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Opinioni

La storia e i misteri d’Italia

Negli ultimi giorni si sono sovrapposti eventi che affondano le proprie radici nella storia italiana degli anni Settanta: una nuova puntata del feuilleton giudiziario di Cesare Battisti e le prime notizie sull’attività della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro
OPINIONI - Per una curiosa coincidenza temporale, negli ultimi giorni si sono sovrapposti eventi che affondano le proprie radici nella storia italiana degli anni Settanta. Da un lato, abbiamo assistito a una nuova puntata del feuilleton giudiziario di Cesare Battisti, colpito da un provvedimento di espulsione dal Brasile, dove si trova da una decina d’anni grazie alle premure del presidente Lula. Dall’altro, gli organi di stampa hanno diffuso le prime notizie sull’attività della Commissione parlamentare d’inchiesta sul rapimento e l’omicidio di Aldo Moro, insediatasi a gennaio sotto la presidenza di Giuseppe Fioroni.

Si tratta, a ben guardare, di due vicende assai diverse. La prima ha a che fare con i limiti strutturali del diritto internazionale e in particolare delle norme sull’estradizione dei condannati, che consentono al governo di uno Stato sovrano di respingere le richieste sulla base di un’insindacabile scelta politica. Facendo leva su questo meccanismo – solo parzialmente e tardivamente modificato dall’introduzione del mandato di arresto europeo dopo l’11 settembre – Battisti ha potuto svernare con relativa serenità in Francia e Messico, prima di approdare a Rio de Janeiro e poi a San Paolo, scoprendo, tra fughe, arresti e scarcerazioni, un’insospettabile vocazione letteraria. Malgrado la giustizia abbia fatto regolarmente il suo corso e la sentenza di condanna attenda solo di essere applicata, alle autorità italiane non resta che confidare in uno sviluppo favorevole della dinamica che si è messa in moto all’interno dell’ordinamento brasiliano.

Il caso Moro è invece sintomatico delle difficoltà del nostro paese nel fare i conti con la propria storia, specialmente quella legata agli “anni di piombo”. Dalle indagini e dai processi che, parallelamente a due commissioni parlamentari, hanno scandagliato il terrorismo di destra e sinistra sono scaturiti risultati non del tutto soddisfacenti, al punto da alimentare una discrasia fra verità storica e giudiziaria. Non è necessario condividere teorie complottiste – al cui fascino chi scrive cerca generalmente di sottrarsi, fatta eccezione per le innumerevoli macchinazioni ai danni della sua squadra di calcio – per ritenere che alcuni episodi più o meno rilevanti degli anni Settanta possano essere meglio compresi e spiegati alla luce di un approfondimento, possibilmente supportato da storici di professione e condotto attraverso lo studio rigoroso dei molti documenti resi recentemente disponibili alla consultazione.

È auspicabile che i lavori della nuova commissione Fioroni costituiscano uno stimolo per reperire e organizzare le risorse scientifiche e investigative indispensabili per un’opera tanto delicata. Per la verità, i primi segnali non sono particolarmente incoraggianti, dal momento che sembra prevalere l’atavica tendenza al sensazionalismo. Lo dimostra l’enfasi mediatica data all’audizione di don Antonello Mennini, così vicino a Moro da essere indicato come intermediario fra la famiglia dello statista e le Br, ipotesi smentita dall’interessato. E ancor di più lo testimonia l’entusiasmo con cui il deputato democratico Gero Grassi ha definito “inediti” alcuni nastri provenienti da un covo brigatista, i quali in realtà – come ha precisato il collega di partito Miguel Gotor, studioso dell’affaire Moro – sono noti da tempo alle forze dell’ordine, che vi hanno potuto ascoltare brani di Dylan, Guccini, Jannacci e degli Inti Illimani. Non ci stupiremmo se, a questo punto, le varie anime del PD si accapigliassero sul decisivo nesso fra cantautorato e lotta armata.
20/03/2015

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