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Opinioni

Moriremo grillini?

Una parte della sinistra, compresa quella che non disdegna incarichi di governo, prova un desiderio irrefrenabile di allearsi con il M5S. E poiché esso si rivela oggettivamente irrealizzabile, è pronta a denigrare chi si adopera per individuare strade alternative, anche se necessariamente accidentate
OPINIONI - Ci sono eventi talmente drammatici – la trattativa sul filo del rasoio fra la Grecia e le istituzioni europee o gli attacchi terroristici simultanei del nuovo islamismo – da poter oscurare l’eccentricità del nostro ceto politico. Si renda quindi onore al neo governatore della Puglia, Michele Emiliano, il quale, evidentemente conscio di quel rischio, nel comporre la nuova giunta regionale si è dimostrato all’altezza della sfida. I fatti: l’ex sindaco di Bari ha tentato per mesi di allacciare un rapporto con il M5S locale, in vista di una collaborazione nell’amministrazione regionale; i grillini si sono sempre sottratti, in omaggio alla linea isolazionista da tempo consolidata; vinte le elezioni, per nulla turbato dall’evidenza, Emiliano ha deciso di assegnare d’imperio tre assessorati ad altrettante esponenti pentastellate; finalmente, al rifiuto delle ingrate, la querelle è finita sui giornali.

Ciò è accaduto a prescindere dal profilo del protagonista, che pure in carriera ha inanellato perle rare, dalla demagogica esibizione di solidarietà verso i marò rimandati dignitosamente in India dal governo Monti, dopo le intemperanze del ministro degli Esteri; all’ammissione di aver conservato nella vasca da bagno – ma rinunciando stoicamente a pascersene – la partita di cozze donatagli da un imprenditore barese a caccia di appalti.

La questione pugliese prefigura un singolare caso di attribuzione delle cariche pubbliche contro la volontà degli interessati, riecheggiando la storiella del boyscout che, tornato a casa a tarda ora, si giustifica con i genitori raccontando di aver trascorso tutta la giornata ad aiutare una vecchietta ad attraversare la strada, e di avere impiegato molto più tempo del previsto perché l’anziana non ne aveva alcuna intenzione. Ma un pensiero nostalgico va anche a Francesco Cossiga, venerato maestro nell’arte della bizzarria politica, e autore – nella stagione ruggente del secondo governo Prodi – di una filippica sull’impossibilità costituzionale di dimettersi dalla carica senatore a vita, detenuta di diritto in quanto ex presidente della Repubblica. La grandezza del personaggio era accresciuta dall’aver ingaggiato solo qualche anno prima, e vinto per sfinimento dei contendenti, una battaglia campale per vedere formalmente riconosciuti ai suoi pari lo status e le prerogative di presidente emerito.

Il nodo politico, tuttavia, risiede nella conferma che una parte della sinistra, compresa quella che non disdegna incarichi di governo, prova un desiderio irrefrenabile di allearsi con il M5S. E poiché esso si rivela oggettivamente irrealizzabile, è pronta a denigrare chi si adopera per individuare strade alternative, anche se necessariamente accidentate. Fa scuola al riguardo l’atteggiamento di vari giornali e intellettuali verso il governo Letta e il suo artefice, Giorgio Napolitano. Ciò ricordato, vale comunque la pena di esaminare, con un esperimento mentale, l’ipotesi di una coalizione PD-M5S, per chiedersi se avrebbe effettivamente senso. E per concludere che, senza negare il disagio politico e sociale di cui i successi del grillismo sono fedele rappresentazione, la strana alleanza solleva perplessità troppo facilmente sottovalutate. Anche sorvolando, come faremo, sulla diarchia che soffoca i pentastellati.

Sul piano del contenuti, la proposta politica del M5S appare in buona misura incompatibile con quella democratica, né fornisce soluzioni realistiche ai problemi giustamente denunciati. Valga per tutte l’oscillazione inquietante sull’appartenenza dell’Italia all’Unione europea e all’eurozona, divenuta invece – in capo a un lungo travaglio – componente essenziale del paradigma valoriale della sinistra riformista (e persino, secondo gli ultimi voti parlamentari, della maggioranza di Syriza in Grecia). Altro discorso è quello di impegnarsi per reindirizzare il processo di integrazione verso equilibri più vicini alle sensibilità del moderno socialismo europeo.

Quanto ai metodi, che in politica occupano un posto nient’affatto secondario, si registra la contraddizione fondamentale fra il modello della democrazia rappresentativa, in cui si riconoscono il PD e i partiti “tradizionali”, e quello della democrazia diretta, invocato ed embrionalmente praticato dai grillini. Non si tratta di sfumature: la differenza è radicale e rimanda, se presa sul serio, a secolari e accanite discussioni fra pensatori politici. L’istanza del M5S comporta un salto di paradigma, malignamente raffigurato dall’immagine avveniristica del cittadino che dal computer di casa – o, come più consono ai costumi patri, sul luogo di lavoro con lo smartphone – si pronuncia sui provvedimenti in votazione, riguardino essi minuzie o scelte epocali, dalle accise sulla benzina alle politiche migratorie, dal turn over nella pubblica amministrazione alle missioni militari.

Può una forza politica con reali ambizioni di governo abdicare all’eventualità del continuo appello al popolo, che metta i detentori della sovranità nelle condizioni di esercitarla senza mediazioni, se non quella tecnologica, su ogni risvolto della vita associata? Non sarebbe più coerente con l’evoluzione storica della sinistra democratica sforzarsi di trovare sistemi affidabili per formare e selezionare una classe politica in grado di studiare i dossier, discuterli pubblicamente, deliberare e assumere la responsabilità delle proprie azioni di fronte agli elettori? Il principio della rappresentanza vive certamente una crisi profonda, ma prima di sbarazzarsene, in nome delle alleanze più trendy, conviene soppesare con cura le alternative che si affacciano all’orizzonte.
19/07/2015

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