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Opinioni

Sotto il solleone

Una riflessione, nata in modo alquanto caotico e logorroico, che vado a riproporre ai quattro lettori consueti, ammesso che non siano anch’essi scappati verso lidi più abitabili...
Devo essere onesto: avere la possibilità di trascorrere le vacanze sulle Dolomiti, nella casa natia, mentre altrove infuriano Caligola, Lucifero e compagni, è una gran comodità. Così, profittando del caldo temperato del Cadore, ho potuto sfogliare in questi giorni un po’ di materiale di varia natura e sviluppare, alla rinfusa, anzi direi in modo alquanto caotico e logorroico, qualche riflessione che vado a riproporre ai quattro lettori consueti, ammesso che non siano anch’essi scappati verso lidi più abitabili. Al limite potranno sempre dileguarsi, in preda al panico, durante la lettura di questo mio contributo.

Politica interna. Ho letto qualche articolo sui principali quotidiani in merito alle “strategie” ed agli ammiccamenti/annusamenti vari dei partiti in vista della campagna d’autunno, propedeutica alle elezioni politiche che si dovrebbero tenere, pare ormai certo a questo punto, nella primavera prossima. Credo che raramente nella storia di questo Paese la confusione abbia regnato sovrana quanto oggi. Provo a ricapitolare brevemente.

A destra, il PdL mi pare piuttosto sbandato, preso dal rovello “Berlusconi sì, Berlusconi no”, il cui unico scopo realistico può essere quello di mantenere unito un partito altrimenti avviato di gran carriera verso una progressiva disintegrazione e, dal punto di vista personale del Cavaliere, il poter trattare, anche in caso di sconfitta, la sua situazione personale e quella delle sue aziende da una posizione comunque privilegiata. Oltre non vedo.

In situazione non dissimile mi pare la Lega, nella quale, alle “disavventure” correnti, si aggiunge pure il conflitto tra ex e neo segretario. C’è da presumere che, anche per ovviare a questo “inconveniente”, il Carroccio dei prossimi mesi e forse anni sarà impegnato principalmente a restare unito cavalcando la battaglia populista anti/europea, tipo quella contro la moneta unica, anti/immigrati ed anti/tasse ed accentuerà il suo carattere di lotta. Del resto, quando si è divisi, nulla è più utile di trovare dei nemici o dei capri esterni da combattere per ricompattarsi.

Spostandosi verso sinistra, ecco apparire il fu Polo-di-Centro, mai decollato e direi ormai sepolto. In verità il problema del centro (area alla quale anche l’estensore si ascrive) è che qui si accalcano una lunga serie di aspiranti-leader con scarsa truppa al seguito, ma ambiziosi progetti politici, più confusi che contraddittori, il cui unico comun denominatore consiste nell’essere anti-berlusconiani ed anti-sinistra al contempo, come ha osservato correttamente anche Pierluigi Battista in un acuto editoriale sul Corsera “Tanti centri (piccoli e confusi)”.

Di quale Centro parliamo? Quello dei Todi boys di Sua Eminenza il Cardinal Bagnasco? Quello del UDC di Casini? Quello di Italia Futura di Montezemolo? Quello liberista dell’Associazione “Fermare il Declino” di Oscar Giannino (e forse dell’ex Confindustria Marcegaglia)? O quello dei montiani, categoria quanto mai misteriosa e indefinita? O di Passera, non si capisce bene con quali eserciti al seguito? Per non parlare dei combattenti e reduci di Fini e Rutelli…Insomma, un coacervo delle più diverse istanze, in taluni casi antitetiche, senza né capo né coda, dal quale, con ogni probabilità, non sorgerà nulla che non sia minoritario o subalterno.

E poi la sinistra. Già, anche qui non scherziamo. L’unica cosa che parrebbe abbastanza chiara è il disimpegno reciproco del PD dall’IDV, un partito che ormai insegue una china demagogica e “grillesca”, forse incompatibile con quella cultura di governo la cui carenza costituisce purtroppo, a mio parere, la cifra ed il limite dell’area progressista.

Così, dopo un subitaneo e presto abortito, principio di accordo dei democratici con l’UDC, ecco riaffacciarsi la sinistra in una riedizione nuova e originale del frontismo, con una possibile alleanza PD-SEL che non può non ingenerare in larga fascia di elettorato l’idea di un rassemblement, dopo alterne vicissitudini, dell’area ex-PCI, con una spruzzatina di cattolici democratici ed altri eventuali, in veste di invitati più o meno graditi.

