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Opinioni

Se cambia il Paese dei “furbi”

“Per favore non chiamateli più ‘furbi’. Perché nelle attuali condizioni economiche l’esercito degli evasori non merita né etichette indulgenti né aggettivi che possano suggerire modelli positivi o persino accondiscendenti”.
Bene ha fatto il Presidente Mario Monti a parlare in questo modo dai microfoni di una nota kermesse riminese, invitando la RAI a smetterla con questa caratterizzazione. “Dirò, anzi suggerirò ai dirigenti della RAI di non usare più l’aggettivo ‘furbi’ nei TG per descrivere chi evade le tasse”.

Mi ha ricordato un’intervista di due anni orsono alla Premier Finlandese che, in risposta al quesito su quali fossero le ricette applicate dal paese scandinavo per essere considerato il migliore al mondo in fatto di qualità della vita affermò che, per esempio, “in Finlandia chi ruba non è considerato un furbo ma un ladro”. Considerazioni normali e scontate, non in un Paese dove molti, nel pubblico e nel privato, preferiscono ancora Barabba.

Quello di Monti è stato nel complesso un intervento interessante, andato oltre le analisi, gli interventi e le proposte più o meno condivisibili o non condivisibili affatto. Ma l’invito sopra citato non è stato un episodio isolato del suo discorso, bensì uno dei tanti esempi che lo hanno portato in questi tempi ad affermare che negli ultimi vent’anni in Italia le nuove generazioni (non solo loro, dico io) non hanno avuto grandi esempi virtuosi da seguire pensando al futuro del Paese e della società che lo caratterizza. Giovani italiani come generazione perduta, che sta pagando troppo e dunque senza futuro.

E rispetto all’uscita dal tunnel della crisi, metto al centro del suo ottimismo di maniera il grande “SE” che ha esternato. Tocco ferro sperando che stavolta la si azzecchi, cosa invero poco avvenuta negli anni scorsi da parte di chi propina un certo pensiero economico (famosa la frase del Rettore della Bocconi nel 2008: “consegneremo ai libri della storia una crisi momentanea e passeggera”). Ma tocco ferro ancor di più sperando che invece stavolta non l’azzecchi di nuovo Nouriel Roubini, uno che forse di previsioni se ne intende.

Anche Corrado Passera ha seguito le orme montiane, sciorinando una serie di dati ed opportunità perse nel ventennio scorso e chiamando direttamente in causa la Seconda Repubblica. “Abbiamo salvato l’Italia dal commissariamento”, ma “la situazione in realtà è ancora un po’ peggio di quanto uno potesse immaginare”, perché “l’eredità della seconda Repubblica è molto deludente”.

“Abbiamo divorato 500 milioni dalle privatizzazioni, dalla vendita delle frequenze e dalla cessione di immobili che avrebbero portato il rapporto debito/Pil all’80%”. Inoltre, “ci siamo giocati il dividendo dell’euro e abbiamo sacrificato quasi tutti gli investimenti in conto capitale: è più facile tagliare gli investimenti che tagliare la spesa corrente considerata un bene primario, ma in questo modo ci si gioca il futuro”.

Rispetto l’apparente stabilità del debito pubblico, tesi secondo cui il tasso di indebitamento di allora è simile a quello odierno, Passera ha confutato l’argomento rimarcando che “il rapporto debito-pil dal 120 per cento era sceso a 100 e stava avviandosi nella direzione giusta, poi c’è stata una risalita”. Ma soprattutto “non abbiamo saputo far fruttare le opportunità rivenienti dal dividendo in occasione dell’introduzione della moneta unica europea”. Ci siamo infine “mangiati i proventi delle liberalizzazioni”. E abbiamo “smesso di costruire il futuro”.

Lo possiamo criticare e anche contestare, ma questo non è un governo assente e saper decidere è fondamentale. Tolte le macerie, sta tentando di ricostruire nuovi muri portanti, ma è un’operazione difficile e di materia da rimuovere e da sostituire ce n’è ancora molta. La coesione sociale è ancora a rischio e non sarà un autunno facile, perché nel mondo del lavoro la situazione è drammatica e i dati congiunturali nazionali ed internazionali non sono positivi. Eppoi ci si mette anche un rompiscatole magistrato di turno (lo dico in modo positivo) a rivitalizzare il mese di agosto con la storia dell’ILVA tarantina.

Ricordo bene, negli anni ottanta, un cugino militare in marina a Taranto: già allora era una fabbrica di veleni da terzo mondo ma, mi diceva, per i suoi commilitoni del posto era normale sapere ci fosse una sorta di compensazione spinta fino al punto che, timbrato il cartellino, il novello assenteista alle volte ritornava in città per giocare a calcio nei cortili dei palazzi. Oppure bastava semplicemente dichiararsi malato. E allora, se l’ILVA dei Riva è colpevole (e tanto) non lo è da meno l’Italsider di Stato.

Spero che il caso sia riemerso nel momento giusto e che si attuino veramente quegli interventi che mai si sono voluti applicare, non solo in terra pugliese ma in tutte le aree critiche nazionali. Smettiamola nel non considerare nei costi aziendali e di prodotto le spese sociali che si dovranno sostenere per bonificare l’ambiente e curare le persone. Il caso ILVA sarà utile se servirà a cambiare qualcosa per tutti, non tutto per qualcuno.

Nel 2013 andremo a votare: chi e che cosa? Saremo in grado di continuare a fare i conti con la realtà o ritorneremo ai mezzi busti insignificanti, ai politici ignoranti, ai provvedimenti inutili ed inefficaci, al tempo perso? Io credo che un anno non basti, serve mantenere la rotta perché, con altrettanta concretezza, al modificar del vento gli attuali marinai sapranno meglio sfruttare le brezze rispetto i naviganti di prima. E pure in caso di nuove tempeste.

La società liquida, le certezze cadute, l’assenza di barriere e schemi precostituiti non hanno semplificato la società ma resa più complessa e senza riferimenti oggettivi. In questo contesto le vere leadership faticano ad emergere, salvo casi truccati in partenza. E da noi le devastazioni della seconda repubblica hanno fatto il resto.

Che questa ipotesi sia il bene possibile o il male minore fate voi, di sicuro alquanto penose sono state le repliche a Monti e soprattutto a Passera per le accuse alla Seconda Repubblica. Del resto è significativo l’atteggiamento partitico rivolto alla riforma della legge elettorale.

A ben vedere, entrambi ed ognuno col proprio stile, il capo del governo ed il “superministro” hanno correttamente parlato di un ultimo periodo (vent’anni) altamente deficitario. Io penso questa vergogna sia imputabile molto più al centrodestra che al centrosinistra, per un semplice fatto temporale di governo: onori e oneri.

Però, lasciando perdere gli applausi propinati loro dal popolino che ovunque obbedisce al comando della lucina rossa che si accende, dagli “organizzatori” della kermesse malatestiana non si è levato nessun pentimento, per lo meno dichiarato, per le ultime loro frequentazioni politiche, reiterate con vigore in ogni luogo e occasione, che non devono peraltro ricondursi ad una sola persona.

Voglia di non esporsi? Omaggio al potente del momento? Può essere ma non importa, l’importante è comprendere onestamente che una delle condizioni necessarie per uscire dal pantano sta nel recidere e condannare ogni tipo di corruzione e abuso di potere, a parole e con i fatti, dimostrando che davvero in Italia si cambia. Altrimenti sta andando in onda il solito film: morto il re, viva il re. 

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]
27/08/2012
Andrea Zoanni (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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