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L'opinione

Stati generali della cultura

E' stato organizzato un incontro nazionale a Roma, il 3 e 4 dicembre scorsi, sulla cultura. Promotere ne è stato il PD e nell'occasione è stato divulgato un sondaggio Ipsos su “gli italiani e la cultura” da cui si ricavano le seguenti notizie. Una sintesi articolata e commentata proposta da Franco Ferrari
In questi tempi paralizzati dalle emergenze, è meritorio di per sé che il Partito Democratico abbia organizzato un incontro nazionale a Roma, il 3 e 4 dicembre scorsi, sulla cultura. Per l’occasione è stato divulgato un sondaggio Ipsos su “gli italiani e la cultura” da cui si ricavano le seguenti notizie.
  • Il 34% degli intervistati ha come titolo di studio la licenza media; il 28% un diploma; il 27% la licenza elementare o niente; l’11% è laureato.
  • Alla domanda “cosa unisce maggiormente gli italiani?” gli intervistati rispondono: 1° lo sport, 2° storia-cultura-arte, 3° la cucina.
  • Alla domanda “ci sono più cose che uniscono gli italiani o più cose che li dividono?” il 50% risponde più cose che dividono, il 42% più cose che uniscono.
  • Alla domanda “cosa le viene in mente quando si parla di cultura?” il 26% risponde: il patrimonio artistico; il 18% scuola e università; il 12% letteratura; il 7% paesaggio; il 5% teatro; l’1% scienza.
  • Il consumo culturale più praticato dagli intervistati è leggere i quotidiani (51%), seguito dall’ascoltare musica leggera e dal leggere narrativa. Il meno praticato è andare a teatro (4%).
  • Il 19% ha un approccio ai consumi culturali definito “colto” (letture saggistiche, musica classica, dibattiti, teatro); il 40% è “ludico” (musica pop, dvd, cinema); il 41% è “distante”, saltuario, superficiale.
  • L’84% crede che investire nella cultura possa essere una via per rilanciare lo sviluppo.
  • Il 77% crede che Internet abbia reso più accessibile la cultura a molti italiani.
  • Il 71% crede che la cultura possa rendere la società più unita.
  • Il 70% crede che le istituzioni e il governo si occupino troppo poco della cultura.
  • Il 64% crede che la cultura sia indispensabile per rendere più competitiva l’Italia anche in questo momento di crisi.
 
Secondo Matteo Orfini (nella foto in alto), responsabile cultura e informazione del PD, l’opinione (così bene interpretata da Tremonti) che la cultura sia un lusso per pochi è ancora largamente diffusa. Occorre combatterla con l’elaborazione di un pensiero nuovo, con un riesame del sistema partendo naturalmente dal tema delle risorse. Non ci deve essere contrapposizione preconcetta fra economia industriale ed economia culturale, fra un’Italia manifatturiera e un’Italia creativa. La gestione pubblica non è sempre un problema, e quella privata non è sempre la soluzione. E, sottolinea Orfini, «dobbiamo perdere la mania di fare Fondazioni ovunque per risolvere i problemi». Il finanziamento pubblico deve essere confermato, e va ribadita la sua funzione di garanzia dell’autonomia della cultura. Inoltre occorre dare certezza della consistenza e della cadenza dei contributi pubblici, il che è certamente il problema centrale in questo momento e impedisce, fra l’altro, di costruire programmazioni pluriennali. Vanno difesi i lavoratori del comparto, oggi vittime persino di una grave sottovalutazione professionale. Stefano Fassina, responsabile economia e lavoro del PD, dichiara: «L’universo della cultura è segnato in maniera più drammatica e acuta dai problemi legati al lavoro, la precarietà e l’assenza di possibilità occupazionali. Credo che la prima arma contro l’iniquità sta nella tutela del diritto al lavoro».
 
Secondo Orfini bisogna creare luoghi per la distribuzione e la fruizione, e per la produzione indipendente. Bisogna razionalizzare i finanziamenti straordinari: i proventi del Lotto, i fondi dell’8 per mille, le erogazioni liberali, etc. «Ma anche gli strumenti di gestione della spesa ordinaria devono essere riformati, a cominciare dal Fondo Unico per lo Spettacolo, che oggi non basta più ad accompagnare e favorire lo sviluppo del comparto. Senza dimenticare che il federalismo non prevede che la cultura sia né tra i livelli essenziali delle prestazioni delle regioni né tra le funzioni fondamentali degli enti locali: il che significa che il finanziamento della cultura da parte delle regioni e degli enti territoriali dipenderà dalla disponibilità di risorse smettendo di essere un dovere per diventare un’eventualità, un optional. Più pubblico, quindi, ma anche più privato. Le defiscalizzazioni sono per noi lo strumento principe per attirare investimenti, anche se dobbiamo riconoscere che in periodi di crisi è difficile trovare investitori, a prescindere dalla convenienza dello sconto fiscale. E quegli investimenti vanno ovviamente sui prodotti che garantiscono la ragionevole speranza di un ritorno economico, non certo sulla sperimentazione».
Importante è richiamare alla necessità di una governance salda, che in primo luogo consenta di superare l’estenuante contrapposizione fra centralismo e decentramento. Lo Stato deve essere finalmente capace di leggi-quadro sulla cultura e sullo spettacolo, che il comparto attende da decenni, e che diano omogeneità alle varie norme regionali.
 
Ma il problema culturale rimane ben più vasto, si identifica con il clima generale della nostra società. Così conclude Orfini: «Non è possibile rinnovare la sfera pubblica, recuperare il senso e il valore dell’identità statale e nazionale, in una cornice europea profondamente ripensata, senza ricostruire una rete di intelligenze che dia forza a una battaglia politica, e ci aiuti a far comprendere fino in fondo al Paese che occorre ricostruire un intreccio fecondo fra istanze della cultura e condizioni della democrazia, intreccio il cui sfilacciamento, la cui rottura ha avuto un effetto non certo positivo sulla storia di questi anni».
C’è dunque anche un’emergenza culturale, che non può essere affrontata da Monti e che non può essere superata in tempi rapidi; e il peggio è che probabilmente una buona parte dell’opinione pubblica non la considera un fattore negativo. Si tratta dei regali di Berlusconi e di Bossi, che non è facile restituire totalmente: il non rispetto delle regole, il maschilismo di ritorno, l’orgoglio dell’ignoranza, la “furbizia” elevata a sistema di vita, il disprezzo per lo Stato, la demonizzazione del diverso, l’involgarimento del linguaggio, l’aggressività gratuita dei comportamenti.

La difesa della cultura coincide con la difesa della democrazia.

[tratto dal blog "Cultura?" di Franco Ferrari]

 
12/12/2011

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