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Economia e Lavoro

"Flessibili sì, precari no"

Si possono definire un “esercito silenzioso”, ed è sempre più numeroso. Lavoratori atipici, interinali, a contratto, a progetto, co.co.pro, a tempo determinato, autonomi. Tutto in nome della flessibilità, che però "è diversa dalla precarietà", dice Paola Toriggia, segretario provinciale di Felsa Cisl
PROVINCIA - Si possono definire un “esercito silenzioso”, ed è sempre più numeroso. Lavoratori atipici, interinali, a contratto, a progetto, co.co.pro, a tempo determinato, autonomi. Tutto in nome della flessibilità. “Con la crisi, la giungla dei contratti, introdotti a livello normativo dai cosiddetti pacchetti Treu e con la legge Biagi, si è infittita. E' stato un susseguirsi di riforme del lavoro con l'intento di introdurre nel nostro sistema la flessibilità e favorire l'ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. Obiettivi che, però, non sono stati raggiunti”. A dirlo è Paola Toriggia, segretario provinciale di Felsa Cisl (foto in basso), la categoria che si occupa, appunto, della galassia dei precari.
“A ben vedere, si confonde spesso il concetto di 'precari' con quello di lavoro flessibile. Ma sono due concetti diversi. I nuovi contratti previsti dalle normative non sono di per sé 'sbagliati'. E' l'uso distorto o abuso che se ne fa. Se le norme fossero utilizzate per come il legislatore le ha immaginate, come avviene nel Nord Europa, ad esempio, potrebbero essere utili. La flessibilità, se si pensa al concetto di flex security, prevede un minimo di tutela, di garanzie per il lavoratore. Noi, come sindacato, non pensiamo che nulla debba cambiare e che il lavoro debba essere solo a tempo indeterminato. Se le aziende hanno necessità diverse lo capiamo, ma – contrariamente a quanto si pensa – il lavoro flessibile deve avere, proporzionalmente, un costo superiore, come è, appunto, nel Nord Europa”.

I precari chi sono, invece?
“Basti pensare all'etimologia della parola: precario significa ottenuto con la preghiera. Solo coloro i quali il futuro è appeso ad un filo. Ed è o dovrebbe essere diverso il lavoro flessibile, ripeto, che un minimo di tutela dovrebbero averlo. I precari sono costretti a scendere a compromessi e così non dovrebbe essere. Mi riferisco, ad esempio, a quelli messi difronte all'alternativa di aprire una posizione autonoma per poter lavorare, ma di fatto sono dipendenti. E' su questi casi, sull'uso distorto dei contratti, che come categoria avvieremo a breve una campagna di informazione su più fronti. Se c'è più coscienza dei propri diritti, seppur minimi, c'è anche meno possibilità di essere costretti ad accettare situazioni limite.

Quali sono i tipi di contratto previsti dal legislatore che più spesso nascondo situazioni “irregolari”?

I contratti a progetto, diffusi anche nella pubblica amministrazione; gli associati in partecipazione (diffusi soprattutto nel settore del commercio in cui il lavoratore è anche associato e dovrebbe partecipare alla distribuzione di utili, contribuendo con una quota di capitale o con il proprio lavoro, ma da fatto è un dipendente vincolato ad orari), poi c'è tutto l'esercito delle false partite Iva, diffuse soprattutto nel mondo dei servizi alle imprese”.

Ha parlato di “esercito silenzioso”. Ci sono numeri per dare la proporzione del fenomeno?
A livello nazionale si parla di 65 mila contratti a progetto con un reddito medio annuo di 9.953 euro annui, meno di 830 euro al mese. 50 mila sono i collaboratori sono nella pubblica amministrazione; 50 mila sono gli associati in partecipazione; ben 260 mila i professionisti con partita Iva anche se, su questa ultima categoria, è difficile avere un dato sicuro.

E in Provincia?
Purtroppo non abbiamo ancora dati recenti. Stiamo ancora facendo un lavoro di raccolta proprio in vista della campagna informativa. Nel 2013, secondo i dati raccolti dal centro per l'impiego, i contratti a tempo determinato erano il 45% del totale degli avviamenti al lavoro (circa 40 mila); solo il 25% è stato assunto a tempo indeterminato e il 30% finisce nel calderone dei contratti atipici, come gli interinali e il lavoro a chiamata.

Sono dati in crescita?
Sicuramente si, anche se il trend definitivo lo avremo solo quando sarà terminato il lavoro di raccolta. Però emergono già alcuni fenomeni preoccupanti, come la diminuzione del lavoro somministrato, ossia gli interinali, soprattutto nell'industria e nel terziario. Tuttavia, le agenzie di intermediazione che offrono lavori interinali, o somministrati, come sarebbe più corretto dire, restano il principale canale di inserimento nel mondo del lavoro.

Si riferisce ai giovani in particolare?
Purtroppo conosciamo tutti la realtà attuale che vede la disoccupazione giovanile al 46%. Una cifra record. Significa che un giovane su due non lavora. Purtroppo, però, alle agenzie interinali si rivolgono sempre più spesso anche gli over 45 che perdono il lavoro. Mentre in una fase iniziale le agenzie interinali erano una giungla selvaggia, dal 2003 in poi sono diventati canali di collocamento nel mondo del lavoro che offrono una serie di garanzie. Il lavoratore non è dipendente della ditta presso cui presta momentaneamente l'opera ma dell'agenzia che garantisce una serie di prerogative. A breve, anzi, partiranno anche in provincia gli sportelli della bilateralità, nati sull'esempio della cassa edile, in cui le agenzie alimenteranno un fondo per erogare sostegni al reddito, rimborso spede mediche, maternità, infortunio.

Come è la situazione in provincia sulla disoccupazione giovanile?
Allarmante. Il provincia di Alessandria è al 46,7% nella fascia tra i 15 e i 24 anni. Il dato regionale è del 40,2%. Nella fascia 15 – 29, che forse ha una maggiore valenza, è del 30%.
Il Piemonte, e questa è invece una notizia positiva, è stata la prima regione a partire con il “piano di garanzia giovani”, recependo le direttive europee. Si tratta di 5,6 milioni di euro del fondo sociale europeo per la ricollocazione tramite formazione, un settore in cui in Italia si è sempre investito troppo poco.

Tornando al tema iniziale, quello della precarietà, quali sono le proposte dei sindacati per combattere l'abusivismo?
E' una battaglia che si combatte intanto con l'informazione e poi con una serie di proposte a livello governativo per rendere l'applicazione di tali contratti più onerosi dal punto di vista della contribuzione, equiparando, se non totalmente, i contributi a carico delle aziende pari a quelli del lavoro dipendente. Ad esempio, per chi ha la partita Iva non sono previsti contributi previdenziali, mentre chiediamo l'introduzione di un minimo. Come sindacato chiediamo poi che venga introdotta una percentuale massima di contratti atipici sul totale della pianta organica, come lo è per i tempi determinati; l'introduzione dell'indennità di disoccupazione ordinaria anche alle categorie atipiche.
30/06/2014

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