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Opinioni

Né tintoria né sala di tortura

“Confessarsi almeno una volta all’anno, e comunicarsi almeno a Pasqua” recita uno dei precetti della chiesa che abbiamo imparato da bambini a catechismo. Colpa e peccato, penitenza e conversione sono fenomeni universalmente umani, che incontriamo, sotto espressioni storiche e sociali diverse, in ogni religione e cultura
OPINIONI - “Confessarsi almeno una volta all’anno, e comunicarsi almeno a Pasqua” recita uno dei precetti della chiesa che abbiamo imparato da bambini a catechismo.
Colpa e peccato, penitenza e conversione sono fenomeni universalmente umani, che incontriamo, sotto espressioni storiche e sociali diverse, in ogni religione e cultura.
Durante tutta la sua vita, ce lo ricorda costantemente papa Francesco, Gesù ha invitato gli uomini a convertire la direzione del proprio cuore e ad affidarsi a un Dio che è come un padre, misericordioso e pieno di un amore che è più grande di qualunque peccato.

Cristo ha accolto senza remore i peccatori per riconciliarli con Dio e ha affidato ai suoi discepoli il compito di “legare e sciogliere” gli uomini dai peccati: “In verità vi dico: tutto quello che legherete sopra la terra sarà legato anche in cielo e tutto quello che scioglierete sopra la terra sarà sciolto anche in cielo” (Mt 18,18). Dopo la sua morte e risurrezione, egli ha effettivamente trasmesso agli apostoli il ministero di rimettere i peccati: “Ricevete lo Spirito Santo; a chi rimetterete i peccati saranno rimessi” (Gv 20,22-23).
Nei primi secoli della chiesa il sacramento della riconciliazione (o confessione o penitenza) era riservato soltanto ai peccati più gravi (particolarmente tre: l’omicidio, l’adulterio e l’abbandono della fede) ed era molto rigoroso. Si trattava di una penitenza “unica” ciò non ripetibile e questo fatto spingeva molti convertiti a rimanere “catecumeni” per tutta la vita, senza ricevere il battesimo se non in punto di morte (pensiamo all’imperatore Costantino), per paura – o per essere liberi – di peccare e dover dunque sottostare al duro regime di vita dei penitenti. A differenza di quella attuale era poi una penitenza “pubblica”: i peccatori, dopo aver confessato le colpe gravi al vescovo, vivevano pubblicamente un lungo periodo di riparazione e di penitenza, vestiti di sacco e privati di responsabilità comunitarie. Al termine di questo tempo (anche anni) ricevevano pubblicamente l’assoluzione dal vescovo, alla presenza della comunità, e venivano nuovamente accolti nella “comunione” con i fratelli, tornando ad occupare il posto che avevano lasciato.

Successivamente, a partire circa dal VI secolo e soprattutto per impulso dei monaci, si passò ad una celebrazione “privata” del sacramento: ciascun penitente si recava dal proprio parroco e confessava i peccati, impegnandosi poi ad eseguire le opere penitenziali richieste, ottenendo l’assoluzione. È questa la forma con cui la confessione si presenta ancora oggi: privata e sopratutto ripetibile tutte le volte che si vuole.
Tornando ai giorni nostri, nei suoi quattro anni di pontificato papa Francesco sottolinea continuamente l’importanza della riconciliazione, “vero luogo di incontro con Dio-Misericordia”.
“Ricordiamo, ha ripetuto in diverse occasioni, che non siamo lì anzitutto per essere giudicati. È vero che c’è un giudizio nella confessione, ma c’è qualcosa di più grande del giudizio che entra in gioco. È l’incontro con la Misericordia”.
Il pontefice ha messo anche in guardia dalle possibili distorsioni. Ne ricordiamo due, la prima da parte dei fedeli, la seconda da parte dei preti.

Francesco ricorda che non ci si accosta al confessionale come se si portasse un vestito a smacchiare in tintoria: è questa “l’ipocrisia di quanti credono che il peccato sia una macchia, soltanto una macchia, che basta andare in tintoria perché la lavino a secco e tutto torni come prima. Come si porta a smacchiare una giacca o un vestito: si mette in lavatrice e via. Ma il peccato è più di una macchia. Il peccato è una ferita, va curata, medicata”. Ai preti invece ricorda che confessionale non deve trasformarsi in una sala di tortura: “Talvolta ci può essere in qualcuno un eccesso di curiosità, una curiosità un po’ malata. Oppure un’insistenza nel far esplicitare particolari che non sono necessari. Colui che si confessa è bene che si vergogni del male compiuto: la vergogna è una grazia da chiedere, è un fattore buono, positivo, perché rende umili. Ma nel dialogo con il confessore bisogna essere accolti ed amati, essere ascoltati, non essere interrogati”.
27/03/2017
Stefano Tessaglia - redazione@alessandrianews.it

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