Peccato, come dicevo, che il limite di quest’area, che sulla carta potrebbe anche costituire una valida opzione, stia proprio nell’incapacità di reggere le responsabilità di governare un Paese complesso ed oggi particolarmente esposto sul fronte finanziario, come l’Italia. Ne sono testimonianza le vicissitudine dei due governi Prodi abbattuti dal fuoco amico e dalle impossibili sintesi su temi molto importanti che vanno dalla politica estera, alle missioni militari, passando per le riforme previdenziali e del lavoro, i diritti civili e via discorrendo.

Di Grillo, la star del momento, con le sue liste Cinque Stelle, ho poco da dire. Sorvolo sui caratteri marcatamente populistici. Mi pare che le prove che stia dando, anche a livello di amministrazioni locali, non siano particolarmente brillanti ed inoltre, come ho già avuto modo di dire, si tratta di un partito (poco importa se il nome è Movimento) assai poco democratico, il cui copyright appartiene alla persona fisica di Grillo Giuseppe da Genova: insomma un partito in franchising. Sotto il profilo commerciale una genialata, ma sotto l’aspetto politico una fonte di preoccupazione che non dovrebbe essere trascurata.

Insomma, mi sembra che le alternative che si porranno agli elettori la prossima primavera siano piuttosto sconfortanti. E che una permanenza in carica dell’attuale premier – mia personalissima opinione – in questo scenario, con l’attuale o anche con una diversa maggioranza, costituirebbe ancora l’ipotesi meno pessimista, anche perché, pur in mezzo a mille limiti e contraddizioni, avrebbe almeno un pregio: quello di garantire l’affidabilità dell’Italia con i partner internazionali che di questi tempi non è poco. Credibilità uguale pecunia, tanto per essere chiari. Oggi tutti i partiti sostengono di non appoggiare tale soluzione, ma sono curioso di vedere cosa succederà mano a mano che si avvicinerà la primavera.

Consunzione del cattolicesimo democratico. In collegamento con il primo punto, mi viene spontaneo un ragionamento sul futuro del cattolicesimo democratico, sempre ammesso che un futuro ci sia. La scelta di una larga fetta dei provenienti da questa tradizione, che per anni aveva avuto il suo naturale luogo di attività dentro il partito della Democrazia Cristiana (anche subendo diaspore da e verso, mutazioni, evoluzioni, etc.), fu quella di seguire dapprima il PPI martinazzoliano, poi di confluire nella Margherita, per approdare infine nel PD, alla ricerca di una sintesi tra le varie anime/culture solidaristiche della storia politica italiana.

Come ho sempre sostenuto l’ideale sarebbe stato lo scaturire di un progetto nuovo e diverso dalle precedenti vicende politiche che poteva, per esempio, guardare a modelli già esistenti e tutto sommato funzionanti in altri contesti. Per esempio avrebbe potuto ispirarsi, pur con tutti gli adattamenti del caso, al modello del Partito Democratico americano. Ma, a distanza di un lustro, possiamo credo con sufficiente cognizione, costatare che così non è stato.

Il PD è risultato un collage piuttosto rocambolesco di spezzoni i più disparati (si pensi all’inizio alla coabitazione tra la Binetti e Odifreddi, oppure oggi, su piani diversi, tra Ichino e Fassina, o tra Follini e Cofferati, o Fioroni e la Concia). Il problema è che queste “diversità” che, qualora opportunamente impastate e ricondotte a sintesi, possono anche costruire la forza e la ricchezza di un grande partito a vocazione maggioritaria, hanno finito nel PD per ridursi ad un’ “amalgama mal riuscita” (copyright Massimo D’Alema). Tant’è che ancor oggi, in certe cene che si tengono per definire future candidature elettorali, si ragiona in termini di ex-PCI, ex-DC o ex-altro. Bel risultato!

E allora cosa dovrebbero fare i cattolici democratici, quei quattro gatti rimasti almeno? Risponderò molto francamente: non lo so! Per ora, in assenza di alternative serie, tanto vale continuare a sostenere il PD, anche qualora si dovesse presentare nella versione neo-frontista di cui discorrevo prima. Ma nello stesso tempo, preso atto che il partito reale è tutt’altro che quello agognato, potrebbero non sottrarsi al dibattito che comunque muove dentro la galassia del cristianesimo politico, cercando di capire se esiste qualche via d’uscita. Altrimenti attendere la morte per consunzione, che francamente, non costituisce poi una gran prospettiva. In questo, va detto per inciso (l’abbiamo tante volte ripetuto fino alla nausea) il “nuovo” corso di Santa Romana Chiesa, anche nelle sue appendici locali, non aiuta e tale aspetto risulta comunque di carattere fondamentale. Piaccia o meno.

