Sei in: AlessandriaNews / Opinioni / Più scientificità e rigore sulle questioni ambientali - 7/11/2011
Opinioni

Più scientificità e rigore sulle questioni ambientali

Di fronte a quanto è successo (e sta ancora succedendo) ad Alessandria città e, ancor più, in altre zone della nostra provincia, in spirito costruttivo, provo a mettere insieme alcune considerazioni
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Di fronte a quanto è successo (e sta ancora succedendo) ad Alessandria città e, ancor più, in altre zone della nostra provincia, in spirito costruttivo, provo a mettere insieme alcune considerazioni.
  • Prima di tutto se quello che abbiamo visto direttamente (o tramite i mezzi di informazione, questa volta sicuramente all'altezza) è vero, ed è vero, c'è poco da star tranquilli. Sostanzialmente ci troviamo di fronte ad una sensibilità estrema del territorio anche a perturbazioni non catastrofiche che, a partire dai versanti montagnoso-collinari a sud ed ovest della città, ci portano enormi quantità d'acqua, talvolta concentrate in spazi di tempo brevissimi. E questo, nonostante che le quantità relative di pioggia non siano di fatto trascendentali.
  • Un problema conosciuto e studiato fin nei minimi particolari, con "Piani d'Area" e stralci di "Piani Territoriali" dettagliatissimi in termini di imboschimento, caratteristiche delle coltivazioni ammesse, vie e rii di scorrimento più o meno protette e quant'altro possa servire ad una corretta pianificazione territoriale.
  • Un problema che si ripropone ciclicamente e che nessuno, pare, voglia affrontare in maniera globale. Per esempio intervenendo sulle scorrettissime canalizzazioni d'alveo, che non fanno che velocizzare e rendere più pericolo il corso d'acqua in oggetto.
  • Semplicemente, nel caso specifico, ci si è abituati a considerare una piena tra l'ordinario e l'eccezionale, come quella del 4-6 novembre 2011, in modo del tutto ammissibile e sopportabile, senza dover intervenire troppo su proprietà e diritti montani e collinari acquisiti. Tutti sanno che il problema dell'accumulo d'acqua nasce dallo scarso drenaggio dei versanti, dal loro progressivo diradamento boschivo e, in certi casi, dalla tolleranza di vecchie (e, talvolta) nuove opere in cemento armato o in battuto di pietra con collante impermeabile richieste da proprietari di fondi o abitanti di zone decentrate da poco collegate con strade asfaltate o equivalenti. Molte sono anche le rimanenze di vecchie opere idrauliche più di impiccio che altro che andavano - un tempo - ad incanalare rii e torrenti che però, progressivamente, hanno cambiato letto oppure regime (diventando improvvisamente pericolosi, a fronte di una normale apparenza innocua e tranquilla).
  • L'abbandono di alta collina e montagna e la difficoltà a trovare incentivi a mantenere contatti con realtà boschive difficili hanno fatto il resto. Oggi, come è noto, per togliere erbacce e regolare il sottobosco di grandi estensioni altrimenti abbandonate a se stesse, occorre por mano al portafoglio con costi orari non sempre sostenibili. Anche qui si è sbagliato o, se si vuole, ci si è fidati troppo della "buona stella". D'altra parte sto descrivendo una situazione già nota dagli anni Settanta, che ha trovato nelle alluvioni del 1994 e del 2000 la loro migliore espressione. Forse si avrebbe diritto a qualche correzione in più ma, come sembra, per il momento non è possibile.
  • Come non è possibile avere un accordo concreto con il mondo agricolo e con le sue rappresentanze sindacali in ordine all'utilizzo di ampie aree di espansione libera dei fiumi che, assolutamente, dovrebbero rimanere in terra, con la possibilità di continuare le varie coltivazioni e, ovviamente, ricevendo un contributo fattivo per il "disturbo". Niente di particolare. Anche qui tutti sanno che in Francia e, ancor più in Belgio, Olanda e Germania, sono da decenni operativi contratti di fiume che vedono come primi protagonisti-gestori proprio i proprietari agricoli, spalla a spalla con i tecnici delle locali Autorità di Bacino, con il beneplacito di cittadini ed Istituzioni.
  • Da noi sembra fantascienza. Eppure, come ben sa l'ing. Maione, uno dei decani delle tecniche di intervento sulle "aree di laminazione controllate", non esistono solo i bacini con fondo in cemento armato ma, come ovunque, si fanno due conti e si opta con convinzione per i contratti diretti con proprietari e rappresentanti di interessi diffusi. Questi ben volentieri contribuiscono ad un corretto uso del territorio.
  • Infine, giusto per essere un pochino informativi, seppure per sommi capi, va ricordato il problema costituito dal pregresso industriale, stradale o, comunque, costruito, che si sta dimostrando uno degli ossi più duri in vista di una vera prevenzione di bacino. In Germania, all'indomani della grave inondazione del Reno, una decina di anni fa, si è riusciti a spostare capannoni, fabbriche e costruzioni (anche private) addirittura per cinque chilometri, allargando così sostanzialmente la possibilità di libera esondazione del fiume. Da allora le cose sono andate meglio e, seppure con un esborso consistente all'inizio, si sono avuti - alla lunga - anche consistenti benefici economici. La collettività non deve più ripianare gli errori altrui andando a compensare ciò che il fiume si è portato via. Soprattutto, da loro, è ben chiaro che se non si usufruisce delle facilitazioni di rilocalizzazione, alla prossima emergenza - semplicemente - le spese saranno totalmente a carico di chi ha fatto la scelta di restare in aree a rischio. Un principio elementare che, però, qui da noi trova più di una opposizione. Che ci sia di mezzo anche qualche piccolo interesse-promessa elettorale? Mah... non vorremmo essere così meschini ma, se non peggio (vedi bustarelle o altro) direi proprio che ci siamo vicino. I vari Piani di Bacino, Pai eccetera che si sono susseguiti in questi anni sono pieni di varianti in corso d'opera, di richieste - per lo meno discutibili - di deroghe con richieste di percorsi tortuosi e, soprattutto, pericolosi per chi li propone e per chi li deve subire. Forse un po' di trasparenza in più nelle stesse Conferenze dei Servizi, potrebbe aiutare.... Vedremo.
  • Quindi, in sostanza, una soluzione potrebbe venire da "più scientificità" e "più rigore" in quanto gli studi già ci sono e – sicuramente - sono più che sufficienti... basta applicarli. Proprio qui ci vorrebbe "rigore" e più capacità di "impresa" politica. Allora sì che potremmo parlare di "governance" del territorio. Tutta un'altra musica rispetto all'interpretazione limitata che molto spesso ci viene offerta con situazioni al limite del lecito rese comunque possibili dall'"accordo di tutti". Peccato che quegli stessi "tutti" siano poi i primi a lamentarsi in caso di emergenza reale o, peggio, come a Genova, con lutti e situazioni drammatiche di difficile soluzione.
  • Comunque, tutte le associazioni ambientaliste insieme ad ARPA, Università e a quanti hanno a cuore un'applicazione seria dei dettami scientifici via via enucleati, sono sempre a disposizione di chiunque, per apportare modifiche utili e miglioramenti sostanziali.
 
7/11/2011
Pier Luigi Cavalchini - redazione@alessandrianews.it


 
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