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Opinioni

Le classi esistono ancora

Sabato pomeriggio, in una Sala Gialla del Lingotto gremita, Alessandro Laterza ha presentato al pubblico del “Salone del Libro” il saggio di Luciano Gallino: “La lotta di classe dopo la lotta di classe”
Sabato pomeriggio, in una Sala Gialla del Lingotto gremita, Alessandro Laterza ha presentato al pubblico del “Salone del Libro” il saggio di Luciano Gallino: “La lotta di classe dopo la lotta di classe”. Un’intervista al professore emerito dell’Università di Torino curata da Paola Borgna. Ne hanno discusso, con gli autori, Luciano Canfora e Giovanni De Luna. Invitata, ma assente, il Ministro del lavoro Elsa Fornero.
Nell’introdurre l’incontro l’editore Laterza ha evidenziato come il merito principale del libro di Gallino sia nell’aver portato alla luce e denunciato la lotta di classe che è in corso ed è mossa dall’alto, dalle classi dominanti nei confronti del basso, rappresentato dai lavoratori dipendenti e dalla classe media. E di documentare e riaffermare, dopo un lungo periodo nel quale il termine classe era stato bandito anche a sinistra, in quanto si era generalmente convenuto che “le classi sociali non esistono più”, una realtà volutamente rimossa e negata. Mentre una serie di idee vengono presentate ogni giorno, da anni, e in maniera apparentemente unanime da tutti i media, da quasi tutti i politici, da una parte dei sindacalisti e da migliaia di docenti universitari, come l’essenza della modernità di un mondo che è cambiato e come verità inoppugnabili di cui è necessario tenere conto nelle pratiche di governo e di amministrazione a tutti i livelli della società.
Così i cittadini vengono informati che: - il maggiore problema dell’Unione europea è il debito pubblico; - abbiamo vissuto troppo a lungo al di sopra dei nostri mezzi; - sono le pensioni a scavare voragini nel bilancio dello Stato; - agevolare i licenziamenti crea occupazione; - la funzione dei sindacati si è esaurita in quanto sono residui ottocenteschi; - i mercati provvedono a far affluire capitale e lavoro dove è massima la loro utilità collettiva; - il privato è più efficiente del pubblico in ogni settore: acqua, trasporti, scuola, previdenza, sanità; - è la globalizzazione che impone la moderazione salariale.
Mentre, più prosaicamente, si tratta della quotidiana diffusione, da pubblicazioni, convegni, dossier, e think tanks internazionali, delle teorie neoliberiste in campo economico, politico, monetario ed educativo. Teorie, quelle del libero mercato e di una finanza senza regole, che non si basano su un fondamento di ragionevole solidità e sono del tutto impermeabili alla realtà, ma che continuano ad essere riproposte, nonostante le evidenti responsabilità avute nell’attuale gravissima crisi che ha disastrato l’economia mondiale. Non è un caso se il paese che ha avuto meno problemi con l’occupazione nel corso della crisi è la Germania, dove i sindacati hanno nel governo delle principali imprese un peso rilevante. E i problemi maggiori li hanno avuti gli Stati Uniti, dove la facilità del licenziamento è massima. Quanto alle privatizzazioni, alla supposta e universale superiorità del privato sul pubblico per produrre e gestire beni pubblici, si possono constatare gli effetti che hanno avuto nel Regno Unito in tutti i campi e in misura imponente dal 1980 alla fine del secolo. Le conseguenze sono state negative sia per la produttività, i costi e la qualità dei servizi che per le aumentate diseguaglianze di reddito introdotte.