Classifiche mondiali. Un argomento invece slegato dai precedenti, ma non del tutto, che mi è capitato di trovare sulla stampa in questi giorni è la classifica delle migliori università del mondo, stilata dalla “Jiao Tong University” di Shanghai in Cina. La faccio breve. La parte del leone la fanno le università americane. Per trovarne una italiana bisogna scalare oltre il 100° posto.

Naturalmente i più patriottici potranno sempre eccepire sull’autorevolezza di chi ha stilato la classifica. Peccato che anche altre classifiche analoghe, per esempio quella stilata dal Times Higher Education World University Rankings realizzata elaborando dati Thomson Reuters, vedano più o meno un gruppo di testa piuttosto consolidato e costituito dalle solite Harvard, Stanford, Oxford, Princeton, Cambridge e MIT, mentre per trovare le italiane, in questo caso, bisogna scendere addirittura sotto il 200° posto.

A questo punto qualcuno obietterà: tutta colpa dei tagli decisi dagli ultimi governi! In parte è certamente vero. Ma vi sono questioni che trascendono i denari. In una puntata di Annozero di qualche anno fa (3 maggio 2007 per la precisione) dedicata al nepotismo universitario, venne fuori che negli Stati Uniti il 7,3% dei professori ordinari hanno meno di 35 anni, in Francia l’11,6%, in Gran Bretagna addirittura il 16%. E in Italia? Sono (o erano nel 2007)…ben…9 su 18.651, cioè lo 0,05%.

Aggiungiamo a questo dato il nepotismo dilagante, su cui sono stati ormai scritti fiumi d’inchiostro e chiediamoci piuttosto se non si potrebbe, anche senza toccare subito i finanziamenti, correggere e in modo significativo questa assurda tendenza che rende l’Italia, anche dal punto di vista dell’istruzione universitaria un Paese di serie B. Pure inserendo quote obbligatorie per fasce di età, se necessario.

Altrimenti avremo, come adesso abbiamo, studenti sempre più incapaci di confrontarsi con il mondo del lavoro e sempre più male istruiti. Anche questo è uno dei fattori che assieme all’inefficienza della giustizia civile, alla ipertrofia burocratica, alla rigidità del mercato del lavoro, alla carenza di infrastrutture, rende il sistema italiano inadatto a competere nel mondo attuale, con ripercussioni immediatamente negative soprattutto per i giovani. Sempre meno spendibili in campo professionale. E sempre più disoccupati o male occupati. Loro malgrado.

Europa e crisi. Euro o non euro? Continua il balletto sulle misure per combattere la crisi, risanare i debiti pubblici dei paesi mediterranei, salvare l’Unione Europea. Come ha brillantemente scritto Nuccio Lodato in un post recente su Facebook (trovo che di meglio non si potrebbe dire e vorrei pubblicizzarlo) “Tutti dichiarano, precisano, smentiscono. L’euro resiste, non resiste; la Grecia esce, no deve restare. Finlandia Olanda Germania hanno già pronti i piani alternativi in caso di catastrofe monetaria… Ogni telegiornale squaderna con voce da quarta guerra mondiale nuovi “allarmi” e dati impressionanti (poi magari il giorno dopo pare tutto in ripresa…).

Ma non vi viene il dubbio che se tutti stessero zitti, politica economia informazione, non solo guariremmo da stress e spread, ma anche “i mercati” si darebbero una calmata e non sopravvaluterebbero più il calo di avanzo primario dello Zimbawe o il fatto che la disoccupazione in Mongolia pare salita dello 0,03%? Che se poi davvero dopo il trattamento fattole avessero il coraggio sul serio di mollare la Grecia (e poi Irlanda Portogallo Spagna Italia…) gli schieramenti della terza guerra mondiale – ma popolare, di popolo, piazza, gente comune col portafogli svuotato ma soprattutto i coglioni strarotti! – si configurerebbero rapidamente davvero…”.

Leggo anche questa mattina che Monti e Passera, ospiti al Meeting di CL a Rimini, preannunciano la fine imminente della crisi. L’algido premier vede insomma la celebre luce in fondo al tunnel. Parafrasando Allen, verrebbe da aggiungere “speriamo solo non sia un treno…”. E infatti fa eco l’economista (ma meglio sarebbe dire il guru) Roubini “la tempesta perfetta sta arrivando (e sarà peggio del 2008)”.

