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Alessandria

Ero in carcere e sei venuto a trovarmi

Una mattina gelida, con le Alpi innevate come sfondo, parto dal convento e mi avvio verso la sede dei miei esercizi spirituali, il carcere di Alessandria...
ALESSANDRIA - Pubblichiamo uno scritto di padre Giuseppe Giunti pubblicato sull'Osservatorio Romano del 22 dicembre. Racconta della visita del padre nel carcere di Alessandria, nell'ambito di un progetto chiamato "fratelli briganti", realizzato insieme alla cooperativa sociale Company e ai ragazzi del liceo di Scienze Umane di Casale. 


Una mattina gelida, con le Alpi innevate come sfondo, parto dal convento e mi avvio verso la sede dei miei esercizi spirituali, il carcere di Alessandria; ci conosciamo già con alcuni dei detenuti da poco più di un anno, da quando abbiamo realizzato il progetto Fratelli briganti, partito da un testo di fra Fabio Scarsato, Wanted. Esercizi spirituali francescani per ladri e briganti. Era stato proprio bello trovarsi con quindici detenuti, quindici ragazze del liceo delle scienze umane di Casale Monferrato, con alcuni amici della cooperativa sociale Coompany& nella quale sono formatore, con suor Margherita delle suore francescane missionarie di Susa a parlare, a riflettere, a ridere, a mangiare.
Ora vivrò fino a sabato questo momento di vita dal quale mi aspetto molto, visto che Gesù parlava certamente sul serio quando disse «ero in prigione e siete venuti a trovarmi» (Matteo 25, 36) e quindi Lui è qui e avrà da parlarmi, da donarmi qualcosa, senza ombra di dubbio. Ma non so che cosa.
Di solito alla parola “esercizi spirituali” si collega l’idea e il ricordo di giorni tranquilli, sereni, serviti e riveriti, in qualche splendida struttura accogliente. Magari con un bravo “predicatore” che firmerà copia di un buon libro scritto da lui. Qui invece la vita del carcere mi farà entrare in contatto con le guardie, gli educatori, i detenuti, il silenzio mi auguro.

All’ingresso il comandante della sezione, nel salutarmi, mi ha detto sorridendo «noi ci stiamo tutto l’anno, qui», sottinteso «lei una settimana», due a zero e palla al centro.
Il direttore ha pensato bene di suggerirmi di non stare solo negli spazi istituzionali dei colloqui, della palestra, della cappellina, ma di andare nei corridoi delle celle, pardòn delle camere di detenzione: capirò il perché molto presto. Ogni cella è un mondo: foto dei figli (della moglie no perché farebbe troppa nostalgia), provviste d’acqua minerale, libri — ma non in tutte — piccoli lavori artistici, addirittura un galeone in miniatura fatto col legno delle cassette di frutta, soprammobili costruiti con stuzzicadenti e sapo- nette istoriate e ovviamente pro- fumate.
Ogni giorno sarò invitato a pranzo in una cella diversa, con straordinari menù inaspettati. E quel tavolo di lavoro diventa una tavola imbandita, attorno alla quale si avviano poco alla volta colloqui e confidenze sempre più profonde e coinvolgenti. Come quando mi spiegano che la maggior parte di chi decide di cambiare lo fa perché una donna ha preso coraggio, ha messo le mani sui fianchi e guardando negli occhi il marito lo ha messo davanti alla vita, magari anche alla vita di figli. O come quando gridano la nostalgia di non aver finito nemmeno la scuola media, lasciando trasparire la paura che altri ragazzini ripercorrano la loro stessa strada malavitosa, nella stessa cultura, cominciando appunto da quell’età in cui bisognerebbe invece cominciare a gustare la bellezza di sapere di più, di scoprire di più, di cantare, di giocare in squadra, di affacciarsi alle amicizie, di gioire del proprio corpo ammirato da altri e da altre.

Quella tavola favorisce anche domande: Ma perché un frate, figlio di san Francesco, vuole stare proprio qua, non di passaggio, ma per giorni, consecutivi, condividendo tutto il possibile? E con pudore rispondo che mi aspettavo di stare nudo con uomini nudi, senza attese, senza niente da chiedere né da domandare. Per condividere almeno un poco di cammino. Solo col desiderio di incontrare una parte di umanità ferita e che ha ferito, dolorante dopo che ha inferto dolore, ma che Dio guarda con gli stessi occhi con cui guarda me, gli occhi di un padre che prova commozione e misericordia proprio nel vedere i suoi figli messi così male.
Le ore passano, con il ritmo asfissiante del tempo interminabile, senza che il cellulare, il computer, il campanello dell’ufficio parrocchiale ti mettano in contatto istantaneo col mondo, ma proprio con tutto il mondo, anche con luoghi dove è notte mentre tu vedi il sole o dove il sole sorge mentre tu fai a botte col sonno. E ogni volta che chiedi di passare da uno spazio a un altro ecco i varchi, le serrature, le attese. Un altro mondo. Certo, volevi vivere gli esercizi spirituali: allora onora l’impegno e non tirarti indietro!

