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Opinioni

Vince Grillo

Superata la fase dei commenti “a caldo”, una conclusione a me pare indiscutibile. Vince Grillo, “senza se e senza ma”, con buona pace di Bersani
Non solo perché il “5 stelle” ha conquistato il Comune di Parma e neppure per le percentuali di consenso che ha raccolto in molte situazioni locali, percentuali che ricordano passati consensi, da quelli dell’ “Uomo Qualunque” nel 1946, a quelli della Lega negli anni novanta, senza dimenticare sostanziali distinguo tra le diverse esperienze; vince Grillo “senza se e senza ma” non solo e non tanto perché si possa porre in dubbio che il PD ha certo ben meritato sul versante del consenso (vincere è altra cosa: altri ha evidenziato come la componente astensionismo abbia influito) e sulla tenuta elettorale, che gli permette la conquista di parecchie importanti Amministrazioni locali. Vince Grillo, perché ancora una volta si sta imponendo una mentalità del fare politica che affonda radici non proprio nuove, nella logica della protesta individuale e del tornaconto privo di elaborazione positiva nella costruzione della città dell’uomo: elaborazione che fa da premessa alla consistenza del partito politico.
Vince Grillo perché si conferma che anche la critica corrosiva, ma talora non priva di movente, può diventare rappresentativa di una domanda, quando a tale domanda non riescano a dare risposta fisiologica i partiti politici; ed ovviamente i partiti politici come luogo in cui i cittadini siano posti in grado di contribuire alla composizione di un progetto politico ed alla sua realizzazione.
Certo siamo ad una svolta dai caratteri e dalle dimensioni globali e non solo di natura finanziaria; forse sarà da prendere atto, ed agire di conseguenza, che il processo di globalizzazione va affrontato con un radicale cambiamento di mentalità. La prassi o, se volete, la subcultura del consumismo tutta interna all’occidente non regge alla prova dell’incontro tra situazioni molto squilibrate, economicamente e culturalmente; quando i popoli della miseria battono alle porte dell’opulenza, queste sono poste in crisi irreversibile. Di questa crisi, con ogni probabilità, la situazione finanziaria mondiale non costituisce che il fenomeno più appariscente.
Ciò posto ritorno alla questione specifica. Da noi, in Italia, la svolta marca il suo punto di risoluzione “catastrofica”; sia detto senza enfasi e senza complicazioni da tragedia. Lo intendo nel senso etimologico del termine: siamo ad un cambiamento radicale di stato, perché il gioco democratico è messo a dura prova nei suoi presupposti, come dire nei partiti politici.
Provo a fare qualche schematica osservazione nel merito.
In fondo, per lunghi decenni, nel secondo dopo/guerra anche in Italia si sono confrontati dialetticamente i due contenitori del bipartitismo: la Democrazia cristiana (D.C.) ha risposto alla complessa e variegata domanda del conservatorismo democratico nonché della solidarietà sottesa ad una marcata crescita economica; a mio parere, anche di un tentativo, non sempre riuscito, di una certa promozione sociale. Con tali presupposti, e per effetto del conseguente consenso elettorale, ha governato per poco più di quarant’anni. Per altro verso il Partito comunista italiano (P.C.I.) ed in genere la “sinistra storica” ha incarnato, in confronto dialettico con la D.C. la domanda molto radicata nella società civile di una democrazia progressiva di cui si sono colti parziali effetti significativi; non si può ignorare il ruolo del P.C.I. nella realizzazione di una scuola aperta a tutti, anche se le riserve sulla funzione del merito talora hanno bloccato riforme essenziali; né si può ignorare l’impulso dato dalla sinistra alla promozione del lavoratore, anche se con strumenti oggi in ragionevole discussione ( si pensi ad alcuni capitoli dello Statuto dei lavoratori). Le due parti in gioco, anche grazie ad una reciproca, se pur conflittuale, legittimazione, hanno assicurato una dialettica democratica funzionale allo sviluppo.
Il quadro si è interrotto bruscamente, molto più bruscamente di quanto si sia avvertito sul momento, quando un’iniziativa surrettizia, anche sfruttando una crisi di credibilità dei partiti caduti nelle sabbie della corruzione, ha raccontato e fatto credere che rappresentava le istanze più positive della destra democratica.