Come non condividere Lodato, dal momento che ad ogni lettura di analisi, approfondimento, commento anche più autorevole si ha sempre più l’impressione di avere a che fare con l’oracolo di Delfi o con la lettura dei fondi di caffè, per i meno raffinati?

Cara benzina. Agostino Pietrasanta, nell’ultimo domenicale apparso su questo blog, svolge una breve e stimolante riflessione sul caro benzina, prendendosela, e con ragione, con i “i potenti delle varie satrapie economiche [che] non saranno mai toccati dal governo della politica”, da intendersi probabilmente in via principale come i petrolieri, i raffinatori ed i distributori di carburanti, a cominciare dalle grandi compagnie.

Tutto giusto! Però non possiamo non dimenticare in questo elenco anche il nostro caro (in tutti i sensi) Stato Italiano che sulla benzina, con quella particolare forma di imposta conosciuta con il nome di “accisa”, continua a renderci memori, magari inconsapevoli, di vari eventi storici dolorosi del recente e meno recente passato novecentesco ed attuale.

Su Wikipedia, proprio alla voce accisa, è infatti disponibile l’elenco completo delle causali alle quali dobbiamo imputare una larga fetta del prezzo alla pompa: 1,90 lire (0,000981 euro) per il finanziamento della guerra d’Etiopia del 1935-1936; 14 lire (0,00723 euro) per il finanziamento della crisi di Suez del 1956; 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo il disastro del Vajont del 1963; 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze del 1966; 10 lire (0,00516 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto del Belice del 1968; 99 lire (0,0511 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto del Friuli del 1976; 75 lire (0,0387 euro) per la ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980; 205 lire (0,106 euro) per il finanziamento della guerra del Libano del 1983; 22 lire (0,0114 euro) per il finanziamento della missione in Bosnia del 1996; 0,02 euro per il rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri del 2004. 0,005 euro per l’acquisto di autobus ecologici nel 2005; da 0,0071 a 0,0055 euro per il finanziamento alla cultura nel 2011; 0,04 euro per far fronte all’arrivo di immigrati dopo la crisi libica del 2011; 0,0089 euro per far fronte all’alluvione che ha colpito la Liguria e la Toscana nel novembre 2011; 0,082 euro per il decreto “Salva Italia” nel dicembre 2011; 0,02 euro per far fronte al terremoto dell’Emilia del 2012.

Ci ricorda inoltre la più famosa delle enciclopedie on-line che “Il totale è di circa 0,41 euro (0,50 euro iva inclusa). Inoltre, dal 1999, le Regioni hanno la facoltà di imporre tasse regionali sui carburanti. A ciò si somma l’imposta di fabbricazione sui carburanti, per un totale finale di 70,42 cent per la benzina e 59,32 cent per il gasolio. Su queste imposte viene applicata anche l’IVA al 21%, che grava per circa 15 cent nel primo caso e 12 cent nel secondo”.

Anche qui parrebbe lecito chiedersi: ma la Guerra d’Etiopia non era finita? E se sì perché non mi hanno poi tolto l’equivalente importo dall’accisa? Altrimenti significa che le tasse sulla benzina possono solo salire e allora, hai voglia, con tutte le maledizioni che possiamo tirare ai petrolieri (rapidi negli adeguamenti all’insù del prezzo e lumache quando si tratta di abbassare), di poter risolvere il problema con lo sciopero del pieno benzina…Visto e considerato che questa accisa, per la sua natura, si è venuta configurando in pratica come una “tassa sulle disgrazie”, accendiamo un cero alla Madonna, incrociamo le dita…e auguriamoci piuttosto uno sciopero della sfortuna…fusse che fusse la vorta bbona!

L’eccellenza obbligata. Ho quasi finito di leggere un interessante libro dal titolo “Laboratorio Israele” scritto da due giornalisti, Dan Senor del Wall Street Journal e Saul Singer del Jerusalem Post. Si tratta di un testo utile per conoscere lo stato mediterraneo sotto un profilo diverso da quanto normalmente conosciuto in Italia, dove il Paese del Vicino Oriente è noto quasi esclusivamente per i conflitti con i vicini arabi e con l’Iran, quasi sempre descritti da propagandisti filo-palestinesi e filo-islamici di parte, paci-finti e mistificatori della realtà, nei quali non è raro incontrare tracce di antisemitismo più o meno latente e più o meno conscio.