Poi, piano piano cominciano le richieste che non ti aspettavi. Un colloquio, una confessione, ma una confessione fra lui e Dio, mediata da un povero frate e non da un avvocato d’ufficio o rilasciata davanti a un magistrato. Ed ecco il momento forse più profondo e coinvolgente, l’esperienza sacerdotale che scuote dentro di me memoria, cuore, formazione ricevuta, esperienze sedimentate. Dopo una mezz’ora di consegna del proprio peccato, di rimorso del dolore tremendo inflitto ad altri, di senso di responsabilità verso moglie e figli arriva il momento del perdono, dell’assoluzione.
Questa parola, assoluzione, qui davvero suona pesante, forse fuori luogo, forse dovremmo trovarne un’altra. Ma arriva e tu cominci sottovoce a dire... Io ti assolvo... Io? Sì, in questo momento tu parli e agisci nella persona stessa del buon Pastore, anzi meglio, di quel Gesù che in croce alla richiesta folle del condannato a morte vicino a lui risponde, col filo di voce, con un’offerta di amicizia, di connivenza, se si può dire così, tu oggi sarai con me in Paradiso. Gesù la mette sul piano della relazione, non discute di sconti di pena o di dettagli processuali, non accenna nemmeno a esami di coscienza puntuali e rigorosi; ma si fida di quelle parole piene di paura e di speranza. Quel criminale chiede che la sua vita non precipiti nel vuoto, nel nulla, è un mendicante di memoria, ricordati di me. Gesù dà senso ai miei giorni, ai miei anni sbagliati, perversi, dannati. E lui gli dà un appuntamento, ci vediamo in Paradiso. Folle. Per noi uomini piccini, non per lui Dio dal cuore immenso.
Io ti assolvo, ma come fai, mio Signore, a perdonare quella montagna di peccato, di vendetta, di violenza che sta qui per terra, fra me e quest’uomo? Io ti assolvo, ma allora anche per me, per tutti tu sei il Dio più grande di sbagli colpevoli e vigliaccate.

Ma devo portare adesso un’altra testimonianza, e anche questa parola suona giuridica, suona tribunale, suona carcere. Invece le voglio restituire il suo senso cristiano. Siamo alla vigilia dell’Immacolata, il pomeriggio del 6 e qualcuno mi chiama per dirmi che c’è un nuovo arrivo, da un altro carcere. Vado a salutare, a stringere un’altra mano non più assassina. Salve, come va? Sono fra Beppe. Un frate? Sì. E allora sbottona la camicia e mi mostra con gioia un rosario, dicendo sottovoce me lo ha regalato Papa Francesco. Il mio sguardo è perplesso e interrogativo, come avrà mai fatto a girare in qualche udienza, chissà! E invece, invece. Il Papa è venuto e ci ha lavato i piedi, era giovedì santo, ce li ha baciati e ha alzato lo sguardo. Dentro di me si è risvegliato qualcosa, ho sentito la nostalgia di una preghiera, di una amicizia col Signore. Non ero più quello di qualche ora prima.

Nel mio cervello è partito un flash. Fulminante. Allora la comunicazione elementare e potente di Papa Francesco non è soltanto un interessante fenomeno mediatico. Non si tratta di qua- cosa da studiare o addirittura immaginare preparato da un nascosto stratega dell’immagine vaticana. No, è l’efficace linguaggio delle parabole, delle carezze ai bambini, del sorso d’acqua chiesto alla Samaritana, dell’impuro tocco al cadavere del ragazzo di Naim. Tutta comunicazione di un certo Gesù di Nazareth che così arrivava al centro della vita delle persone. Ecco l’efficacia della comunicazione bergogliana, almeno in un caso certificato, visto, ascoltato da me ha facilitato l’incontro con Gesù.
Poi i discorsi e le domande sul perché la mafia e la camorra, il ruolo della non-scuola e la corruzione nelle amministrazioni. Ma tutto questo è altro, importante certo, ma altro rispetto ai miei esercizi spirituali che hanno toccato l’efficacia della misericordia comunicata proprio come faceva il buon Pastore. Grazie a gesti e sguardi di Francesco, vescovo di Roma, successore dell’apostolo Pietro che il carcere lo provò.

[L'Osservatore Romano - venerdì 22 dicembre - pag. 7]

1/01/2018

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