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Opinioni

Venticinque aprile: dalla memoria al progetto

Il dibattito in corso sulla funzione dei partiti, a fronte di una loro crisi profonda, denuncia la preoccupazione sottesa, della insufficienza della politica e del suo ineliminabile ruolo nella determinazione della dialettica democratica...
Condivido la preoccupazione e prendo atto della sensibilità, espressa anche ai massimi livelli di responsabilità istituzionale, attenta ad una possibile ed indispensabile ripresa del tessuto di una democrazia compatibile con la fisiologica condizione delle istituzioni costitutive del Paese.
Ciò posto, a me pare che nessuna preoccupazione e sensibilità, pur indispensabili, siano in grado di sciogliere e tanto meno risolvere i nodi di un passaggio epocale che necessita di risposte adeguate e conseguentemente del tutto radicali; non per distruggere l’impianto costituzionale su cui si regge il nostro Stato, ma per aggiornarlo in una condizione di crisi generalmente riconosciuta.
Per questo mi pare del tutto opportuno richiamare le condizioni che si sono realizzate attorno al venticinque aprile del 1945 ed alle iniziative dei suoi protagonisti e verificare se si possano porre fra quel passaggio storico ed il nostro alcune analogie pur nelle evidenti diversità; analogie che ci possano servire da traccia per adeguati interventi risolutivi del passaggio critico che stiamo attraversando.
Si trattava allora di ricomporre e riproporre le condizioni dello Stato democratico, secondo alcuni attraverso una fondazione o rifondazione dalle radici, secondo altri riprendendo ed aggiornando una tradizione liberal/costituzionale che aveva dato forma all’unità della nazione. Non mi pare il caso di ragionare ed approfondire ora le ragioni degli uni e degli altri; sta di fatto che tutti si posero nelle condizioni di riferirsi ad un’ispirazione, di comporre un’identità ed infine di costruire un progetto condiviso. Ispirazione, identità e progetto furono un trinomio presente e fecondo per la formazione della Repubblica realmente democratica; mi chiedo ora se si possa richiamare lo stesso trinomio.
Intanto l’ispirazione. Negli anni che prepararono il venticinque aprile e l’uscita dal tunnel della violenza totalitaria, l’ispirazione comune dei protagonisti, pur con diverse sensibilità e distinte modalità di approccio, fu quella della ribellione; ribellione alla prepotenza dei regimi autoritari, ribellione alla prevaricazione violenta del totalitarismo sui diritti delle persone e dei rapporti sociali. Si trattò di una ribellione condivisa, anche (giova ripetere) se per alcuni da tale ribellione si poteva trarre un ripristino aggiornato di quanto c’era stato di buono nella vita della nazione, prima dell’esperienza fascista; per altri invece si doveva chiudere con tutte le esperienze di una società radicalmente ingiusta che dall’egoismo degli individualismi e del capitalismo aveva prodotto la degenerazione più negativa dei totalitarismi di Stato.
Ora, io credo che ci sia bisogno di una nuova ribellione; la ribellione non alla politica, come molti vanno prospettando, ma la ribellione alle sue banalizzazioni; una ribellione alla politica come luogo di potere anziché di servizio, come luogo di arrogante prepotenza anziché di attenzione alle domande della società che dovrebbe rappresentare e promuovere. E tuttavia si tratta di una ribellione che necessita di un presupposto o, se rivuole, di una ribellione precedente, almeno in senso logico, una ribellione all’indifferenza diffusa ai valori, alla scelta del tornaconto personale anziché alla condivisione dei percorsi comuni: in ultima istanza agli egoismi individuali che sono da una parte l’anticamera del disimpegno e, dall’altra, della scelta dell’antipolitica, nel disprezzo degli interessi generali e comuni a vantaggio degli interessi particolari e di gruppi inclusivi e chiusi nella difesa del proprio tornaconto.
C’è bisogno di una ribellione; e fin qui, la prima componente del trinomio: l’ispirazione che potrebbe produrre i presupposti di una ripresa,
La seconda componente riguarda l’identità che dovrebbe animare un cammino di ricompattazione dell’impegno politico. Ora se l’ispirazione può comporre un’unità dei protagonisti, l’identità inevitabilmente divide; la divisione tuttavia non può diventare motivo di scontro, ma dinamica di confronti tra proposte in dialogo fra loro.
Per quanto mi riguarda e per quanto può riguardare una delle identità disponibile al confronto, c’è una diffusa convinzione che va recuperato il giusto riconoscimento del merito individuale, messo a servizio della crescita comune. Si tratta di un’identità che passa attraverso sì la promozione del diritto della persona e delle persone, ma soprattutto, ed in ultima istanza, attraverso un contesto comunitario in cui si realizzi il massimo possibile di benessere; come dire il massimo possibile di crescita. E la strada maestra per tale percorso non può essere che la scelta di promuovere la ricerca e la formazione; non si cresce se non si hanno risorse di pensiero, risorse di tecnologia e se non si danno le condizioni perché tali risorse siano messe alla disponibilità del maggior numero possibile di persone. Nello stesso tempo però non si cresce se, acquisita tale disponibilità, i capaci ed i meritevoli non sono posti nelle condizioni di crescere in spirito di solidarietà nei rapporto sociali in cui sono chiamati ad operare. Credo che le ragioni che potrebbero scaturire da un simile presupposto identitario possano trovare gli spazi di confronto con diversi ed alternativi presupposti per un confronto dialettico che ridia fiato ai partiti e ragionevole ripresa alla vita politica ed alla fisiologia democratica della nazione.
C’è da dire del progetto. Dopo gli eventi della guerra e grazie ai protagonisti delle vicende che trovano un riferimento di memoria nella data del venticinque aprile, il progetto non poteva essere che la ricostruzione delle forme democratiche, ma anche delle condiziioni per una loro effettiva e sostanziale realizzazione. Per alcuni il progetto prevedeva o si augurava anche un avvio del processo di formazione graduale dell’Europa, in senso politico. Non mi soffermo su ciò che altre volte mi è capitato di trattare; oggi tuttavia il progetto non può che prendere atto del fenomeno irreversibile della globalizzazione; non può ignorare il contesto, a livello mondo, delle più diverse culture, per tanti versi incapaci di comunicare se non ci sia una governo ragionevole nell’individuare e promuovere le loro possibili ed augurabili compatibilità. Se si costruiscono dei muri di difesa, questi crolleranno rovinosamente, come sono sempre crollati, nel corso dei secoli i muri che si sono opposti al cammino, spesso (o sempre) contraddittorio della storia. Per questo il progetto necessita di un governo del mondo, un governo che o si programma con una previdente e ragionevole proposta della politica, o che finirà per imporsi con conseguenze imprevedibili forse anche di sopraffazione e di violenza.
Certo, si tratta di una prospettiva inquietante e di un cammino particolarmente impegnativo, ma, almeno personalmente, non riesco a vedere alternative. 

[Da appuntialessandrini.wordpress.com]
25/04/2012
Agostino Pietrasanta - redazione@alessandrianews.it

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