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Cinema

I migliori film del 2014

Fine dell’anno, tempo di retrospettive, repertori, classifiche e classificazioni. Anche quest’anno è bello indicare dieci film che per ragioni diverse vogliamo portarci dietro nel futuro. Da dove cominceresti per parlare dello stato del cinema nell’anno 2014? Nel personale e idiosincratica riduzione e selezione di un cinefilo, ecco dieci film scelti tra quelli distribuiti nelle sale italiane nel corso dell’anno
10. Il giovane favoloso - Mario Martone
Mario Martone e le fondamenta dell’Italia. Dopo Noi credevamo – affresco totalizzante e decisivo sui peccati originali, politici, con cui nacque l’Italia unita –, Il giovane favoloso. Cioè Giacomo Leopardi, il meno allineabile, il meno apertamente politico dei giganti della nostra cultura. Apparentemente. Salvato dalle maestrine e dalle antologie, dai romanticismi posticci – quanto rigore del cogito in quegli sguardi verso la luna – e dalle inezie biografiche, Leopardi finalmente vive. Martone da Leopardi trae grande cinema – dalle luci, alle ambientazioni, alla recitazione di un cast splendidamente guidato da un Elio Germano al ruolo più difficile della carriera – restituendo all’Italia il più decisivo dei suoi pensatori, il più spietato dei suoi critici, il più attuale dei suoi poeti.

9. Anime nere - Francesco Munzi
All’ultima Mostra di Venezia il cinema italiano ha mostrato il suo volto migliore – e pazienza se i premi li ha portati a casa il dimenticabilissimo Hungry Hearts di Costanzo. La mafia, la morte, il confronto famigliare, quel crogiuolo in cui ogni tensione, ogni stilla di sangue versato ribolle e ritorna. Ma oltre a nobilissimi riferimenti artistici c’è soprattutto l’Italia di oggi in questo film che si distingue per pulizia, rigore, onestà prima di tutto estetica. Un film tragico e freddissimo, estremamente rigoroso nella messa in scena, che restituisce uno spaccato attuale e insieme ridà linfa a un cinema di genere finalmente lontano da ogni strizzata d’occhio al glamour e alla commedia, al sensazionalismo e alla cassetta.

8. Interstellar - Christopher Nolan
Interstellar, una storia d’amore. Dopo Inception, film gemello, Nolan esplora di nuovo lo spazio, prima quello interiore, poi quello infinito del cosmo. E giunge alle stesse conclusioni: l’esperienza umana ha un’unica ragione, quella degli affetti, del nucleo primigenio, della famiglia, dei legami che resistono a tutto, che sono la costante, il filo d’Arianna che qui unisce le dimensioni, il primo e principale degli spazi non euclidei. Restituendo la fantascienza alle più totalizzanti delle sue ambizioni, Interstellar paga l’impossibile confronto con 2001: Odissea nello spazio, dal quale si discosta per la diversissima sensibilità umana che vi sottende. Pur con vari difetti – la colonna sonora invasiva, certe lungaggini nei troppo scoperti spiegoni – la conferma della potenza emblematica, e della libertà creativa, del cinema di Nolan.

7. The Look of Silence - Joshua Oppenheimer
Parte seconda dell’affresco documentario sul genocidio compiuto dalla dittatura Indonesiana negli anni Sessanta. Dove il precedente The Act of Killing mostrava gli aguzzini vantarsi dei loro crimini, quest’ultimo film, Gran Premio della Giuria a Venezia, si concentra sulle famiglie delle vittime. Adi gira con una valigia piena di lenti. Le mette ai suoi anziani interlocutori ma essi non sembrano mai convinti del miglioramento che porta alla loro vista. Un uomo che mette occhiali che non funzionano mentre con le sue domande cerca, invano, di far mettere a fuoco le orrende responsabilità di chi ha di fronte. Lo scarto tra gli occhi degli uni e le lenti dell’altro non è – potrà mai essere? – componibile. Ma le ottiche di Oppenheimer funzionano a meraviglia, il suo cinema è nitido e dalla profondità di campo infinita.

6. A proposito di Davis - Joel & Ethan Coen
Llewyn suona folk al leggendario Gaslight Café ma non ha un soldo, dorme sui divani, non riesce a tenersi una donna né un gatto, con puntuale necessità schiva, ricambiato, la fortuna. A proposito di Davis è una gemma che si incastona splendidamente nella produzione dei fratelli Coen. Manca forse la potenza epica di quella mitografia a posteriori (posteriore al mito americano, alla classicità dei linguaggi, ai generi, alla modernità cinematografica), tipica delle opere maggiori (penso a Crocevia della morte, Barton Fink, Non è un paese per vecchi, Il Grinta), ma capace di regalare un nuovo, emblematico, episodio di quell’odissea in lettera minuscola che compone il cinema dei Coen: un viaggio nelle americhe e negli americani dalla parte del loser, dell’uomo che non c’era, della monade il cui libero arbitrio è solo una minoritaria funzione in quella caotica partita a dadi che è l’esistenza.