Per non far nomi, Berlusconi fu l’artefice purtroppo convincente di questa rappresentazione falsa di una sedicente cultura politica. In effetti una presenza attenta al solo tornaconto personale, all’individualismo ripiegato sull’interesse aziendale e di famiglia, alle scelte della propria fortuna finanziaria, fu gabbata come una svolta di libertà dal comunismo e dalla dittatura di una democrazia progressiva che mortificava il merito personale. Per questo non può stupire che abbia marcato significative convergenze con la Lega, dal momento che si voleva gabbare come progetto di una destra democratica, la scelta di ignorare ogni senso dello Stato, in nome del particolare campanilistico o, peggio, individualistico.
Per questo quando oggi si parla di implosione del P.D.L. non si può identificare banalmente il fallimento di Berlusconi con la caduta di una progetto politico di una destra democratica. Sarà piuttosto da dire che una vera destra democratica, in Italia è sempre stata, almeno nel secondo dopo/guerra, tanto minoritaria, da non aver mai significativamente prodotto effetti importanti nella vita della nazione. E forse anche per questo, da questa parte, non ci sono state significative resistenze alla disavventura belusconiana. Ci sarebbe invece da tenere conto dell’appoggio trovato dal cavaliere da parte degli eredi/conservatori provenienti dalla D.C. in frantumi; peraltro di questo si è lungamente ragionato da parecchie parti e da molti opinionisti.
Se Berlusconi si è presentato come l’interprete della destra democratica, si è anche presentato, non come l’avversario, ma come il liquidatore dei progetti “comunisti”. A suo dire, un dire assai ascoltato, l’idea di una democrazia realizzata, che non si accontentidelle regole, ma punti ai progetti solidali di promozione della persona costituisce una deriva “comunista”: una deriva esiziale ed antidemocratica. La lotta fatta alla Costituzione della Repubblica ed in particolare alla realizzazione integrale del cittadino e la sua partecipazione alla vita politica, attraverso il progetto convergente di merito e solidarietà, costituisce solo uno dei tanti capitoli delle sue esternazioni e dei suoi tentativi di governo, se non esiziali almeno molto problematici per una corretto indirizzo democratico del Paese.
Ora siamo alla frutta. Da una parte sarebbe necessaria la ripresa (ma per l’Italia, a mio parere sarebbe una formazione dalle fondamenta) di una destra democratica, garante delle regole, consapevole del significato che comporta il senso dello Stato, promotrice di una legalità fondata sul consenso e sulla domanda di onestà che larghe fasce del paese reclama. Non credo che questa destra possa nascere dalle macerie di un’esperienza che ha sempre negato questi presupposti di cultura politica.
Dall’altra però, voglio dire sul fronte della tradizione che ha creduto nella democrazia realizzata, sarebbe indispensabile una leadership che sapesse interpretare e fare sintesi degli apporti diversi delle culture di riferimento. Si tratterebbe di rispondere alla domanda di promozione della convivenza civile che si fondisulla valorizzazione del merito a servizio del bene comune.
Qui le premesse ci sarebbero. Chi ha creduto sinceramente ai possibili percorsi del Partito democratico (PD), ha sperato nell’incontro tra culture che non si sono mai svendute alle disavventure né del berlusconismo (ma non sta lì l’esperienza più censurabile dell’antipolitica?), né della Lega, né di altre derive connotate di scarsa tenuta democratica. Si tratta di culture che nella vita della nazione hanno contato, che hanno posto le basi di una democrazia autonoma da ogni egemonia di parte, ma che hanno enfatizzato la dialettica ed il confronto libero tra posizioni legittime. Queste culture, o gli eredi di coloro che le hanno pensate tentano di convivere nel PD. Io continuo a sperare che questo tentativo non degeneri in un aborto.
Riusciranno le due parti a ridarsi o a darsi forma? In altre parole, si può sperare in una ripresa di partiti che sappiano superare la fase della corrosiva protesta, per incanalare la domanda dei cittadini in un percorso costruttivo? A mio avviso il loro successo costituisce una indispensabile premessa del nostro futuro e del futuro della nazione; più indispensabile del pur necessario salvataggio economico e finanziario.
 
24/05/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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