Secondo Giovanni De Luna il saggio di Gallino ha il grande merito di documentare l’inconsistenza e l’infondatezza dei miti delle teorie neoliberiste, la cui egemonia e il culto del mercato hanno rappresentato il principale fattore del disastro economico e sociale degli ultimi trent’anni. Per Luciano Canfora - che si è anche occupato del tradimento dei chierici, i molti intellettuali di sinistra che, per stare al passo con i nuovi tempi, hanno abbracciato le teorie liberiste - il bersaglio della politica dell’austerità, dei tagli e della drastica riduzione del debito pubblico, che in una fase di recessione dell’economia non fa che accentuare la crisi e la perdita di lavoro, è lo Stato Sociale, sono le tutele universali che il Welfare ha garantito, soprattutto, in Europa.
A queste considerazioni si è collegato Luciano Gallino per illustrare il significato del titolo del libro. Nel periodo che ha seguito la seconda guerra mondiale ed è giunto sino alla fine degli anni ’70, la lotta di classe “dal basso” degli operai e del sindacato ha ottenuto, nelle principali nazioni europee, significativi risultati in termini di aumento dei salari e la conquista di maggiori diritti e tutele nei luoghi di lavoro. Questo ha inciso, anche se non in grande misura, nella riduzione dei profitti delle proprietà e ha avuto un’influenza non solo in Europa, ma anche negli Stati Uniti. Negli stessi anni si è sviluppato lo Stato Sociale e i parlamenti hanno approvato riforme nel campo della scuola, delle pensioni e della sanità. Nel nostro paese lo Statuto dei diritti dei lavoratori è del 1970 e l’istituzione del Servizio sanitario nazionale avviene nel ’78. Uno sviluppo, quello del Welfare in Europa, favorito anche dalla presenza e dai timori che esercitava il blocco socialista dell’Unione Sovietica e promosso come risposta dell’occidente per far fronte alle suggestioni esercitate sulle classi lavoratrici dalla Rivoluzione del 1918.
Dal 1980, che in Italia ha visto la sconfitta del sindacato alla Fiat, negli Stati Uniti una serie di serbatoi del pensiero neoliberista, sostenuti da enormi finanziamenti, hanno iniziato la controffensiva nei confronti delle classi lavoratrici e dei poteri del sindacato su come, cosa e dove produrre per riconquistare piena libertà d’azione da parte dei top manager, dei proprietari dei grandi patrimoni e degli azionisti delle imprese. E, con i tagli a scuola, sanità e previdenza pubblica, il ridimensionamento dello stato sociale. Dopo l’89 con il crollo, lo sfaldamento del blocco sovietico questa iniziativa ha subito una forte accelerazione e ha saputo influenzare la politica e i partiti compresi molti dirigenti della sinistra. Ma con l’avvento della crisi nel 2002 e la sua ricaduta del 2008, che continua, il vero capolavoro della mitologia neoliberista - ha sostenuto Gallino - è stato nell’aver indicato come responsabili proprio coloro che hanno e tuttora stanno sopportando i maggiori costi della crisi: le piccole imprese dell’indotto, le classi medie, i lavoratori dipendenti e i pensionati che hanno la colpa di vivere più a lungo e pretendere come salario anche più di mille Euro al mese! E il fenomeno inquietante dei suicidi che sta accomunando lavoratori che perdono il lavoro e piccoli imprenditori che vedono il fallimento delle loro aziende ha, secondo Canfora, la stessa ragione e dipende dalla lotta condotta dall’alto dalle classi dominanti.

Ma le cause profonde della crisi non sono state intaccate, l’accento da parte dell’Unione Europea continua ad essere messo sulla riduzione del debito e sui costi dello stato sociale. Non c’è ombra di interventi di regolazione della finanza e negli Stati Uniti, quattro anni dopo la crisi dei mutui subprime, nulla è cambiato: i banchieri sono tornati a colpire e gli investitori continuano a giocare d’azzardo. Per colpa loro la Spagna rischia il default. A New York il colosso JP Morgan scopre un buco di almeno due miliardi di dollari.1
Altre sono le priorità su cui è urgente intervenire: la riduzione delle diseguaglianze economiche e la redistribuzione della ricchezza. L’1% negli USA detiene il reddito del 25 per cento della popolazione; tra il 1976 e il 2006 in Italia quindici punti di reddito si sono spostati dai salari ai profitti e alla rendita.
L’importanza del saggio di Luciano Gallino sta dunque nell’aver reso espliciti ed evidenti gli interessi della classe dominante globale che, con differenti pesi e proporzioni, esiste in tutti i paesi e punta a contrastare e limitare lo sviluppo delle classi sociali. Come la classe operaia e le classi medie che possono in qualche misura intaccare il suo potere di decidere che cosa convenga fare del capitale che controlla allo scopo di continuare ad accumularlo. Interessi che però non risolvono, ma anzi rappresentano la principale causa della crisi, che tocca adesso ai governi e alla politica cercare di dipanare. La vittoria di Hollande nelle elezioni presidenziali in Francia e la sconfitta della Cdu della Cancelliera Merckel nel Nordreno-Westfalia ad opera di Spd e Verdi fa sperare in un cambiamento nelle priorità e negli indirizzi economici e sociali dell’Unione Europea.
22/05/2012

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