Anche grazie a questa sproporzionata distorsione dei fatti, è sorto in me il desiderio di approfondire la conoscenza di uno stato, l’unico che si possa definire una democrazia in senso occidentale nella zona, continuamente in bilico tra la sopraffazione ad opera dei vicini (a cui peraltro non ha mancato di rendere pan per focaccia, anche grazie alla propria superiorità in campo tecnologico e militare) e la voglia di normalità, che, nel caso particolare, si traduce necessariamente in un obbligo all’eccellenza, date le circostanze particolarmente precarie.

Ora, questo libro, che è ovviamente di parte, ma non finge di non esserlo, mostra gli impressionanti progressi che hanno condotto lo stato con la stella di David, a porsi negli ultimi anni nelle prime posizioni per “Investimenti di capitale di rischio pro capite”, ad un livello più che doppio del secondo classificato, cioè gli Stati Uniti.

Inoltre, tra il 2000 ed il 2005, Israele è stato, con il 4,5%, in cima alla classifica mondiale della Spesa pubblica per ricerca e sviluppo in rapporto al PIL, anche qui notevolmente prima di Giappone, al 3,2%, e USA, al 2,7%. E’ anche grazie alla combinazione di questi due fattori che i tassi di crescita del PIL in Israele dalla fine del millennio passato sono abbondantemente superiori alla media dei Paesi sviluppati.

So già che qualcuno, leggendo con la solita lente del pregiudizio, sosterrà che queste sono tesi propagandistiche, sioniste (per me un apprezzamento, non certo un insulto), etc. etc. e attribuirà alle solite forze oscure, ai finanziamenti della grande finanza ebraica internazionale, ai legami storici con gli Stati Uniti, etc. etc. i progressi di Israele. Pazienza!

Quello che a me invece ha particolarmente interessato del libro, è un aspetto che non attiene tanto e solo alla particolarità della situazione israeliana. E’ il fatto che Israele abbia conosciuto nel corso della sua crescita economica di cinquanta volte in sessant’anni, due grandi balzi separati da un periodo di stagnazione e iperinflazione.

In sintesi, come ricorda il testo citato “Il primo grande balzo ebbe luogo tra il 1948 e il 1970, periodo nel quale il PIL pro capite è quasi quadruplicato e la popolazione del Paese triplicata, nonostante l’impegno di Israele in tre grandi guerre. Il secondo balzo va dal 1990 a oggi”. “Il primo periodo di espansione si è realizzato grazie a un’imprenditorialità di Stato che ha dominato un piccolo, primitivo settore privato; il secondo periodo grazie a una prospera imprenditorialità privata inizialmente favorita da interventi del governo”.

In pratica, la lezione consiste nel fatto che un Paese possa crescere in modo molto marcato (pur in condizioni del tutto particolari, questo non bisogna dimenticarlo) facendo ricorso ad una economia quasi integralmente socialista in un primo tempo, poi sempre più marcatamente privata anche se aiutata dallo stato, e ora molto ma molto sbilanciata verso il libero mercato.

Perché cito questo aspetto? Soprattutto per il fatto che conferma una mia vecchia tesi (da buon popperiano mi avrebbe fatto piacere anche se l’avesse smentita, perché avrei comunque imparato qualcosa). In altri termini non esiste una ricetta socialista o liberista che in ogni fase dello sviluppo e in ogni condizione possa costituire l’ottimo. Vi sono cioè aree di intervento dove una mano collettiva è o è stata molto meglio della privata (il kibbutz, ad esempio, il movimento comunitario più riuscito), altre dove è più utile un settore privato sussidiato anche dallo stato (il libro cita il caso del fondo di investimento pubblico “Yozma” che ha fornito negli anni a molte imprese tecnologiche private ad alta crescita la spinta iniziale per avviarsi) ed altre ancora dove l’intervento pubblico fa generalmente danni (per esempio l’area dei trasporti aerei, gestito dalla neo-privatizzata compagnia El Al o le società di telecomunicazioni, come la Bezeq).

Ma c’è di più. Israele nasce avendo come padri fondatori e leader grandi personalità di fede laburista, David Ben Gurion, Moshe Dayan, Golda Meir, Shimon Peres (attualmente in Kadima) e Yitzhak Rabin. Negli ultimi anni invece è stata governata prevalentemente da uomini di destra come Menachem Begin, Yitzhak Shamir, Benjamin Netanyahu, Ariel Sharon (poi fondatore del partito di centro Kadima), quindi nuovamente Benjamin Netanyahu, attuale premier. E magari domani i ruoli si invertiranno nuovamente, anche se oggi i laburisti sono molto in difficoltà.

