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Intervistando la storia

Savino da Voltaggio ed Enrichetto da Capriata, balestrieri della Repubblica

Spirito d’avventura, necessità economiche? Non sappiamo cosa veramente spinse molti uomini a lasciare le proprie famiglie in Oltregiogo per andare a combattere, nel Mediterraneo e in tutt’Europa, partecipando alle guerre che Genova, allora potenza marittima paragonabile all’Inghilterra del XIX secolo, combatteva in tutto allora conosciuto. Lo abbiamo chiesto a due balestrieri
INTERVISTANDO LA STORIA -  Spirito d’avventura, necessità economiche? Non sappiamo cosa veramente spinse molti uomini a lasciare le proprie famiglie in Oltregiogo per andare a combattere, nel Mediterraneo e in tutt’Europa, partecipando alle guerre che Genova, allora potenza marittima paragonabile all’Inghilterra del XIX secolo, combatteva in tutto allora conosciuto; grazie a uno studio di Mario Silvano, pubblicato da “Novinostra” nel 1982, possiamo però avere un’immagine di quello che fu uno dei corpi militari d’élite del Medioevo: i balestrieri genovesi. Abbiamo "intervistto" Savino da Voltaggio ed Enrichetto da Capriata, balestrieri per la Repubblica di Genova contro Federico II imperatore

Raccontano che il Medioevo sia l’epoca della cavalleria: ma allora voi, cosa c’entrate?
C’entriamo, c’entriamo, e quei nobilastri lo sanno benissimo, perché hanno provato sulla propria pelle cosa significava essere colpiti da una nuvola non di frecce, ma di quadrelli e verrettoni.

Meglio delle frecce?

Sicuro. La balestra permette di scagliare con una velocità ben maggiore, in grado di perforare scudi e corazze. Il resto lo facevano i quadrelli (dotati di punta grande e alette, con asta corta a sezione quadrata) o i verrettoni (più lunghi, a sezione rotonda): quest’ultimo era il proiettile preferito da noi Genovesi.

Arma tanto pericolosa da essere proibita dalla Chiesa…
Sì, ma in tutta la nostra carriera, non abbiamo mai visto né un prete né un frate venire sui campi di battaglia a controllare.

Avete parlato di carriera: siete soldati mercenari?
Non nel senso che voi intendete: ricevevamo sì il soldo, ma non eravamo liberi di combattere per chi volevamo. Era sempre il Comune di Genova a destinarci sui vari teatri di guerra, oppure come scorta alle navi che, con il loro commercio, resero ricca la città: quando i pirati vedevano battere bandiera genovese, sapevano a cosa andavano incontro

Occorreva un lungo addestramento?
Sì, ma era alla portata di tutti: serviva sì allenamento, ma non l’apparato muscolare richiesto agli arcieri, e questo proprio grazie alla balestra. A differenza dell’arco (l’arciere doveva far tutto da sé: tendere l’arma e, con le braccia in tensione, mirare e scoccare), per tendere una balestra ci si poteva aiutare con sistemi meccanici: un gancio fissato al polso (il “crocco”), una staffa (nella quale infilare un piede per tenere ferma la balestra mentre la si tendeva) oppure un martinetto.

Combattevate da soli?
No: quando eravamo in campo aperto, eravamo assistiti da un “pavesario”, un soldato che reggeva uno scudo (il “palvese” o “pavese”) in grado di proteggerci mentre ricaricavamo la balestra per il colpo successivo.

Qualche missione di nota nella vostra carriera?
Sì: durante l’assedio di Parma, condotto da Federico II di Hohenstaufen nel 1248, noi eravamo all’interno delle mura, e partecipammo alla sortita con la quale riuscimmo a rompere l’assedio, mettendo in fuga i ghibellini e catturando il tesoro personale dell’Imperatore, compresi i suoi preziosissimi libri. Ma la battaglia più dura fu un’altra.

Quale?

Quella contro il Comune di Parma, per farci pagare il soldo dovuto alle nostre prestazioni proprio nella guerra contro Federico II; non potendo in questo caso ricorrere alle balestre, ci affidammo ad altre armi, quelle della giurisprudenza.
12/05/2018

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