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Opinioni

Proviamo a ragionare di terrorismo

Quando accadono cose terribili come quelle che sono capitate a Parigi venerdì scorso, ci vuole sempre un po’di tempo per lasciar sedimentare le emozioni e passare al ragionamento
OPINIONI - Quando accadono cose terribili come quelle che sono capitate a Parigi venerdì scorso, ci vuole sempre un po’di tempo per lasciar sedimentare le emozioni e passare al ragionamento. E’ naturale che sia così, perché siamo umani e gli accadimenti sconvolgenti ci portano a reazioni istintive: paura, rabbia, dolore, desiderio di vendetta. Con chi? Ma col primo che capita a tiro, differente da noi e quindi già sospetto. Oppure con un nemico lontano, riconoscibile in un’entità o in più entità affini, cupe, malvagie, sulle quali si chiede una rivalsa, immediata, che soddisfi la nostra furia e plachi il nostro senso di impotenza.

Non ci sarà da meravigliarsi, dunque, se in questi giorni l’Occidente potrà essere pervaso da fremiti di sangue e percorso da proclami vuoti quanto roboanti. Sarà già un miracolo se riusciremo a passarci in mezzo senza che tutto ciò provochi altri lutti, altre perdite. I fanatici, per ora, si sono manifestati da una parte sola, ma non è difficile immaginare che se ne trovino altrettanti dall’altra. Quindi, proviamo a ragionarci su, anche se il sangue ribolle e il disgusto tracima da ogni nostro pensiero del momento. Proviamo a ragionarci su a mente fredda, perché chi ha preso d’assalto Parigi ha mirato al cuore dell’Occidente, alla sua cultura, al suo modo di vivere, a quel che siamo oggi, e fomenta un odio non so quanto esteso, ma certamente velenoso e profondo.

La questione è complessa. Ci vorrà tempo per approfondirla e ci serviranno teste in grado di farlo con lucidità. Ma, nel frattempo, è il caso di porre alcuni paletti, di fornire qualche indirizzo di fondo, di stabilire elementi di base su cui operare convergenze, perché una cosa è ormai chiara a tutti: l’Occidente è in guerra. Non sarà una guerra facile da combattere e non sarà una guerra breve. Ma ci servirebbe sapere contro chi condurla, con quali alleanze, con quali mezzi e, soprattutto, con quali finalità, perché le guerre che non si pongono scopi espliciti e non si conducono con mezzi appropriati generalmente finiscono per peggiorare la situazione senza modificarla di un palmo. Ne sono state già condotte troppe, in questi anni, e l’assalto a Parigi è anche conseguenza del come sono state dirette.

La prima cosa che vien da dire è che dovremo combattere su due fronti. Il primo è quello interno, là dove siamo più vulnerabili ed esposti. Il secondo è quello esterno, apparentemente più rassicurante per chi sta a casa, ma che saldato al primo costituisce una minaccia ben più vicina di quanto non sembri. Ecco perché, da venerdì notte, possiamo dire che siamo in guerra, siamo tutti un bersaglio e non si possono più fare distinzioni tra chi porta una divisa e chi no, tra chi è segnato a dito e chi vive la sua vita di sempre. Cominciamo dunque da qui, perché dobbiamo dire poche cose, però importanti:
- il terrorismo cercherà di ripetere Parigi, mirando a chiunque sia sulla linea di tiro, nell’intento di sconvolgerci e di sconvolgere il nostro modo di vivere. Se cediamo su questo terreno, abbiamo già perso;
- dovremo adattare le nostre legislazioni, rinunciando probabilmente a qualche spazio di libertà, ma guai a cadere nella trappola dello stato di emergenza, delle leggi speciali, del coprifuoco, della rinuncia a tenere convegni, congressi, riunioni, summit, grandi eventi. La democrazia ha le sue armi e le esercita col controllo del territorio e con l’operato dell’intelligence. Qui dobbiamo fare progressi e creare maggiori sinergie perché il sistema in atto si è rivelato inefficace e sappiamo tutti quanto sia contorto. Vogliamo smetterla con il gioco delle tre carte dei servizi segreti e con l’opacità dei collegamenti? Un’operazione come quella di Parigi non può restare ignota se non perché la macchina della prevenzione non funziona come dovrebbe;
- i terroristi tirano nel mucchio. Non fanno distinzione fra chi è cattolico, ebreo, musulmano o buddista. E vorremmo farne noi? Vorremmo considerare nemici quelli che si prendono le nostre stesse pallottole? Che ne vorremmo fare dei milioni di musulmani che vivono all’interno delle nostre città, spesso porta a porta con noi? Cacciarli? Segregarli? Mettergli un marchio in fronte o sulle vesti? Lo ha fatto già qualcun altro e non gli ha portato bene, per fortuna nostra. Certo, dovremo stare più attenti e dovremo essere più severi nel perseguire chi gira senza documenti, chi viene dichiarato colpevole di accuse gravi, chi fomenta pubblicamente odio e intolleranza. Magari, senza espellerli e di fatto rimandarli a casa, per poi ritrovarceli con un fucile in mano nelle nostre piazze. Magari potremmo prendere misure di detenzione e di distanziamento tra coloro su cui gravano pesanti indizi e le famiglie di riferimento. Magari, in questi casi potremmo arrivare a oscurare Internet e impedire l’uso dei cellulari. Ma non possiamo permetterci di allargare il cerchio dell’acqua dove nuota il pesce, come direbbe Mao Zedong.

Quanto al fronte esterno, qui la complessità aumenta ancora. Probabilmente dovremo scendere sul terreno, ma non senza prima aver chiarito alcune cose:

- la coalizione dev’essere vasta quanto più possibile, però trasparente. Non possiamo fare distinzioni fra stati occidentali, stati orientali, stati arabi. La distinzione deve nascere dai comportamenti oggettivi. Chi finanzia i terroristi? Chi fa affari con loro? Chi diffonde le loro farneticazioni? Chi partecipa con interessi suoi?;
- in Medio Oriente c’è un bubbone che incancrenisce dalla fine dell’ultima guerra mondiale. Quel bubbone si chiama Palestina, si chiama Israele, si chiama Gerusalemme. E’ finito il tempo delle mediazioni a perdere, dei muri, delle chiusure a qualsiasi proposta. Ed è anche finito il tempo delle picche e ripicche fra Americani e Russi. Israele sta con l’Occidente? Bene, allora si adegui. La Turchia vuole l’ombrello NATO? Bene, allora lasci indipendenza ai Curdi. Tra l’altro, se la sono meritata ampiamente;
- infine ci sono da definire assetti territoriali che sono restati sconvolti da conflitti endemici. Che si con Siria, Irak, Somalia, Sudan, Malì, Afgahistan? Esportiamo la nostra democrazia? Non ci è mai andata bene. Magari, stavolta proviamo ad esportare aiuti economici. Sul serio. Se vedi un futuro per la tua famiglia, ci penserai due volte prima di metterlo a rischio imbracciando un kalasnikov.
16/11/2015
Giancarlo Patrucco - redazione@alessandrianews.it

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