Comunque due periodi della storia diversi. Con una spinta che si potrebbe definire pionieristica unica al mondo, in tutte e due i periodi. Segno che socialismo e liberismo, almeno per me, non sono due risposte universali valide in ogni luogo ed in ogni tempo, ma in ogni luogo ed in ogni tempo una combinazione diversa e/o una loro diversa applicazione può veramente costituire il meglio che una nazione possa sperare.

Non tutti siamo speciali. L’ultimo punto è un’inezia confronto agli altri temi, ma costituisce un aspetto che mi ha fatto veramente girare le scatole in questi giorni. Non so se qualcuno ha letto che il Presidente della Provincia Autonoma di Bolzano, Luis Durnwalder della SVP (un signore dal forte accento tedesco che per non essere discriminato in quanto minoranza guadagna più di Obama), ha intimato al Veneto “Ridateci Cortina [d’Ampezzo]”. Cito il fatto perché la “perla delle Dolomiti” è conosciuta ovunque come la più esclusiva tra le mete invernali. Almeno tra le Alpi italiane.

I cortinesi sono interessati a lasciare la regione di appartenenza per approdare in Alto Adige per pure e semplici ragioni di carattere economico. Come molti altri comuni veneti che hanno già chiesto, adducendo motivazioni le più stravaganti, di passare armi e bagagli o con il Trentino o con il Friuli. Ma la questione non è tanto questa, quanto il fatto che, in un momento di crisi e di sacrifici come l’attuale, tra i privilegiati nel Paese di Pulcinella, vi sono, poco presenti agli onori della cronaca, le famigerate regioni a statuto speciale, tra i cui confinanti vi è anche il Piemonte nord-occidentale, per esempio le Valli Orco e Soana, che hanno la sventura, per chi possiede attività in loco, di confinare con la Val d’Aosta alla quale avevano già in passato chiesto di essere annesse, sullo schema dei comuni veneti predetti.

Ultimamente i comuni confinanti con le regioni a statuto speciale sono stati in parte rabboniti con qualche misero finanziamento in modo che la piantino lì. Ma come mai tanti comuni vogliono essere annessi alle regioni a statuto speciale e nessun comune invece vuole fare il percorso inverso? Forse che veneti e piemontesi siano antipatici, a differenza di valdostani, trentini, altoatesini (o sudtirolesi) e friulani? Può anche darsi. Ma temo che anche questa volta (lo dico con un risolino amaro), ahimè, sia un problema di pecunia.

Dati, dati, dati…vediamone qualcuno. Come risulta da un interessante documento del Ministero dell’Economia del 2010 (link), andando alla voce “Spesa statale regionalizzata” risulta che la spesa finale che il nostro Paese ha sostenuto in quell’anno in favore di un cittadino valdostano è stata in media pari ad euro 11.758, per uno della provincia autonoma di Bolzano euro 7.486, per uno del Trentino euro 9.082. In compenso ogni piemontese è costato solo euro 3.669 ed i veneti, i più a buon mercato, la miseria di euro 3.067. La media italiana è stata di euro 4.115.

Un altro dato importante è il cosiddetto “residuo fiscale”, ossia la differenza tra imposte e contributi pagati e servizi o trasferimenti ricevuti dallo stato. Anche qui il cittadino veneto versa allo stato 3.405 euro più di quanto riceve, il piemontese 3.047. Invece il friulano versa 640 euro in più di quanto non riceva, il valligiano del Trentino Alto Adige 359 euro. Il valdostano riceve dallo stato ben 2.532 euro in più di quanto versa (fonte Il Sole 24 ore, dati medi 2007-2009).

Se sottolineo questi aspetti non è per fare del campanilismo d’accatto, ma per segnalare che le ingiustizie e le sperequazioni tra abitanti dello stesso Paese non seguono solo la logica Nord-Sud come per anni hanno tentato di far credere le leghe e le lighe nostrane, ma anche un filone trasversale che fa sì che vi siano figli e figliastri anche nel ricco (o ex-ricco) nord, con ricadute occupazionali, reddituali e sociali intollerabili, specie in un periodo di crisi come l’attuale. Se non cambiano le cose anche sotto questo aspetto, non rimarrà che consigliare ai nostri figli di prepararsi ad emigrare all’estero. E buonanotte al secchio! Meglio (vista la situazione) se di acqua fresca… 

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]
21/08/2012
Marco Ciani (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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