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Opinioni

Operazione Maglio nel Basso Piemonte: tutti in libertà

L'”associazione per delinquere di tipo mafioso” è un reato associativo previsto dal codice penale italiano, art. 416bis, facente parte dei “delitti contro l'ordine pubblico”. Fino al 1982, per far fronte ai delitti di mafia, si faceva ricorso all'art. 416 “associazione per delinquere”, ma tale fattispecie generica risultò inefficace di fronte alla vastità e alla complessità del fenomeno mafioso. Fu solo a seguito dell'uccisione del generale Dalla Chiesa che lo Stato introdusse l'art. 416bis, tramite la Legge 646 del 13 settembre 1982, detta "Rognoni-La Torre" (anche Pio La Torre fu ucciso nel 1982 proprio per questa Legge), dando così la propria risposta al grave fatto di sangue e perseguendo l'obiettivo di porre finalmente un freno al problema mafia. Non solo l’Italia si dotò per la prima volta di uno strumento efficace per contrastare il fenomeno mafioso, ma nel 1982 il legislatore diede addirittura per la prima volta una definizione giuridica del concetto stesso di mafia, fino ad allora incredibilmente omesso dal codice! L'art. 416bis introduce inoltre la confisca dei beni, nonché l'applicabilità di tale fattispecie anche nell'ipotesi di camorra, di 'ndrangheta o di altre associazioni riconducibili a quelle di tipo mafioso, comunque localmente denominate.

E’ giunta nei giorni scorsi la notizia della scarcerazione e messa in libertà (in attesa di giudizio) di tutti gli imputati arrestati lo scorso 21 giugno 2011 con l’operazione denominata Maglio. L’accusa: appartenere ad una “locale” della ‘ndrangheta operante nel basso Piemonte. Tra i 19 sottoposti a provvedimento, Bruno Pronestì, individuato come “capo locale” e Giuseppe Caridi, ex-consigliere comunale di Alessandria. Durante quest’anno vi sono stati numerosi passaggi giudiziari. Tra gli atti più rilevanti, ricordiamo il sequestro dei beni a Bruno Pronestì (Bosco Marengo) e ad Antonio Maiolo (Sale), per un valore complessivo di circa 1,5 milioni di euro. Non è certo nostra intenzione entrare nel merito delle ragioni tecniche di questa revoca degli arresti in carcere, o ai domiciliari, e neppure cimentarsi nel calcolo delle scadenze dei termini di custodia, o altro. Libera ha sempre sostenuto l’operato della magistratura e non ha mai fatto mancare il sostegno e l’incoraggiamento ai magistrati che quotidianamente sono impegnati nel contrasto alla criminalità organizzata, si chiamino essi Ingroia, Caselli, Canepa, Perduca, Salerno o, in questo caso, il gip di Torino Massimo Scarabello, che ringraziamo per il suo impegno.

Il caso sarà sicuramente da approfondire, per meglio comprendere e per spiegare tecnicamente ciò che è avvenuto. Ciò che, però, possiamo e dobbiamo fare subito è sollecitare le coscienze di ognuno per vigilare sui tentativi, striscianti ma non troppo, di strumentalizzare queste scarcerazioni, anche qui in Piemonte, come già successo per casi analoghi in altre regioni, nel tentativo di far passare la suggestione che il reato di “associazione per delinquere di tipo mafioso”, ma sì, in fondo in fondo, è roba da poco... solo un reato associativo, un peccatuccio veniale, se poi non è morto nessuno... Libera non la pensa così. Lo scorso 19 marzo, per la XVII Giornata della Memoria e dell’Impegno in ricordo delle Vittime delle mafie, eravamo in centomila a sfilare a Genova, di cui diecimila dal Piemonte (quasi duemila dalle Province di Cuneo e Alessandria, interessate dall’operazione Maglio), per urlare, cantare, ricordarci e ricordare, che il 416bis, di cui il prossimo 13 settembre ricorrerà il trentennale, è un reato grave, gravissimo, e che su questo punto non sono accettabili “normalizzazioni” di sorta. Che nessuno si cimenti in un tale acrobatico esercizio.

La crisi economica ci sta abituando a forme sempre più avanzate di compromesso con il rischio di calpestare concetti come giustizia, cultura, legalità, memoria, valore simbolico. E lungo questa deriva, è altamente probabile che si riduca quell’anticorpo sociale che è l’unico rimedio contro tutte le forme di sopraffazione degli individui: mafie in testa. Anche in alcune aree del profondo nord, la conoscenza della presenza della ‘ndrangheta è tema che oggi si dà quasi per scontato; si conoscono nomi e cognomi delle persone riferite o riferibili all’organizzazione mafiosa. In alcuni casi ci si vanta pure di tali “conoscenze” con amici e colleghi. Questa tentazione di “normalizzare” la presenza mafiosa deve allarmare ed allertare; non possiamo, non dobbiamo fare scendere il livello di guardia e far salire quello dell’accettazione e del compromesso. Lo slogan deve essere netto e radicale: via le mafie dai nostri territori, via le mafie dalla nostra economia, via le mafie da casa nostra. Abbiamo evocato di proposito il senso del possesso. Non desideriamo spostare di luogo le mafie ma tracciare un obiettivo chiaro, semplice, concreto. Difendere il territorio da infiltrazioni e radicamenti significa sviluppare quegli anticorpi sociali senza i quali i violenti riescono ad imporre i propri soprusi. E il primo anticorpo si chiama “rete”: chi denuncia non può essere lasciato solo né dallo Stato né dai Cittadini. Ognuno di noi ha la possibilità di fare qualcosa. Libera nasce per questo: mettere in rete le persone e le associazioni perché in rete (insieme, Noi) è più agevole contrastare i soprusi; è più facile trovare la forza di reagire.

Dal 2011 a oggi ben quattro Comuni del nord-ovest sono stati sciolti per mafia: Ventimiglia, Bordighera, Leinì e Rivarolo. Tutti intorno a noi. E a breve arriverà l’esito delle verifiche su Chivasso. Dobbiamo risvegliare le nostre coscienze. Certamente non vogliamo e non dobbiamo giudicare nessuno, dobbiamo anzi restare in rispettosa attesa della sentenza, quale che sia. Ma neppure possiamo e dobbiamo recepire la notizia della recente scarcerazione con indifferenza e rassegnazione. Sollecitiamo dunque la libera stampa, l’informazione locale e le reti sociali, anche sul web, affinchè si orientino i cittadini meglio ancora di quanto non si sia già fatto o si stia facendo. Occorre conoscere fatti, luoghi, nomi e relazioni per comprendere. Per rafforzare quei legami che ci uniscono contro le mafie e per lo sviluppo economico, sociale e culturale di un territorio. Noi il 5 ottobre, giorno fissato per la prossima udienza del processo Maglio, saremo davanti al Tribunale di Torino, non certo per giudicare o contestare, ma per essere partecipi e corresponsabili, per osservare e capire, ma soprattutto per lanciare un chiaro messaggio: i cittadini di questo Piemonte non sono un gregge di indifferenti.
7/08/2012
Coordinamento Provinciale Libera Alessandria e Libera Cuneo - alessandria@libera.it; cuneo@libera.it

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