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Opinioni

Soccorrere non è un reato

L'affronto fatto anche ad uno solo degli ultimi è contro l’umanità intera: una sola donna non soccorsa, un solo bambino trascurato, una sola vita derisa ed umiliata è segno di negazione di quanto valga l’umanità di ogni persona

OPINIONI - Destinity è il nome di una donna nigeriana, migrante, di 31 anni, incinta di pochi mesi, ammalata di linfoma, accompagnata dal marito, pure lui nigeriano. Il 9 febbraio tentano di attraversare il Colle della Scala, nei pressi di Bardonecchia, per giungere un Francia e, al momento del parto, avere accanto una sorella, da tempo residente in Francia, come garanzia ulteriore per la salute e le cure di cui il bambino avrebbe avuto bisogno, considerando la grave situazione di salute della donna.

 

I due vengono intercettati dalla gendarmeria francese e riportati a Bardonecchia, abbandonati davanti ad una piccola struttura gestita dall’Associazione “Rainbow 4 Africa” che, da alcuni mesi assiste i migranti che da Bardonecchia tentano di passare in Francia. Vengono lasciati all’addiaccio, come un pacco qualsiasi, senza avvertire la dottoressa di turno operante nella piccola struttura. La donna sta male, non riesce a respirare a causa del linfoma al petto. Verrà trasportata a Torino in una struttura ospedaliera dove rimarrà per circa un mese. I medici, constatata la gravità della donna, decidono di operare un parto cesareo: la donna muore, il bimbo si salva nonostante pesi al momento della nascita soltanto 700 grammi. Ora il bambino - a cui è stato dato il nome Israel - sta riprendendosi, sta diventando progressivamente più autonomo ed i medici sono cautamente ottimisti.

Israel: un miracolo della vita, nel buio tragico della morte della giovane mamma.

Il fatto ha dato vita ad una campagna di solidarietà che ha come slogan “Soccorrere non è un crimine”, una campagna che ha la sua ragion d’essere anche in alcuni antefatti che hanno messo in luce che c’è un rifiuto del povero, che ci sono leggi e normative assurde che mortificano il senso di umanità, il valore della vita, la dignità delle persone specie se ultime ed immigrate.

Disposizioni ministeriali, ordinanze di sindaci, affermazioni di stampo razzista e xenofobo gridate specialmente in campagna elettorale, iniziative anche di privati cittadini che impediscono di trovare un ricovero, multe e rischio di condanna a chi dà cibo e bevande a mendicanti o che aiuta i migranti (è fuori dal mondo che la guida francese di Briançon - Benoit Ducos - sia indagato per favoreggiamento all’immigrazione clandestina e rischi fino a cinque anni di carcere perchè era intervenuto per aiutare una famiglia di migranti al confine tra Italia e Francia, caso analogo a quello qui citato)...

Ciò che sta succedendo non è una positiva attesa delle feste pasquali ormai prossime.

Certamente ci sono delle esigenze di ordine pubblico, sappiamo che alcuni migranti delinquono creando racket di sfruttamento della mendicità e quant’altro, tuttavia è particolarmente grave che, al posto di una lodevole e sofferta lotta contro la povertà, il razzismo, l’emarginazione, si stia vivendo quasi come una guerra contro chi è povero ed ultimo, avvalendosi di due mezzi mortificanti e mortiferi: togliere di mezzo i poveri e creare tensione fra loro (la guerra tra poveri).

La guerra tra poveri c’è quando si cerca di far passare l’idea che le difficoltà subite da una gran parte della popolazione, che l’aumento della povertà, che il venir meno di certi valori, siano attribuibili agli stranieri “invasori” e non invece al mancato rispetto del patto sociale dei cittadini, all’indifferenza e all’insensibilità nei confronti della vita di chi è diverso per cultura, religione, modo di vivere, allo spreco delle risorse destinate all’assistenza sociale, alle ingiustizie perpetrate ogni giorno da un mercato globalizzato che non rispetta le regole.

Ma ancora più desolante è constatare la volontà sempre più evidente di eliminare il povero dalla nostra vista perchè ci dà noia, ci imbarazza, può farci sentire anche in colpa. Noi non vorremmo più vedere i poveri sulle nostre strade o davanti alle nostre chiese... ma loro ci guardano, soffrono e constatano che la dignità che dovrebbe creare comunione fra le persone, è derisa, calpestata; loro vedono i nostri privilegi, i nostri sprechi, gli abusi che noi possiamo compiere.

E questo genera sofferenza perchè l’affronto fatto anche ad uno solo degli ultimi è contro l’umanità intera: una sola donna non soccorsa, un solo bambino trascurato, una sola vita derisa ed umiliata è segno di negazione di quanto valga l’umanità di ogni persona.

Molti di noi non sono più interessati a sconfiggere la povertà, ma non vogliono più vedere i poveri (“aiutiamoli, ma stiano a casa loro...”) perchè la loro vista diventa per noi un atto di accusa per il modo con cui gestiamo le risorse che sono di tutti, per il modo con cui condividiamo diritti e doveri, per il modo con cui consideriamo diritti universali la madre-terra, l’acqua, la casa, il lavoro, la libertà, la dignità personale…

Siamo ormai vicini alla Pasqua, la festa che ci invita a considerare la “vita nuova” non esclusivamente nell’aldilà, ma qui nel nostro tempo, nella nostra storia. Che senso avrebbe cantare “alleluia” se viviamo in un perenne stato di “venerdì santo” perchè non sappiamo soccorrere, perchè accettiamo passivamente delle leggi che proibiscono di varcare una frontiera a scapito della salvezza di una vita, perchè continuiamo a vivere nel segno della distinzione, lasciando da parte il linguaggio e l’impegno della solidarietà, della collaborazione?

Se noi non abbiamo il coraggio di fare questo, vuol dire che abbiamo paura degli altri, abbiamo paura di perdere un’identità che si regge sull’artificio. Non cerchiamo posti tranquilli per noi perchè, in forza del valore della vita e dell’umanità, e in forza della fede (se l’abbiamo), il nostro posto è all’interno dell’opera del mondo, con gli altri, comunque essi siano.

Soltanto così ci è consentito di cantare l’alleluia pasquale.

31/03/2018
Gianpiero Armano - Redazione Appunti Alessandrini - redazione@alessandrianews.it

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