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Opinione

Prospettive lavorative

Riflessione sul recente accordo tra Confindustria e sindacati sui contratti e sulla rappresentanza sindacale
Mi ha meravigliato il recente accordo siglato da Confindustria e sindacati su contratti e rappresentanza sindacale.
Da una parte il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, dall’altra i leader di Cgil, Cisl e Uil, Susanna Camusso, Raffaele Bonanni e Luigi Angeletti.
E proprio la Camusso ha stupito per la sua conciliante posizione, mentre all’indomani della sua elezione come capo della CGIL sembrava voler dare battaglia.
Alla fine l’ha spuntata il modello FIAT, con tanti saluti a chi ha scioperato nelle fabbriche.
Non sono mai stato un fanatico sindacalista, ma essendo un lavoratore è normale porsi qualche interrogativo su quanto sta accadendo a livello alto, sebbene poi alla fine ognuno guardi al proprio orticello/azienda.
Mi sorprende la gioia del centro-sinistra per questo accordo, che vede sicuramente ricomporsi la triade sindacale, ma lascia l’amaro in bocca a tanti lavoratori.
Mi capita spesso di chiacchierare della questione “lavoro” con amici e conoscenti e da queste ciarle emerge una realtà che non viene considerata in questi accordi: la professionalità non è più considerata importante dalle aziende italiane.
Un 10-15 anni fa sapevi che se dimostravi di essere in gamba e ti facevi il mazzo, la tua azienda avrebbe avuto tutto l’interesse per tenerti, perchè rappresentavi un valore aggiunto.
Avere un dipendente che lavorava bene, con serietà e velocemente permetteva di realizzare prodotti di qualità ed in tempi brevi.
Quindi, periodicamente, arrivava una gratifica della fatica fatta, che spronava il dipendente a continuare.
Sicuramente ciò era dovuto al fatto che a capo delle aziende c’erano persone che avevano investito il proprio capitale nella “fabbrichetta” e sapevano che perdere un buon dipendente rappresentava una perdita di esperienza e di qualità del lavoro, quindi a scapito di quello che poteva essere un costo in più nel bilancio, preferivano un risultato finale ottimale.
Oggi le aziende sono quasi tutte gestite da manager, che non hanno alcun interesse a salvaguardare la qualità, ma mirano a massimizzare i profitti, riducendo avidamente i costi per ottenere i pingui bonus di fine anno.
Il dipendente, quindi, rappresenta solo un costo da contenere e non una parte importante dell’azienda.
Spesso mi è capitato di assistere alle dimissioni di dipendenti di un certo livello ed esperienza, stanchi di veder negato il riconoscimento del proprio impegno, rimpiazzati da ragazzini senza esperienza, assunti col livelli contrattuali bassi e ovviamente a termine.
Il risultato è che il lavoro va avanti lo stesso e la direzione risparmia soldi, ma la qualità è sicuramente andata a farsi benedire.
La filosofia “manager” ha oramai convinto gran parte del mondo industriale ed oggi si parla di “risultati aziendali” senza tener conto che questi risultati possono arrivare solo se i dipendenti li realizzano.
Cosa può realizzare un gruppo di dirigenti, se sotto non ha persone capaci di concretizzare le loro idee il lavoro tangibile?
Nulla, ma anche la piccola industria oramai considera le aspettative del dipendente solo un noioso ostacolo al raggiungimento del profitto, perchè l’aumento o il bonus tolgono risorse al bilancio.
Se prima di parlava di eccellenze e di manodopera specializzata, oggi sembra di esser tornati ai primi del 1900, quando il dipendente era visto come una macchina da lavoro e nient’altro.
Merito (o colpa) dello spettro della disoccupazione in aumento, che permette ai manager di far leva sul classico proverbio: “o mangi sta minestra, o salti sta finestra”.
Nell’accordo siglato pare trasparire la volontà di legare la retribuzione al risultato aziendale e svincolarlo dal singolo impegno e ciò vuol dire che tutti i dipendenti, se l’azienda centra l’obiettivo, ottengono un bonus.
Il paradosso è che con questo comportamento vengono premiati anche quei dipendenti che non mettono alcuna passione nel proprio lavoro.
Infatti queste persone, alla fine, facendo il minimo indispensabile ottengono lo stesso risultato di un dipendente che cerca di metterci serietà ed impegno.
Il messaggio che passa nelle nuove leve è che non vale la pena dunque spaccarsi la schiena, se alla fine ottieni gli stessi soldi mettendoci metà dell’impegno.
In un mercato globale dove la concorrenza sul prezzo del prodotto finito con paesi emergenti come la Cina non è pensabile, è conveniente perdere professionalità e qualità?
 
8/07/2011
Ermanno Cecconetto - redazione@alessandrianews.it

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