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Opinioni

Ridare priorità al lavoro e alla democrazia economica

Il capitalismo che in origine si è sviluppato da una base essenzialmente industriale, negli ultimi decenni del novecento ha gradualmente abbandonato la strada del valore d’uso delle merci per divenire, soprattutto, un produttore di rendite
OPINIONI - Dallo scoppio della crisi nel 2008 il termine Finanziarizzazione è stato tra i più utilizzati per spiegarne le ragioni e individuarne le cause. La definizione che ne ha dato Luciano Gallino – uno dei maggiori studiosi della materia – è che rappresenti un gigantesco progetto per generare denaro mediante denaro riducendo al minimo la produzione di merce. Il capitalismo che in origine si è sviluppato da una base essenzialmente industriale, negli ultimi decenni del novecento ha gradualmente abbandonato la strada del valore d’uso delle merci per divenire, soprattutto, un produttore di rendite. Soluzione che il sistema ha adottato per far fronte alle difficoltà emerse nell’economia reale dei paesi sviluppati e dovute, in particolare, alla forte riduzione di occasioni di investimento redditizio nella maggior parte dei comparti dell’industria e dei servizi.

Per questa via la quantità di denaro creata dalle banche private è risultata enorme, ma, per la più parte, si è trattato di denaro fittizio non collegato ad alcun bene reale. Così negli Stati Uniti e in Europa, negli anni 2007-2008, si sono, nel giro di poche settimane, volatilizzate decine di trilioni di dollari di denaro fittizio.
La crescente finanziarizzazione dell’economia, con la creazione di rendite parassitarie, è stata la risposta offerta alla pressante richiesta delle grandi imprese che, ad iniziare dagli anni ottanta, hanno assegnato priorità al valore delle azioni.

Così gli utili, anziché essere investiti in ricerca e sviluppo, nel rinnovo degli impianti, nella sicurezza, nella formazione del personale e in migliori retribuzioni, sono stati dati, in misura doppia, agli azionisti, sovente spesi nel riacquistare proprie azioni allo scopo di aumentarne il valore e in compensi astronomici ai dirigenti impegnati nel tentativo di accrescere il valore dell’impresa in borsa. Investendo in attività speculative che non recano alcun vantaggio all’economia, deprimono la produzione di beni e servizi e riducono le occasioni di lavoro. Per questa via il sistema finanziario, in pochi decenni, ha enormemente aumentato le diseguaglianze di ricchezza ed esercita un dominio schiacciante sull’economia e sulla politica. Ad oggi 35 milioni di persone, lo 0,7 della popolazione mondiale, possiedono il 44 per cento della ricchezza globale, pari a 116 trilioni di dollari; mentre il 70 per cento della popolazione, ossia 3,3 miliardi di persone, ne possiede in tutto il 3 per cento.

Nell’Unione Europea, a partire dal 2010, le istituzioni comunitarie e l’oligarchia che domina la politica, hanno affiancato alla finanziarizzazione dell’economia le politiche di austerità. Politiche che, in nome della stabilità finanziaria e del risanamento del bilancio pubblico, hanno impoverito la maggioranza della popolazione e arricchito l’1 per cento di essa. Ciò è avvenuto e sta avvenendo attraverso la demolizione dello stato sociale (pensioni, sanità, scuola-università), l’attacco alle condizioni di lavoro (sicurezza, salari e diritti), al ruolo e alla funzione dei sindacati. Un indirizzo di politica economica imposto dalla Troika (CE, Bce, e Fmi), espressione di un progetto politico contrassegnato dal dogma neoliberale per il quale le decisioni dei governi, degli Stati e dei cittadini dipendono e devono essere disciplinati dai mercati cui debbono “sottostare” perché, viene detto, sono in grado di “autoregolarsi”. L’accettazione di questo impianto che richiede anzitutto la riduzione della spesa pubblica e la privatizzazione del maggior numero di beni pubblici presuppone, in particolare, per il nostro Paese la messa in discussione di parti significative della Costituzione Repubblicana.
Ad esempio l’art. 36 comma 1: “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” e l’art. 38 comma 2: “I lavoratori hanno diritto che siano preveduti e assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria”. Articoli entrambi disattesi da tutti i governi, compreso l’attuale, che, soprattutto, dopo il 2010 hanno, con zelo e sotto dettatura della CE, fedelmente applicato la ricetta dell’austerità. Con il governo Monti si è andati oltre inserendo, addirittura, in Costituzione il vincolo del “pareggio di bilancio”, misura che la Commissione aveva solo auspicato. Va considerato che altre nazioni, a partire da Francia e Germania, si sono comportate in maniera più accorta, guardando più alle convenienze dei propri Paesi che ai contenuti dei Trattati Ue. I risultati di questa cura sono stati per l’Italia drammatici: il Pil dal 2008 al 2014 è calato di 11 punti, circa 160 miliardi sottratti all’economia; l’industria ha perso un quarto della sua capacità produttiva. La produzione di automobili sul territorio nazionale è diminuita del 75 per cento - da 1,5 milioni degli anni novanta a 400 mila - e i ripetuti apprezzamenti dell’attuale premier nei confronti di Marchionne non paiono essere ricambiati se la FCA prevede di produrre nel 2018 sette milioni di veicoli, di cui solo 500 mila in Italia; i dipendenti, poi, oggi sono 23 mila contro gli oltre 44 mila del 2003. La disoccupazione è arrivata, per la prima volta dal dopoguerra, a superare il 13 per cento e il 40 per cento quella giovanile; la scuola e l’università sono in condizioni pessime; intere città del Sud si stanno spopolando dei giovani; sei milioni di italiani vivono sotto la soglia di povertà assoluta, cioè non sono in grado di acquistare neppure i beni e i servizi di base necessari per una vita dignitosa. Nel contempo il rapporto debito pubblico-Pil ha superato il 133 per cento, visto che i dati degli ultimi mesi collocano il debito stabilmente oltre i 2200 miliardi.

