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Opinioni

Leonardo Bistolfi a Genova

Il nostro percorso “glocart” si sposta oggi a Genova. Da Casale a Ginevra, da Fubine a Bologna l’Italia, e non solo, è punteggiata di sculture e monumenti del grande artista casalese. Segnaliamo in forte contrasto tra loro come sedi espositive il cimitero di Staglieno a Genova e il bellissimo museo della raccolta Frugone di Nervi
OPINIONI - Da Casale a Ginevra, da Fubine a Bologna l’Italia, e non solo, è punteggiata di sculture e monumenti del grande Leonardo Bistolfi (Casale Monferrato 1859 – La Loggia 1933). Il nostro percorso “glocart” si sposta oggi a Genova, per segnalare in forte contrasto tra loro come sedi espositive, il cimitero di Staglieno (www.staglieno.comune.genova.it) e il bellissimo museo della raccolta Frugone di Nervi, affacciata su uno dei parchi più belli d’Italia (www.museidigenova.it).

L’artista casalese è considerato il massimo interprete italiano del liberty in scultura. In sintonia con il simbolismo seppe introdurre nella statuaria monumentale elementi di forte innovazione. Significativo è soprattutto il sapiente ricorso ad atmosfere evanescenti, a flessuosi linearismi di chiara connotazione liberty, percepibili soprattutto negli studi preparatori in gesso, in gran parte visibili alla Gipsoteca Civica di Casale Monferrato.

Dopo gli esordi fortemente influenzati dalla Scapigliatura milanese ancora intrisi di verismo ottocentesco, definì un suo stile, di committenza prettamente funeraria, seppure sempre alieno dagli accenti macabri di un certo simbolismo tardo ottocentesco. Fu per tale motivo denominato “il poeta della morte”, anche se in un’intervista del 1909 egli prese posizione contro questa etichetta, privilegiando, per contrastarla, negli anni a seguire l’esecuzione di monumenti di committenza pubblica.

L’opera L’Alpe o La Bellezza liberata dalla materia (1906) della Raccolta Frugone appartiene, secondo un costume tipico dell’artista, alla serie di repliche di un dettaglio di opere maggiori; ne possiede un’analoga versione in bronzo la Fondazione Cassa di Risparmio di Alessandria. Si tratta infatti della testa femminile dalle sembianze ieratiche eppure espressione di grande dolore, che fa parte del monumento a Giovanni Segantini, noto anche con il titolo L’Alpe. In esso troviamo la sintesi più alta dell’originalità e della forza comunicativa della sua scultura.

Bistolfi lo realizzò in marmo di Carrara su richiesta del mercante d’arte Vittore Grubicy per commemorare il grande pittore engadinese, protagonista del divisionismo, morto nel 1899, di cui era stato amico fraterno. Un iter esecutivo complesso, un successo immediato di critica e di pubblico accompagnarono la storia di questo celebre monumento, che si trova oggi davanti al Museo Segantini di Saint Moritz. Alla proposta di tradurla in bronzo Bistolfi rispose: “No, bronzo, no! È la montagna che si trasforma in bellezza, è una figura di donna che esce dalla rupe, e io non voglio una rupe di bronzo!”.

Immerso nel parco di Nervi il Museo che accoglie la Raccolta Frugone ospita anche opere pittoriche e scultoree dell’Ottocento e del Novecento, di altissima qualità in un contesto ambientale e architettonico di assoluto interesse, acquisite dalla famiglia Frugone dal Comune di Genova nel 1979. Non meno interessante è la duplice presenza di Bistolfi nel Cimitero Monumentale di Staglieno, davvero degno di competere con il pressoché coevo Cimitero Pere Lachaise di Parigi. Bistolfi ebbe infatti con Genova e la Liguria un rapporto molto intenso: la sua attività e la sua partecipazione, per un periodo di oltre vent’anni, alle vicende culturali liguri hanno dato un consistente apporto al processo di adeguamento della scultura allo stile e ai contenuti della nuova arte.

Nonostante avesse raggiunto una discreta notorietà già dagli inizi degli anni Novanta, solo al volgere del secolo Bistolfi entrò in contatto con l'ambiente artistico e con la committenza genovese che, tra il 1899 e il 1902, affidò allo scultore la realizzazione di due monumenti funebri a Staglieno: la Tomba Bauer, completata nel 1904, e la Tomba Tito Orsini, collocata nel 1906. Le due opere, molto significative della nuova concezione simbolista della morte, oscillante tra implicite pulsioni religiose e laica "religione" del mistero ammantato di positivismo, trovarono ampia eco nella scultura funeraria ligure per tutto il primo quarto del XX secolo e oltre.
17/04/2016
Maria Luisa Caffarelli - redazione@alessandrianews.it

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