Sei in: AlessandriaNews / Opinioni / Sulla famiglia: ragioni e ritardi della Chiesa - 11/06/2012
Opinioni

Sulla famiglia: ragioni e ritardi della Chiesa

Le giornate milanesi, promosse dalla Chiesa, nei giorni a cavallo tra la fine di maggio ed i primi di giugno, hanno riproposto ed hanno richiamato le questioni connesse alla famiglia con ragionamenti che potrebbero interessare anche il mondo laico
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Le adunate popolari ed “oceaniche” non mi entusiasmano e non solo per l’inevitabile richiamo, che rischiano di proporre, di passate esperienze antidemocratiche ed autoritarie italiane ed europee. Non mi entusiasmano perché da cittadino interessato al confronto difficile della politica e da credente convinto delle ragioni meditate della coscienza personale, mi ripresentano le diverse se non opposte immagini delle piazze abbandonate alla massa e dei raduni promossi dall’associazionismo cattolico del secondo dopo/guerra o dei movimenti ecclesiali nel passaggio straordinario per molti versi, del pontificato di Giovanni Paolo II.
Resta ovvio che non ho alcuna intenzione di esprimere un giudizio di dissenso da queste esperienze; dico semplicemente che non mi hanno mai entusiasmato; la piazza ha sostituito con la sua carica emotiva, il confronto dialettico sui problemi e le adunate hanno trasmesso un’immagine forte di presenza, ma hanno spesso ignorato il messaggio che avrebbero dovuto presupporre.
E tuttavia le giornate milanesi, promosse dalla Chiesa, nei giorni a cavallo tra la fine di maggio ed i primi di giugno, hanno riproposto ed hanno richiamato le questioni connesse alla famiglia con ragionamenti che potrebbero interessare anche il mondo laico: sicuramente quello credente, ma anche quello che non ritiene di condividere alcuna fede religiosa.
Certo, coerentemente al suo impegno di evangelizzazione, la Chiesa propone un tipo di famiglia che viene definito tradizionale: l’unione di un uomo e di una donna legato da un vincolo di stabilità e, nello specifico di stabilità fondata sul sacramento. Lascio stare quest’ultimo aspetto dal momento che il sacramento presuppone una scelta di fede, ormai condivisa da una minoranza, sia pure non proprio irrilevante.
Vengo invece alla questione della stabilità della famiglia , “come società naturale basata sul matrimonio”, secondo il ben noto dettato dell’articolo 29 della Costituzione della Repubblica. Questo mi permette di introdurre una delle poche osservazioni che mi vengono suggerite dalle giornate milanesi che, tra l’altro hanno marcato sul serio presenze di massa.
Sappiamo bene che, al di là della sua attività di evangelizzazione, la Chiesa si richiama a questo dettato costituzionale, che ovviamente riguarda l’Italia, per sostenere che la famiglia cosiddetta tradizionale, merita un’attenzione, se non esclusiva certo prioritaria da parte delle istituzioni.
E qui nasce una prima serie di osservazioni; quand’anche non si voglia contestare e, per quanto mi riguarda non intendo contestare, l’interesse di principio nei confronti della famiglia “tradizionale”, mi chiedo quanto basti o quanto serva la dichiarazione di principio. Di fatto ci troviamo di fronte ad una delle più straordinarie contraddizioni che abbiano connotato l’intervento della Chiesa in specifica materia, nei comportamenti pratici e soprattutto pastorali; questo perchè la Chiesa ha si predicato, come era suo diritto, la stabilità del vincolo coniugale, ma ne ha affrontato la relativa realizzazione concreta, con interventi di prevalente dissenso se non di condanna di chi agiva in modo difforme. La questione degli aiuti delle istituzioni alla famiglia, almeno fino a quando quest’ultima non è pervenuta ad esperienze conclamate di crisi, è stata ignorata. Non che spettasse alla Chiesa come tale provvedere direttamente a tali interventi (talora lo ha fatto con le sue organizzazioni di volontariato); resta il fatto che per una incredibile eterogenesi delle realizzazioni rispetto alle ispirazioni, proprio nel nostro Paese, governato da una maggioranza cattolica per decenni, non si è mai provveduto nel sostegno adeguato alla famiglia.
