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Messaggi in bottiglia

La morte non è niente

È impossibile che una vita trascorra senza il dolore, esperienza connaturata al nostro essere umani, fallibili e mortali, alle prese con i problemi e le angosce della vita, e il dolore della perdita dell’altro è forse uno dei più devastanti per la nostra mente e il nostro corpo.
MESSAGGI IN BOTTIGLIA - “La morte non è niente. Sono solamente passato dall’altra parte, è come se fossi nascosto nella stanza accanto. Io sono sempre io e tu sei sempre tu … c’è una continuità che non si spezza … non sono lontano, sono dall’altra parte, proprio dietro l’angolo…”. Sono le parole scritte da Raimondo Vianello poco prima di morire, parole per la moglie Sandra, che lo ha seguito pochi mesi dopo. A distanza di qualche giorno dalle passate celebrazioni dedicate ai defunti, cercando di dare un significato ad un evento che sento molto presente nel mio lavoro, ho voluto soffermarmi su questo tema, pensando che non ci fosse modo migliore se non attraverso le parole di chi, la morte, era prossimo ad incontrarla, sapendo che non vi era motivo di averne paura, perché conditio sine qua non per la sua esistenza è la nostra assenza, non può esserci compresenza tra noi e la nostra morte.

Ma è la convivenza forzata tra la presenza di chi resta e la mancanza di chi ci ha lasciato a creare quel senso di irrevocabilità della perdita, di un dolore che per troppo tempo appare senza speranza e che, nei casi più disperati, si fa isolamento e rifiuto di ogni possibile dialogo con la vita. È impossibile che una vita trascorra senza il dolore, esperienza connaturata al nostro essere umani, fallibili e mortali, appunto, alle prese con i problemi e le angosce della vita, e il dolore della perdita dell’altro è forse uno dei più devastanti per la nostra mente e il nostro corpo. Qualcuno improvvisamente sparisce dal nostro orizzonte temporale, dalla nostra progettualità, uno strappo del cuore, una ferita dell’anima che fa scaturire il dolore per una perdita definitiva.

La morte come unico evento senza soluzione, di fronte alla quale, presi nella nostra angoscia, nei ricordi che ci violentano, nelle domande che ci logorano e ci sfiancano, senza risposta alcuna, possiamo reagire fuggendo, negando cioè l’evento, che resta una parte scissa e intoccabile che ci rode dal di dentro facendo di noi persone arrabbiate e rancorose nei confronti del mondo intero. Oppure ci congeliamo, letteralmente, ci chiudiamo in noi stessi rendendo la nostra vita un deserto di emozioni ed esperienze, che diventano sempre uguali, monotone e monocromatiche. Oppure ancora abbiamo la possibilità di reagire, ognuno con i propri tempi, passando sì attraverso la rabbia, la disperazione, la tristezza e tutte le emozioni connesse al dolore, che però viene vissuto, non ostacolato né nascosto, ma riconosciuto e, paradossalmente, accolto ma, soprattutto, raccontato.

Perché siamo geneticamente predisposti ad elaborare le esperienze di vita negative, il nostro cervello, ogni organo del nostro corpo, è naturalmente orientato all’autoguarigione, a rimarginare le ferite, integrando la sofferenza nel proprio essere e permettere così un recupero di sé. È vero, l’altro non c’è più, fisicamente è fuori dalla nostra vista, ma questo non lo rende estraneo ai nostri pensieri e alla nostra mente e noi siamo qui, ora, nel presente, con noi stessi a continuare a scrivere una storia, diversa ma pur sempre una storia che vale la pena leggere.

“Ogni pena può essere sopportata se la si narra, o se ne fa una storia
” (K. Blixen)
 
16/11/2014
Daria Ubaldeschi - mib@ilnovese.info

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