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Opinioni

La Repubblica, la festa ed il lavoro

Dal primo maggio al due giugno non passa che un mese, ma la situazione è tanto drammatica che non credo si possa festeggiare la fondazione della Repubblica senza porre nuova attenzione al suo elemento costitutivo che …

preOPINIONI - Dal primo maggio al due giugno non passa che un mese, ma la situazione è tanto drammatica che non credo si possa festeggiare la fondazione della Repubblica senza porre nuova attenzione al suo elemento costitutivo che abbina la democrazia al lavoro.

Lo abbiamo ribadito con diverso approccio, ma sempre abbiamo sottolineato che il diritto al lavoro non si assimila a qualunque altro diritto individuale, la sua realizzazione non trova garanzia nelle istituzioni formali, non trova prevalente difesa negli istituti ordinari e, tanto meno si accontenta di solenni per quanto condivisibili dichiarazioni; la sua realizzazione consegue a precise scelte di natura squisitamente politica, radicate nelle identità progettuali che pongono la persona umana al centro e ne fanno il fine del lavoro e non il mezzo.

 Per questo, anche se dovremmo affrontare un complesso ragionamento, impossibile nella ormai consueta breve nota settimanale, ma che rimandiamo al prossimo futuro, mentre ci corre l’obbligo di richiamare la data del due giugno, ci sembra anche opportuno ritornare sulla questione; anche solo per titoli. I palliativi non servono, l’insistenza sulla difesa di posti improduttivi prima o poi si scontra con la dura realtà dei fatti, i proclami, tanto volonterosi, quanto inefficaci contro la “macelleria sociale” costituiscono l’inevitabile passaggio verso la “macelleria sociale”.

La strada allora va perseguita su presupposti diversi. Tutte le istituzioni sono chiamate in causa, ma con il presupposto fortemente identitario e radicato in una convinta valenza etica del servizio e del bene comune. Non si può sperare che cresca il lavoro se non si promuove il merito di chi, capace e meritevole, sa individuare nuove qualità e nuovi traguardi alla concorrenza, oggi, a livello mondo; non si può sperare di trovare la strada della crescita se non si realizza un governo dei rapporti di lavoro che vede la globalizzazione di fatto, come premessa e contesto.

Ed il contesto più a meno vicino lo conosciamo. Spesso siamo stati (i limiti di molti enti locali!) più preoccupati dei servizi, pur necessari, che degli insediamenti produttivi ed oggi, in assenza dei secondi e nel vuoto di crescita crollano anche i primi, i servizi: compresi i più essenziali. In fondo se un’azienda trova infiniti vincoli burocratici per allocarsi, non può stupire, né essere imputato a cattiverie individuali, se si dirige verso contesti più favorevoli. Se le stesse banche preferiscono acquistare titoli di stato, anziché aiutare gli investimenti con il credito, diventa di ovvia conseguenza la mancanza di crescita e di lavoro. Se la magistratura blocca la vendita del manufatto di un’azienda e la sequestra per assicurarsi le risorse indispensabili alle strutture di risanamento ambientale e poi non interviene con prontezza ed urgenza alle operazioni conseguenti, non può che contribuire alle difficoltà ed ai fallimenti che inevitabilmente ne conseguono.

Non basta stare alle norme , alla loro forma ed al rispetto dei comportamenti che ne conseguono; si impone un supplemento di natura etica per uscire da un pantano di grigiore in cui il lavoro sarà solennemente proclamato, ma non troverà le forme necessarie di concreta realizzazione.

In tal caso, anche la festa della Repubblica non può essere che amara; tanto quanto quella del primo maggio.

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]

 

2/06/2013
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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