Se questa è la situazione italiana è, però, l’economia dell’intera Europa a preoccupare, a non dare segnali di ripresa e di superamento della crisi. Ad essere colpito è principalmente il lavoro e il reddito delle persone, elementi indispensabili per la dignità, la libertà e l’autonomia dei singoli cittadini che, come sostiene Ezio Mauro, sono indispensabili per la stessa tenuta democratica e la credibilità della politica e delle Istituzioni. A livello di Ue si registrano, infatti, 25 milioni di individui senza lavoro, almeno altrettanti con un’occupazione precaria e “povera”, e 125 milioni a rischio povertà. Un contesto di instabilità che, dovendo, contemporaneamente, fare i conti con le dimensioni degli attuali fenomeni migratori, sta seriamente mettendo a rischio la tenuta dell’Unione e il suo modello democratico e sociale. Con la concreta possibilità che la propaganda nazionalista e le pulsioni xenofobiche catturino consensi tra chi vive una situazione di precarietà ed esclusione.


La crisi dell’economia capitalista

Affrontare l’attuale crisi del capitalismo - che è contemporaneamente crisi ecologica e del modello di sviluppo - per la sinistra riformatrice, italiana ed europea, rappresenta, certo, un’ impresa complessa e difficile, ma anche un obbligo, pena l’essere travolta dalle chiusure nazionaliste e dai movimenti populisti.
La ricerca di contenuti economici e sociali alternativi deve, certamente, mettere in conto il ridimensionamento del potere delle grandi banche, togliere loro la possibilità di creare denaro e introdurre un progressivo controllo democratico del sistema finanziario, ma è la rimessa al centro del tema del lavoro, il suo valore, la sua dignità, la piena occupazione, che deve diventare il vero obiettivo economico, sociale e politico del nuovo modello. Riproponendo il legame tra lavoro e democrazia che rappresenta il significato più autentico dell’articolo 1 della nostra Costituzione. Da cui discende la necessità di un ruolo maggiore dello Stato, sia a sostegno di investimenti nel campo delle infrastrutture per l’assetto e la manutenzione del territorio, di efficentamento e messa in sicurezza del patrimonio edilizio esistente, che nell’orientare e sviluppare la ricerca e l’innovazione nel campo dell’ecologia, del comparto energetico, per lo sviluppo delle tecnologie innovative in diversi settori e verso nuove politiche industriali.

Nella ricomposizione del legame tra lavoro e diritti Nadia Urbinati individua la possibilità di una ricostruzione della cultura riformatrice attraverso la capacità della politica di “ricatturare” il lavoro che rappresenta il futuro stesso della tenuta delle nostre democrazie.

A tale proposito la Cgil ha avviato una campagna di massa per la riconquista dei diritti universali del lavoro che si svolge attraverso un progetto di legge di iniziativa popolare e la raccolta di firme a sostegno di referendum i quali, in particolare, puntano ad abrogare i decreti del Jobs Act sui licenziamenti ed estendono le tutele a tutti i lavoratori, comprese le forme di lavoro autonomo. Un impegno difficile, generoso ed importante che deve essere sostenuto. Nel contempo ritengo che per ridurre le diseguaglianze ed avere la garanzia di una più giusta distribuzione del reddito, il sindacato e la sinistra, per un effettivo riconoscimento del valore aggiunto creato dal lavoro, dovrebbero tornare ad elaborare e proporre il tema della “democrazia economica”. Come elemento essenziale per superare la stessa crisi dell’economia capitalista, esplosa dal 2008 e tutt’ora presente, che è, soprattutto, crisi di distribuzione del reddito e fattore di crescente diseguaglianza.

Nell’esperienza sindacale italiana elementi di democrazia economica hanno riguardato, nella seconda metà degli anni ’70, la “prima parte” dei contratti dell’industria con i diritti di informazione sul programma degli investimenti, il decentramento produttivo e le politiche di occupazione delle aziende. Degli stessi anni è la proposta del “Piano d’impresa” elaborata dall’Ires e approvata dalla Cgil nell’ottobre del 1979. Elaborazione che, anche per l’opposizione del Pci, non riguardò mai, come in Germania, la legislazione. Un tema da riprendere per riassegnare al lavoro e all’obiettivo della piena occupazione la centralità e il valore venuti meno e superare le iniquità e le ingiustizie dell’attuale sistema economico.
15/04/2016

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