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Opinioni

Le delusioni della democrazia

Spagna, Stati Uniti, Germania: tre situazioni che fotografano il mutamento in corso nei rapporti di forza tra i partiti politici “mainstream” e il coacervo di leader e movimenti che trova nell’opposizione al cosiddetto establishment la propria principale ragion d’essere
OPINIONI - Sono noti da tempo limiti e sofferenze del modello democratico. E tuttavia gli eventi delle ultime settimane meritano qualche considerazione, nella misura in cui chiamano sorprendentemente in causa paesi e sistemi politici considerati fra i più efficienti del mondo avanzato. Con questa premessa, è superfluo precisare che non ci riferiamo all’Italia, ostaggio di una guerra senza quartiere – a destra e sinistra – per individuare le candidature in vista delle prossime elezioni amministrative. In qualche caso, tra l’altro, il compito è complicato dal fatto che le forze politiche preferirebbero perderle, come ha rivelato la senatrice Paola Taverna, denunciando un orribile complotto ordito ai danni del M5S per favorirne la vittoria a Roma.

È ben più preoccupante, per esempio, lo stallo in cui si trova da mesi la politica spagnola. L’assetto istituzionale nato sulle ceneri del franchismo aveva fornito per decenni prove incoraggianti, anche grazie a una legge elettorale fondamentalmente proporzionale ma – come insegnano i manuali di scienza politica – capace di assicurare esiti maggioritari. E invece, nel dicembre scorso, tutte le certezze sono crollate, per effetto del massiccio trasferimento di voti dai partiti tradizionali a quelli sorti in aperta ostilità con la vecchia classe politica. Questa frattura, aggiungendosi alla distinzione destra-sinistra e alla presenza di agguerrite formazioni legate alle identità sub-nazionali, ha generato un labirinto di veti e risentimenti reciproci da cui è obiettivamente difficile far nascere un governo.

Può forse considerarsi immune da queste alchimie parlamentari la democrazia americana, cui i padri costituenti vollero imprimere un marcato tratto presidenzialista; corredandolo, come noto, di un fitto reticolo di pesi e contrappesi per scongiurare possibili derive autoritarie. Ma non è irrilevante la scelta della persona da mandare alla Casa Bianca, secondo un percorso articolato in più tappe, di cui stiamo osservando ancora una volta le ambiguità. E non tanto sulla sponda democratica, dove pure sarebbe il caso di chiedersi se il miglior leader possibile degli Stati Uniti – e non di un’Argentina qualsiasi – sia proprio la moglie di un ex presidente; quanto per ciò che sta accadendo in campo repubblicano, dove un ricco, carismatico e assai discutibile outsider, Donald Trump, ha iniziato una corsa che il partito non pare in grado di arrestare, nonostante una diffusa avversione nei confronti delle sue idee e dei suoi metodi. Si mormora che il gruppo dirigente repubblicano possa risolversi ad appoggiare Hillary Clinton. Ma prima di prendere decisioni inconsulte, perché non abborracciare una soluzione all’italiana, ossia una seconda candidatura conservatrice? Che avrebbe scarse probabilità di vittoria, ma potrebbe egregiamente azzoppare quella ufficiale. E la tentazione di mettere in difficoltà compagni e alleati, si sa, è irresistibile.

La terza delusione – per molti versi la più cocente – viene dalla Germania. Per la prima volta dal dopoguerra si colgono i segnali di una possibile riorganizzazione dei movimenti di estrema destra, a lungo ostracizzati dalla scena politica. L’elemento di novità, confermato dai risultati delle elezioni in tre Länder, è costituito da Alternative für Deutschland (AfD), sulla cui natura conviene soffermarsi per sottolineare come, nella sua breve esistenza, abbia già subito una mutazione essenziale. Il movimento era nato nel pieno della crisi dell’Eurozona per contestare la disponibilità del governo tedesco a partecipare al salvataggio dei paesi avviati verso il fallimento finanziario. AfD si attestava su una posizione radicale, critica verso Angela Merkel e la sua coalizione dell’epoca (certo non sospettabili di mecenatismo), ma non del tutto estranea alla storia pensiero economico tedesco, costantemente diffidente verso gli Stati poco attenti all’equilibrio di bilancio; a maggior ragione se, dopo decenni di sollazzi, questi si permettevano di chiedere soccorso all’austera Germania. Finché l’azione di AfD è rimasta confinata nell’ambito economico, coerente con il profilo accademico del fondatore Bernd Lucke, il suo impatto è stato relativamente ridotto, confondendosi di fatto con le fronde interne alla CDU-CSU. Molto è cambiato con l’investitura di Frauke Petry, che ha anticipato di poco la famosa apertura merkeliana su migranti e rifugiati diretti nel nord Europa. Da quel momento il partito ha fatto della questione migratoria il cuore della propria propaganda, attestandosi su posizioni indubbiamente nazional-populiste che, da un lato, hanno indotto i paludati professori anti-euro ad abbandonare la nave e, dall’altro, hanno posto le premesse per un exploit elettorale senza precedenti.

Le tre situazioni ricordate fotografano fedelmente il mutamento in corso nei rapporti di forza tra i partiti politici “mainstream”, le cui radici politiche, ideologiche e organizzative affondano nel secolo scorso, e il coacervo di leader e movimenti – molto diversi per tendenze e obiettivi – che trova nell’opposizione al cosiddetto establishment la propria principale ragion d’essere. E fa leva su squilibri economici e ferite sociali su cui occorre intervenire al più presto. Nel contempo, tuttavia, la dinamica in atto mette in discussione il patrimonio politico-istituzionale accumulato nei secoli, a partire dal principio della rappresentanza liberal-democratica su cui le nostre democrazie hanno prosperato. La prospettiva di una revisione complessiva, a livello nazionale ed europeo, delle istituzioni e delle procedure che le regolano non è più rinviabile. È innegabile che, talvolta, le ipotesi di riforma che si affacciano all’orizzonte non siano concepite con la necessaria ponderazione. Ma il loro rifiuto in blocco rischia di sfociare in un immobilismo conservatore che si sottrae alla sfide del nostro tempo e non risulta di alcun aiuto per affrontarle.
19/03/2016

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