Certo questo sarebbe stato compito dei laici impegnati in politica, ma i laici avrebbero dovuto farlo secondo i principi di autonomia che spesso sono stati negati e che invano il Concilio Vaticano II ha richiamato. E’ mancata in definitiva una politica della famiglia che sicuramente ha contribuito alle difficoltà di oggi; e questo, in senso laico (sarà laicità buona?) è la questione che andrebbe ripresa ed affrontata. E siamo in evidente ritardo.
Se questo attiene un primo ordine di osservazioni, il secondo mi viene suggerito da un passaggio del discorso di Benedetto XVI, pronunciato a Milano, di fronte ad un milione di persone. Egli con riconosciuta sensibilità pastorale, ma anche con consapevolezza dei fenomeni in atto ha invitato tutti coloro che rispetto alle indicazioni della Chiesa si trovano in difficoltà nella loro vita di coppia e nella loro esperienza matrimoniale, a non sentirsi abbandonati dalla comunità e nel contempo ha invitato la comunità ad evitare qualunque emarginazione.
Ora, per me laico qui il discorso si fa del tutto arduo e spinoso, ma mi chiedo con molta semplicità: come fa a non sentirsi emarginato colui che viene escluso dai segni essenziali della vita di fede o, per essere più diretti, dai Sacramenti? So che la domanda non lascia insensibili gli operatori della pastorale e so che un argomento di tale rilevanza non viene abbandonato alla insensibilità ed alla dimenticanza. E tuttavia mi ha sempre colpito il fatto che per riammettere ai Sacramenti anche coloro che divorziati senza loro responsabilità, si sono ricostruiti una diversa vita di coppia ed una nuova esperienza affettiva, costoro devono rinunciare all’uso della sessualità coi loro nuovi compagni. Non entro nel merito del giudizio morale che non mi compete e che sarebbe fuori dell’interesse laico di questa sede, ma resto perplesso nel constatare che la fedeltà di coppia venga ridotta, proprio dalla Chiesa al semplice uso della sessualità o, peggio della sola “genitalità”.
Non banalizzerei la questione, perché mi coinvolge l’esperienza di molti credenti che si sentono esclusi e letteralmente angosciati, ogni volta che non possono sentire il senso della loro appartenenza alla Comunità attraverso il segno sacramentale. Mi pare che il solo no sia inadeguato.
Resta infine, ma non vorrei dilungarmi troppo oltre, la questione delle coppie di fatto e delle convivenze come esperienza di condivisione che coinvolge la vita sentimentale. Lasciamo stare i diritti individuali che dovrebbero essere fuori discussione, ma di fronte ad un fenomeno ormai molto diffuso, c’è la necessita di una normativa ed una regolamentazione. Non credo che la Chiesa abbia interesse pastorale ad opporsi, anche se ovviamente si tratta di un compito delle istituzioni; e tuttavia queste ultime non hanno fatto un servizio coerente alla loro competenza, quando non sono intervenute per ragione di consenso elettorale, lasciato intravedere dai vertici ecclesiastici. Alcuni anni fa con i DICO si era tentato di provvedere; ad una mia domanda rivolta ad uno degli estensori della norma, oggi ministro della Repubblica, se aveva inteso intervenire con la regola del “male minore” (tentavo di ragionare dal punto di vista del credente) lui mi rispose sicuro, “non del male minore, ma del bene possibile”. Ed è proprio lo spirito della politica: perseguire il massimo di bene possibile. Nel caso specifico, “il bene possibile” consiste nel dettare regole che oltre ai diritti impongano dei doveri perché anche nelle convivenze di fatto non si creino soprusi ed offese indiscriminate, magari a danno dei più deboli. I DICO non arrivarono in porto, ma non mi risulta che da allora le convivenze di fatto siano scomparse o anche solo diminuite.
Certo, non spetta alla Chiesa risolvere questi problemi, ma fatto salvo il riferimento di principio, sarebbe importante che fosse lasciata ai laici impegnati nelle istituzioni, l’autonomia per confrontarli nella dialettica politica ed avviarli a soluzione nello spirito appunto del “bene possibile”. Siamo fin troppo in ritardo.

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]
11/06/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it


 
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