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Opinioni

Si vis pacem, para pacem

Se vuoi la pace, prepara la pace. Mentre Forza Nuova attacca cartelli alla moschea di via Verona e sul Duomo di Alessandria, è il caso di chiedersi quale guerra stiamo combattendo, chi siano veramente i nostri nemici e come la si possa vincere
OPINIONE - Si vis pacem para bellum, sostenevano i romani: “se vuoi la pace, prepara la guerra”.
In questi giorni convulsi, dopo gli attentati di Parigi, l’Europa si è risvegliata vulnerabile al suo stesso interno, colpita da una guerra non tradizionale che viene portata da persone sostanzialmente impossibili da fermare, perché quando si è disposti a morire per compiere un attentato, prevenire un attacco è davvero difficile.

E’ però sbagliato considerare i kamikaze dei pazzi, perché la loro è piuttosto una lucida follia, che dimostra capacità organizzative di alto livello e motivazioni così tanto forti da essere degne di sacrificare la vita stessa. Gli attentatori, spesso figli delle difficoltà d’integrazione sui nostri territori e delle atrocità compiute dall’Occidente per i propri interessi nel resto del mondo, vivono il martirio come una missione, gesto estremo di chi, con un fanatismo cieco, vede nell’uccisione vigliacca di persone inermi la giusta vendetta per quanto subìto da propri fratelli e sorelle nel mondo, oltre a una via sicura per ricevere un premio dal proprio Dio dopo la morte.

In Italia e in Europa si sta combattendo prima di tutto una battaglia interna fra coloro che vorrebbero una lotta senza quartiere all’Islam tutto, senza se e senza ma, e chi sostiene che proprio i distinguo e l’appoggio alla parte moderata, che esiste, potranno condurre a una pace duratura.

Ebbene, come si può fermare tutto ciò? Una semplice reazione militare, come avvenuto in questi giorni, è forse il più bel regalo che si possa fare all’Isis, che pianifica gli attentati proprio con la speranza di suscitare questo tipo di azioni. Bombardare e portare guerra vuol dire rinnovare quella catena di morti che gridano vendetta, fornire nuove armi di propaganda ai reclutatori di kamikaze (finanziati dagli stessi Stati europei), dar ragione a chi sostiene che l’Occidente sia un invasore e che il martirio risponda ai criteri dettati dal Corano rispetto alla guerra difensiva contro gli infedeli. Non capire questo non vuol dire solamente dimostrare un’ingenuità spaventosa (specialmente se si guarda al futuro, e ai tempi che ci aspettano) ma anche non saper leggere la storia dei conflitti. Per vincere una guerra, qualsiasi guerra, occorre sottrarre energie al nemico, alimentare le forze che ad esso si oppongono dal proprio interno, togliere unità e compattezza. Chi ha una famiglia, un lavoro, una vita degna di essere vissuta, è molto meno incline a scegliere la via del martirio. Siccome un fronte moderato musulmano esiste, e anzi è smisuratamente superiore rispetto alla porzione belligerante, scegliere di portare guerra all’Islam, senza se e senza ma, è non solo ontologicamente ma anche strategicamente un errore grossolano.

Nei giorni scorsi attivisti di Forza Nuova hanno pensato bene di affiggere in città manifesti sulle porte della moschea di via Verona, da sempre voce schierata contro qualsiasi tipo di attentato e per una convivenza pacifica fra popoli e credo differenti, quella dove sono attivi i Giovani Musulmani, protagonisti ancora pochi giorni fa della marcia per la pace in città (l’unica che si sia organizzata ad Alessandria), indicando la moschea come una “War zone - Islamic Occupied Area”, mentre hanno affisso sulle porte del Duomo un volantino con il motto “Si vis pacem, para bellum”.

Ebbene, perfino fra i parenti delle vittime della strage di Parigi c’è chi ha capito che odiare è la via più certa perché alle morti si aggiungano altre morti, e la storia delle guerre, di ogni guerra, è disseminata di vittime innocenti, da entrambi gli schieramenti. Fomentare questo clima d’odio, perlopiù indistinto, è un gesto irresponsabile e gravissimo, che testimonia quanta ignoranza sia possibile in chi disprezza senza avere conoscenza diretta delle persone, di chi vive di stereotipi, di ideologia e di pregiudizi.

“Si vis pacem, para pacem” (se vuoi la pace, prepara la pace), questo dovrebbe essere, finalmente, il motto di un Occidente che per troppo tempo ha pensato di essere il padrone indiscusso del mondo, nutrendo l’ignobile stupidaggine di essere una razza superiore, un popolo più intelligente, più forte, con più diritto a una vita felice rispetto agli altri abitanti della Terra. La battaglia interna all’Occidente oggi è decisiva per il nostro futuro: da una parte c’è l’integrazione, la possibilità di una reale convivenza pacifica, un cammino fatto di conoscenza e riconoscimento reciproco, di contaminazione e di mescolanza che è, fin dalla nascita della vita, essenza stessa dell’evoluzione. Dall’altra c’è la via del conflitto sempre più acceso, sempre più violento, sempre più impossibile da prevedere, da contenere, da evitare. Con il nostro atteggiamento rischiamo di moltiplicare i nostri nemici a dismisura, costruendo porzioni crescenti di società talmente disperate, povere, emarginate e terribilmente inascoltate da non trovare altra via se non quella delle bombe per attirare attenzione, per rivendicare un qualche spazio, o anche solo per testimoniare, con un gesto estremo e disperato, la propria esistenza e il proprio diritto alla vendetta. 
 

Chi è il mio nemico?
Se proprio devo trovarmi un nemico, io lo scelgo fra coloro che inneggiano alla guerra, e non certo fra chi marcia al mio fianco per costruire percorsi di pace. Restiamo umani.
 
24/11/2015

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