5. Solo gli amanti sopravvivono - Jim Jarmusch
Jim Jarmusch, formidabile spirito libero del cinema americano, e i vampiri. Vampiri veri, che bevono sangue e sono dannatamente cool. Il più inflazionato filone del mainstream contemporaneo nobilitato in una notturna, raffinatissima, romantica elegia a quel che di migliore l’essere umano ha, aveva, in sé. La sequenza centrale, in cui gli amanti immortali Eva e Adam (Tilda Swinton e Tom Hiddleston) vagano per una Detroit deserta, lunare, già finita, già rovina di se stessa, già casa di zombi, è uno dei momenti di cinema più alti dell’anno.

4. Locke - Steven Knight
Un uomo – Tom Hardy – un’auto, un telefono, un’autostrada di notte. C’è solo questo ed è tantissimo. Una sceneggiatura di ferro, una prova attoriale sublime di Hardy (che definitivamente entra personalmente nel pantheon dei grandi attori contemporanei) che interpreta un uomo al bivio, che decide coraggiosamente di prendere una strada, assumere una responsabilità e affrontarne le estreme conseguenze, anche se significano stravolgere tutta una vita. Per non assomigliare a qualcuno che l’ha preceduto. Locke è un saggio di economia stilistica e perfezione strutturale.

3. Boyhood - Richard Linklater
Il Tempo che scolpisce il Cinema. Il regista ha raccolto ogni anno, per dodici estati, una troupe, un gruppo di attori e ha filmato il tempo passare. La vita di Mason, dai sei ai diciotto anni, è diventata Boyhood. Richard Linklater porta alle estreme conseguenze, anche produttive, il suo tarlo, la ferita d’artista che non può rinunciare a stuzzicare, riuscendo in un’impresa disperata, vincendo la scommessa folle di attraversare un abisso – quello della peggiore televisione, del kitsch più bieco, della morbosità da buco della serratura – sul filo sottile di un’arte cinematografica purissima. Boyhood è un piccolo grande miracolo di grazia e di scrittura. È tutto tranne che un documentario, è “finto” e “vero” insieme come un grande romanzo: è baciato da una sceneggiatura talmente saggia e delicata, talmente invisibile, da sfiorare l’utopia definitiva del cinema che si scioglie, perde la bidimensionale materialità della sua finzione, per finire con l’illuderci di assistere, davvero, alla vita.

2. The Wolf of Wall Street - Martin Scorsese

A vent’anni da Quei bravi ragazzi Scorsese filma un’altra confessione-fiume, un altro viaggio forsennato e imprescindibile, antropologico e stupefatto, in un mondo in cui la violenza darwiniana della vita contemporanea appare in tutta la sua potente evidenza. I broker come i gangster, del resto già Guy Debord indicava nella mafia il modello del capitalismo avanzato. Jordan Belfort (Di Caprio) non necessita della violenza, ha capito che la costruzione, virtuale, di un bisogno crea astronomici tornaconti reali. Belfort non vende cose, vende ambizioni. E Scorsese in un ultimo movimento di macchina, questo sì profondamente etico, mostra il controcampo, quella massa percorsa dalla stessa ambizione di unicità e distinzione attraverso la ricchezza e noi, di fronte allo schermo diventato specchio, lo capiamo: Jordan Belfort è un virus da cui siamo già stati uccisi.

1. Belluscone, una storia siciliana - Franco Maresco
Franco Maresco, dieci anni dopo la fine del sodalizio con Daniele Ciprì, torna con un film impossibile. Un documentario sul rapporto tra Berlusconi e la Sicilia indagato nell’ambiente della musica neomelodica palermitana. Un finto documentario sul prevedibile fallimento del folle progetto e sulla scomparsa del suo autore. Dov’è la realtà e dov’è la finzione? Nel 1992 a Cinico Tv la voce di Maresco interrogava la testa di un uomo sporgente da una buca nell’asfalto: «Chi è lei?» «Sono un’autobomba, mi ha appena piazzato la mafia, sto aspettando un giudice». Era un’astrazione, arte. Ma era anche cronaca nerissima. Dopo vent’anni, i mostri hanno divorato la cornice, hanno invaso le strade, hanno acquistato il colore e il movimento di macchina. Ora Maresco ci nega la consolazione del filtro. Ci urla che quella Palermo lo ha ingoiato. Che il cinema non è più. Che la fine è arrivata, mentre noi in altre faccende affaccendati, non ce ne siamo accorti.
31/12/2014
Giacomo Lamborizio - giacomo.lamborizio@gmail.com

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