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Opinioni

Sharing economy: il 2015 sarà l'anno?

Secondo un censimento di Collaboriamo.org in Italia sono più di 100 le piattaforme dedicate alla condivisione di beni, servizi o competenze, più una quarantina pensate per chi è disposto a mettere in comune soldi, il crowdfunding. Un italiano su cinque ha sperimentato il peer-to-peer, un altro terzo si dice pronto a farlo...
OPINIONI -  Il 2015 sarà davvero l’anno della definitiva esplosione della sharing economy? Secondo il Time sì, visto che ha inserito questo inedito paradigma di scambio e condivisione nell’elenco delle dieci idee che cambieranno il mondo.
La sharing economy è un modello economico fondato sulla messa in condivisione, favorita dai social media, di risorse private. Grazie ad essa oggi si può viaggiare, finanziare un progetto, fare impresa, studiare, persino mangiare a costo e impatto zero, oppure risparmiando. Gli esempi più noti sono Linux, Google, Wikipedia, Youtube, Skype, strumenti che ci permettono di utilizzare sistemi operativi, di ricercare informazioni e poter comunicare gratuitamente senza confini.
Ma ci sono anche Airbnb – piattaforma per l'affitto temporaneo di case e stanze – Uber – app per prenotare corse in auto in città – ; e c’è anche un cook sharing.
Gnammo e Eatwith fanno questo: permettono a chi ha la passione dei fornelli di trasformare casa, per una sera, in un ristorante, pubblicando online menu e prezzo della cena e reclutando ospiti. Eatwith sta in Silicon Valley, Gnammo a Torino.
Secondo un censimento di Collaboriamo.org in Italia sono più di 100 le piattaforme dedicate alla condivisione di beni, servizi o competenze, più una quarantina pensate per chi è disposto a mettere in comune soldi, il crowdfunding.
Sono piattaforme che favoriscono lo scambio orizzontale, tra privati, incoraggiando l'accesso e il riuso anziché la proprietà e l'acquisto. Tra le diverse definizioni di sharing economy emergono alcuni tratti comuni: lo sfruttamento pieno delle ricchezze, la collaborazione tra pari, il fatto che i cittadini riescano ad essere allo stesso tempo viaggiatori e albergatori, finanziati e finanziatori, cuochi e ospiti. E poi la tecnologia, le piattaforme peer-to-peer, come strumento.
Un italiano su cinque lo ha sperimentato, per lo più giovani sotto i 35 anni. Un altro terzo si dice pronto a farlo. Dividendo i costi di un viaggio con uno sconosciuto o affittando una stanza a un turista non solo si risparmia, ma si sperimenta pure un modo diverso, sociale, di consumare. Si possono mettere in comune l’automobile, la bicicletta, e persino lo spazio sui camion che ritornano vuoti; si offrono camere da letto a pagamento, ma anche gratis, con il Couchsurfing. Ci si può scambiare servizi di baby sitting o di apprendimento delle lingue. Ma c’è anche la “Biblioteca delle cose”, dove chiedere in prestito un oggetto, per finire con “Prestiamoci”, piattaforma in cui i privati possono prestarsi soldi tra loro, che coinvolge piccoli artigiani, pensionati, studenti.
“Un gratis seppellirà il capitalismo”. Questa non è la tesi di un hippie riemerso da Woodstock, bensì del New York Times, più precisamente di Jeremy Rifkin, convinto che la sharing economy possa allargarsi a qualsiasi tipo di oggetto o competenza, dando così vita ad una comunità globale di beni comuni.
Iniziative di Co-working e Co-housing sono altri esempi di fantastiche opportunità a disposizione. Si tratta di progetti di condivisione di spazi, idee, lavori, di grande valore culturale e sociale. Alcuni realizzati su suolo italiano, come Casa Netural a Matera, dove si organizzano incontri con “innovatori sociali” provenienti da tutto il mondo per discutere progetti, altri invece a sfondo internazionale come Workaway, che connettendo necessità e risorse offre la possibilità di svolgere una esperienza di volontariato o scambio lavoro di qualsiasi tipo, a costo zero, ovunque nel mondo.
La sharing economy allargata alle necessità di un quartiere ha dato invece vita alle Social Street, intrecciando le vite dei residenti nella condivisione di beni, esperienze e competenze con il proprio vicinato, mentre gli Empori Sociali di Modena, Parma, e di molte altre città emiliane, non sono
soltanto un market gratuito per famiglie disagiate, ma anche luogo di condivisione e socializzazione, per un nuovo modello di Welfare. Chi fa la spesa è invitato ad impegnarsi, in base alle sue possibilità, in attività di volontariato.
Il crowdfunding civico è una delle tipologie di raccolta fondi dal basso che sta riscuotendo maggior successo. Un numero crescente di soggetti istituzionali come comuni, enti provinciali, municipalità etc. se ne sta servendo per finanziare opere pubbliche e attività di restauro del tessuto urbano. C’è alla base di queste esperienze un’idea nuova di economia civile, un tipo di economia fondamentalmente aperta e sociale. Un’idea che fonde la cultura del web con la finalità civica.
Tutte queste esperienze hanno in comune l’ obiettivo di generare nuove possibilità creative, condividere, imparare e sperimentare nuove idee lavorando insieme, utilizzando metodologie diverse, ma condividendo gli stessi valori: la fiducia, la voglia di collaborazione e il coraggio.
Non solo offrono un servizio, ma sono volte al recupero del senso di comunità in tutte le sue accezioni. Una comunità non solo da un punto di vista locale e globale, ma soprattutto più umano e sociale, una comunità che risponde alle proprie esigenze e non a quelle del mercato.
26/03/2015
Maria Grazia Caldirola - redazione@alessandrianews.it

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