Sei in: AlessandriaNews / Opinioni / Un impegno di cattolici per la crescita democratica - 21/06/2012
Opinioni

Un impegno di cattolici per la crescita democratica

Un autorevole quotidiano milanese ha rilanciato la questione della presenza dei cattolici in politica, non escludendo un contenitore specifico; in altre parole un partito ad ispirazione cattolico/liberale
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Dico subito, ed in premessa, che non credo più possibile una simile prospettiva ed un conseguente adeguato percorso. E’ vero che in altre situazioni un partito di cattolici ha costituito una forza democratica ed una speranza per il Paese, ma se la storia ed il contesto hanno significato, nell’attuale contingenza, la situazione è fondamentalmente e, forse, radicalmente diversa.
Si richiama, in prima battuta , l’esperienza di Luigi Sturzo; credo però che il richiamo, quando voglia riproporre, per l’oggi, un’esperienza di partito di cattolici, non sia adeguato. Intanto c’è da dire che il leader del Partito popolare italiano (P.P.I.) non fu un cattolico liberale, nel senso proprio; forse lo fu per il senso dello Stato e della istituzioni, ma non lo fu nel proporre, secondo le stesse istanze del Movimento cattolico ottocentesco, il primato della società civile e non lo fu quando si fece promotore lucidissimo, delle ragioni della rappresentanza locale.
Ancora. Sturzo interpretò una forte esigenza di composizione unitaria del complesso pianeta cattolico, dopo l’esperienza ed infine il superamento dell’opposizione allo Stato unitario. Tale esigenza costituì la base che permise la composizione unitaria del P.P.I.
Dove stanno oggi gli stampi e le fondamenta di una composizione unitaria di cattolici in politica? Mi pare non ci siano proprio e dirò tra poco il mio (ovviamente opinabilissimo) pensiero.
Il discorso su De Gasperi è ancora più semplice. La sua Democrazia cristiana trovò una ragione per l’unità di cattolici (ma in questo caso, qualcuno potrebbe dire “dei cattolici”) sia nella resistenza anticomunista compatta secondo i desiderata della Chiesa, sia nella resistenza, secondo un giudizio storico più sofisticato, alle derive autoritarie di destra ritenute necessarie (almeno da qualcuno, non esclusi alcuni vertici ecclesiastici) per una lotta adeguata al comunismo, a fronte di una D.C. accusata di scarso anticomunismo.
Qui è persino inutile osservare che tali ragioni non sussistono in alcun modo, né possono essere richiamate.
In definitiva il richiamo a Sturzo o a De Gasperi, nel tentativo di riproporre un contenitore unico della presenza cattolica nella costruzione della città dell’uomo non regge e risulta del tutto improprio. Anzi, venute meno le motivazioni contingenti dell’unità, si ripropongono con caratteristiche ovviamente mutate, le diversità già emerse, sia nell’esperienza del P.P.I., sia in quella della D.C. Si tratta di diversità importanti che marcano almeno due posizioni tra loro inconciliabili.
Una prima posizione ha visto i cattolici elaborare un’idea di Stato attento alla complessità sociale e una valutazione delle istituzioni a servizio della “società civile”; ha progressivamente maturato un pensiero complesso sulla democrazia, attento al rispetto di regole condivise, ma anche sensibile alle ragioni di chi lasciato solo non riesce ad inserirsi nella dialettica aperta alla promozione sociale. Questa posizione si radica storicamente nella corrente del M.C. per il quale i diritti individuali e dei gruppi costutuiscono un fatto ed una prospettiva di giustizia che comporta una coerente presenza nella dinamica e nel confronto politico. In definitiva, secondo questa posizione, i diritti sono il risultato di una conquista condivisa anche dai ceti popolari nelle lotte della politica e la loro piena realizzazione costituisce il presupposto della democrazia.
Una seconda posizione ha tradizionalmente condiviso, con la prima il senso delle istituzioni e dello Stato, ma non ha mai pensato alla complessità politica, come un percorso inevitabile, almeno da parte dei cattolici, per una conquista condivisa dei diritti individuali e personali. Nella sua forma originaria, questa posizione, riteneva che i diritti e la loro realizzazione, non fossero il risultato di una lotta politica condivisa, ma una concessione di carattere gratuito da parte dei ceti e delle forze gerarchicamente superiori. Costoro, hanno ritenuto a lungo che la democrazia si riducesse ad una benevola azione a favore del popolo (“actio benefica in populum”), un popolo escluso dal protagonismo della dialettica politica.
Resta ovvio che con il tempo le posizioni sono maturate, ma è rimasta come motivazione della presenza di cattolici in politica la duplice matrice dai due volti di per sé non conciliabili. Un volto ha condiviso l’idea di una democrazia delle regole e dei contenuti, delle procedure condivise, ma anche della concreta realizzazione dei diritti della persona, essere sociale aperto alla promozione integrale delle sue capacità; un secondo volto ha limitato il ruolo della democrazia alla concessione di regole e di forme, senza la preoccupazione di promuovere coloro che, più deboli, da soli non sarebbero in grado di partecipare alla vita della cittadinanza attiva. Non che si siano disinteressati alla debolezza sociale, ma lo hanno fatto sempre come dovere di volontariato, non come impegno di servizio politico.
Si tratta di due concezioni che finiscono per interpretare diversamente anche la realizzazione piena delle attuali prospettive istituzionali; per non dilungarmi, mi basterà osservare che la prima ritiene indispensabile la piena attuazione di una Costituzione sostanziale; la seconda si orienta a proporre la semplice sostenibilità degli aspetti formali della democrazia. Non è senza motivo che questa seconda istanza abbia potuto collaborare nell’ultimo ventennio con una destra che ha tentato di vanificare il progetto solidale della Carta costituzionale; mentre la prima ha contrastato tutti gli attacchi di volta in volta portati contro la Legge fondamentale dello Stato.
C’è troppa distanza tra le due posizioni; resa ancora più radicale dalla diversa prospettiva di approccio alle indicazioni della Chiesa perché l’una reclama l’autonomia del Laicato nella realizzazione della città dell’uomo, fatto salvo il riferimento alle ispirazioni di principio, la seconda per motivi evidenti di consenso elettorale, vorrebbe declinare, senza alcuna mediazione culturale, le indicazioni della Chiesa in politica. Tutto questo, s’intende senza entrare nel merito di una prassi scorretta e corrotta che ha occupato la politica e le sue varie presenze; non solo, purtroppo, quelle dei cattolici.
Se tutto questo è vero, se la frattura nella presenza di cattolici, nella politica, è ormai in stato di indiscussa evidenza, parlare di un nuovo partito cattolico/liberale mi sembra sul serio fuori luogo: si costituirebbe un aggregato litigioso o due aggregati assolutamente deboli e non solo sul piano dei numeri.
Anche per questo, da tempo insisto sull’unica possibilità di una presenza che riesca a conciliare le culture politiche della solidarietà; una prospettiva che personalmente non vedo che nello schieramento, sempre e purtroppo solo in cantiere (!) di una sinistra riformista e democratica che faccia sintesi delle diverse tradizioni maturate nella storia del pensiero politico del nostro Paese.
21/06/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it


 
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