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Opinioni

Una discutibile riedizione

Il dibattito sul dopo/Monti è in atto da qualche tempo ed è facile augurarsi che ci sia una ripresa della politica, dopo la parentesi, imposta dalle situazioni, di un esecutivo tecnico
Resta il fatto che se le opinioni concordano sulla necessità che sia la politica e la sua ripresa a riappropriarsi di un’agenda per la ricostruzione della società nazionale disastrata, e non solo sul piano economico e finanziario, c’è anche una comune constatazione di un quadro fragilissimo delle varie forze politiche che dovrebbero essere le protagoniste del futuro del Paese.

Pochi giorni fa, la nostra pubblicazione, per la firma di Marco Ciani, ha descritto la situazione disastrata delle parti politiche in gioco nel Paese; ne è emerso un quadro dalle tinte tanto realistiche quanto fosche, su cui è inutile ritornare.

Una questione però, all’interno e nel contesto di questo quadro, si ripresenta con il carattere di un’attualità interessante: la questione della presenza di cattolici in politica. Potrà sembrare che mi voglia ripetere, ma ci sono continue riproposte, anche su media di ispirazione laica che attengono tale presenza; sono riproposte che meritano sicuramente, almeno a mio parere, una qualche adeguata attenzione.

Parto dal solito presupposto che, nonostante i molti pareri in contrario, mi pare ormai di difficile contestazione: un partito di cattolici non è più possibile e dunque la loro presenza percorrerà, secondo me, strade diverse, ammesso che riesca a percorrerle.

Per facilitare chi mi legge, ma soprattutto me stesso, scendo sul terreno di chi ripropone con forza e con ben altra autorevolezza della mia, la possibilità di un partito di cattolici, di un contenitore di parte che esprima un progetto ed una realizzazione autonoma, ma integrale di ispirazione cristiana. Le ragioni del succitato terreno sono, a prima lettura, impressionanti per rilevanza e quantità. Si ricorda che la presenza di movimenti e/o associazioni cattoliche nel sociale è di particolare efficacia: migliaia di soggetti operanti nell’ambito sanitario e socio/assistenziale; una robusta attività educativa e scolastica (e qui tuttavia la crisi morde forte); una risposta ai bisogni primari rappresentata da migliaia o decina di migliaia di pasti erogati ad un numero sempre crescente di indigenti al limite della miseria più nera; un’azione concreta di primo conforto agli immigrati; una diffusa realtà di consultori per la famiglia e di movimenti contro l’usura. Una forza di impatto straordinaria per la società civile, un credito di meritata (e non sempre concessa) gratitudine da parte della nazione.

Eppure, proprio qui sta, rispetto alla rinascita di un contenitore che si identifichi col partito politico, una prima difficoltà. Si tratta di una presenza di volontariato di rilevanza indiscussa, ma molto spesso sostitutiva di un progetto che renda le istituzioni capaci di farsi carico in istanza, non esclusiva (il volontariato sarà sempre indispensabile), ma certamente centrale dei problemi della società. Dirò di più, con la speranza di non essere frainteso: molto spesso gli attori di tutta l’attività che costituisce vanto dei cattolici, si sono proposti, in alternativa alla politica e talora per sfiducia nella politica. Si tratta, allora, di guardare con attenzione se ci siano le premesse perché ciò che è meritoria attività di volontariato, possa costituire forza attiva per un’elaborazione di pensiero e di un’organizzazione di parte, ispirata al principio cristiano,da contrapporre dialetticamente ad altre parti. Senza di questo non c’è politica e non c’è partito; e, sommessamente penso, che la maggior parte di coloro che operano nel volontariato non solo non condividano le premesse ideali per una formazioni politica, ma neppure abbiano intenzione alcuna di impegnarsi in un partito politico, almeno ai livelli di responsabilità e di leadership. E dunque richiamare la forza di una presenza, sia pure encomiabile di volontariato, come prospettiva per una rinascita di un partito di cattolici, mi pare operazione del tutto impropria.

C’è un’altra motivazione, sempre in capo ad autorevoli editorialisti dei nostri quotidiani, per ribadire la possibile rinascita di un partito di cattolici: il richiamo alla tradizione. Se altri (in genere si cita De Gasperi) ha potuto, in altre situazioni, fondare un partito del genere, ciò può succedere ancora. Certo tutto è possibile, ma faccio riferimento all’inciso: “in altre situazioni”. A parte il riferimento alla leadership di De Gasperi, che oggi è difficile intravedere tra i cattolici che tentano di impegnarsi in politica, la situazione è radicalmente diversa da quella del secondo dopo/guerra anche per una rappresentanza di parte, di ispirazione cristiana autonoma.

Lo statista trentino interpretava una rappresentanza che oggi non ha più consistenza sociale; rispondeva alla domanda dei ceti medi su due versanti. Sul versante della riconosciuta diga al comunismo ed ai suoi possibili successi anche elettorali; e sul versante del contenimento delle forze reazionarie che tentavano di riprendere fiato. Ora è fin troppo comprensibile che gli interessi rappresentati in quel momento dal partito della Democrazia cristiana (DC) erano difesi dalla presenza di cattolici in politica su entrambi i versanti. Inoltre la Chiesa, dopo un momento di incertezza decise di delegare al partito tutti i suoi interessi, anche di presenza nella società. L’atteggiamento prevalente, anche se talora ambivalente per non dire ambiguo, fu quello della fiducia della Chiesa nella DC, cui veniva concessa una “sufficiente” autonomia, nonostante alcuni scontri o alcune ingerenze, sempre rintuzzate da De Gasperi.

Oggi si fa fatica a capire quale rappresentanza sociale diffusa potrebbe essere interpretata da un partito di esclusiva presenza di cattolici: la crisi dei ceti medi, anche su questo versante si fa sentire non poco.

Ancora; e veniamo ad un terzo ordine di considerazioni. Manca del tutto un comportamento adeguato delle gerarchie ecclesiastiche. La loro fiducia va spesso ad interventi diretti sui vari problemi della politica; e non solo per dichiarazioni di principio, ma anche per ingerenze nelle scelte di schieramento che i cattolici dovrebbero porre in essere. La crescente insofferenza nei confronti di Casini da parte dei vertici della CEI (Conferenza episcopale italiana) per le sue perplessità ad accogliere, se non promuovere, un’alleanza con la destra moderata, sia pure senza Berlusconi (attenta eminenza Bagnasco: sta ritornando!) ne sono sintomo inquietante. Altra volta la fiducia viene riposta in schieramenti casuali, ma sempre pilotati o controllati, per rispondere ancora ad altre e complesse situazioni. La “caduta” dei DICO (ma le questioni rimosse si ripresentano) che non ha risposto all’esigenza, propria del “bene possibile” in politica, di fissare dei doveri (e non solo dei diritti!) alle convivenze, costituisce la controprova di tale mal riposta fiducia.

In sostanza non si da possibilità di ricostituzione di un partito di cattolici, senza la premessa e la prassi dell’autonomia dei laici in politica. Senza questa autonomia ci sarà sempre una ricorsa a capire, ad interpretare, ad adeguarsi ai comandi dell’autorità ecclesiastica, la quale tutte le volte che prende iniziative di parte contribuisce ad annullare la indispensabile distinzione (non la separazione) tra “il principio non negoziabile” ed il massimo possibile della sua realizzazione. Su questo secondo versante si gioca la possibilità per i cattolici di rinascere come parte autonoma (parlo di possibilità, non di certezza).

Non se ne esce: senza autonomia, non c’è mediazione, non c’è compromesso di realizzazioni, non c’è dialettica, non c’è politica. 

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]
26/07/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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