealità civile e politica che animò la stagione partigiana. E non importa che qualche settimana dopo la composizione di questo inno, sull’altopiano del Tobbio si abbattesse un uragano di ferro e di fuoco, e molti di questi coraggiosi “ribelli” finissero fucilati alla Benedicta, uccisi in battaglia o deportati nei campi di sterminio.

Con i sopravvissuti, sopravvisse anche il canto, che divenne il simbolo della rivincita morale contro la ferocia del nemico, il segnale della rivolta partigiana, e accompagnò il movimento di liberazione liguro-piemontese fino alla vittoria finale”.

Arriva finalmente la Liberazione, e Finzi racconta di tutto il paese imbandierato, e le ragazze vestite a festa con camicette coloratissime fatte con la seta dei paracadute.

Anche qui gli avvenimenti sono raccontati senza enfasi, quasi con modestia: per festeggiare Vittorio raduna gli amici che non vedeva da moltissimo tempo e “tutti insieme, su un prato appena fuori dal paese – racconta – facemmo un’allegra merenda brindando alla pace, ma ricordando con commozione anche chi non era più tra noi”.

Dopo di allora la sua vita assomiglia a quella di tutti: si sposa, diventa dirigente, alleva in serenità figli e nipoti.
Ma ci è sembrato importante questa sera raccontare la sua storia, ricordarla insieme, perché pensiamo possa dirci qualcosa anche oggi, che abbia dentro di sé degli insegnamenti per il futuro.

I valori che lui mette in pratica con naturalezza, e che si esprimono nei fatti, non in affermazioni retoriche: la solidarietà, il coraggio, la capacità di mantenere dignità anche in circostanze difficili, il desiderio di fare la cosa giusta anche rischiando di persona, ci riguardano anche oggi e riguardano tutti noi.

Certo, la situazione è diversa.
Certo, non ci sono nazisti che ci costringano a nasconderci dentro un buco.
Ma la nostra democrazia è fragile e dobbiamo prendercene cura ogni giorno
Ogni giorno dobbiamo dimostrare di essere come Finzi tranquilli, modesti, coraggiosi e tenaci. Perché, come ha detto Italo Calvino

“La memoria conta veramente solo se si tiene insieme l’impronta del passato e il progetto del futuro. Se permette di fare senza dimenticare ciò che si voleva fare, di diventare senza smettere di essere, di essere senza smettere di diventare”.  
27/01/2013
Ade, Fulvia e Mimma - redazione@alessandrianews.it

Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus

Facebook


Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani
Case vuote, persone senza casa
Case vuote, persone senza casa