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Novi Ligure

MESSAGGI IN BOTTIGLIA - Siamo nani sulle spalle dei giganti

Le generazioni che ci hanno preceduto, con le loro esperienze positive e negative, non sarebbero altro che le “spalle” su cui saliamo per guardare oltre e che contribuiscono a costruire il futuro e a realizzare il nostro progetto di vita
NOVI LIGURE - “Gli uomini sono nani che camminano sulle spalle dei giganti” è una metafora risalente all’inizio del XII secolo, utilizzata dal filosofo francese Bernardo di Chartres per indicare quanto a noi sia possibile vedere più lontano non per l’altezza del nostro corpo o per l’acutezza della vista, ma perché sollevati e portati in alto dalla grandezza di coloro, i giganti, che ci hanno preceduto, gli antichi, gli antenati.

Mi piace utilizzare questa metafora, trasformandola, per spiegare come noi, oggi, siamo ciò che siamo stati, siamo la nostra storia, la cui grandezza, appunto, renderebbe così complesso e spesso doloroso il confronto con essa. Così, le generazioni che ci hanno preceduto, con le loro esperienze positive e negative, non sarebbero altro che le “spalle” su cui saliamo per guardare oltre e che contribuiscono a costruire il futuro e a realizzare il nostro progetto di vita. Noi siamo continuamente legati al passato, nostro e della nostra famiglia: la nostra stessa sofferenza, così come il benessere, è legata agli eventi che hanno attraversato tutto l’asse familiare attraverso le generazioni.

La differenza è che quando ci sentiamo bene non ci poniamo domande su cosa stia accadendo, anzi è salutare godere dei momenti senza troppe riflessioni sui motivi sottostanti; al contrario, quando siamo preda del dolore interiore cominciamo a porci una serie di domande che ci conduce inevitabilmente verso gli atteggiamenti, le scelte e gli accadimenti appartenuti ai nostri genitori, ai nostri nonni. È una riflessione, questa, che nasce dalla pratica psicoterapeutica, dal seguire le storie dei pazienti alla ricerca delle origini dei loro attuali disagi: il dolore è purtroppo un tratto ineludibile dell’esistenza ed è perciò proprio da esso che emergono domande sul senso della sofferenza, e della vita in generale, come se fosse proprio l’esperienza del negativo (dolore, angoscia, malattia) a promuovere la ricerca, il desiderio della conoscenza di sé e del proprio progetto di vita, di ciò che ognuno vuole essere e fare di se stesso nel mondo.

Cosa che noi possiamo fare in due modi: in modo cosiddetto “autentico”, genuino, coerente con le nostre credenze, scegliendo anche le persone da coinvolgere nel nostro progetto esistenziale e con le quali co-costruire il dopo; oppure in modo “inautentico”, conducendo una vita nella quale tutto è dato per scontato, l’esistenza sussiste in modo abitudinario e schematico, tentiamo di confonderci con gli altri senza assumerci la responsabilità della guida della nostra esistenza e così annulliamo l’angoscia, perché dove non c’è scelta e come se ci ritirassimo dal palcoscenico della vita.

Ciò significa l’attuarsi di una situazione paradossale, che è poi quella umana, ossia che una vita autentica è quella che più concretizza una condizione esistenziale sufficientemente “normale”, per avvalerci di un termine di uso comune, ma è allo stesso tempo quella che problematizza e diviene terreno sul quale attecchiscono le umane sofferenze. Invece, una soluzione di vita inautentica è come se deresponsabilizzasse, facendolo però in modo illusorio, come una soluzione magica all’angoscia esistenziale, che connota così la psicopatologia della natura umana.

“La vita è come l’acqua: non puoi tornare sui suoi passi. Bisogna capire il suo significato nel presente” (Romano Battaglia).

 
16/05/2014
Daria Ubaldeschi - mib@ilnovese.info

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