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Opinioni

La punizione di Gaza: pretestuosa e sproporzionata

se si usano due pesi e due misure nel fare i conti, i conti tornano soltanto per fare la guerra, non per fare la pace
OPINIONI - E’ Noam Chomsky, ebreo americano che parla: «L’incursione e bombardamento di Gaza non è per distruggere Hamas. Non si tratta di fermare il lancio di razzi contro Israele, non si tratta di raggiungere la pace. La decisione israeliana è quella di seminare morte e distruzione su Gaza, usando armi letali su un campo di battaglia moderno su una popolazione civile in gran parte indifesa.
È la fase finale di una decennale campagna di pulizia etnica contro i palestinesi. Israele utilizza getti d’attacco e sofisticate navi da guerra per bombardare luoghi densamente affollati in campi profughi, scuole, condomini, moschee, e nei quartieri poveri per attaccare una popolazione che non ha alcuna forza aerea, senza difesa aerea, né marina, senza armi pesanti, senza unità di artiglieria, nessuna armatura meccanizzata, nessun controllo di comando, nessun esercito … e questa azione la chiama: guerra. Non è una guerra, è omicidio.
Gli israeliani nei territori che essi hanno occupato adesso dicono che devono difendersi, essi si difendono, nel senso che ogni occupante militare deve difendersi contro la popolazione che stanno schiacciando. Non puoi difenderti quando sei tu che stai occupando militarmente il territorio di qualcun altro. Non e la difesa questa. Chiamatela come volete, ma non è la difesa».

In fondo sta qui la sostanza delle cose. Sproporzionata e pretestuosa. Questa è per me la sintesi di quanto sta accadendo a Gaza, della “reazione” israeliana.

“Pretestuosa”. Netanyahu e Lieberman hanno iniziato la loro campagna elettorale. Scegliendo il terreno più favorevole alla destra israeliana: quello della sicurezza. E lo hanno fatto scegliendo con cura l’obiettivo da colpire. Consapevoli che Hamas non può non rispondere alla sfida lanciata da Israele. Una sfida mortale. Che da Gaza può estendersi all’Egitto, alla Siria e Libano, facendo dell’intero Medio Oriente una polveriera pronta ad esplodere.

L’uccisione del capo militare di Hamas va oltre il diritto di difesa rivendicato dallo Stato ebraico a fronte dei ripetuti lanci di razzi dalla Striscia contro le città frontaliere israeliane. Chiudere il «lavoro» iniziato quattro anni fa con «Piombo Fuso» e colpire contemporaneamente due obiettivi: Hamas ma anche la leadership moderata di Mahmud Abbas (Abu Mazen) colpevole, agli occhi dei falchi israeliani, di aver rilanciato l’«intifada diplomatica» con la richiesta – che sarà discussa il 29 novembre – di veder riconosciuto alla Palestina lo status di «Stato non membro» (modello Vaticano) all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Riconoscimento pericolosissimo, perché permetterebbe alla Palestina non solo di attingere a fondi dei vari organismi dell’Onu, ma anche di adire ai Tribunali internazionali contro Israele che in diversi contesti potrebbe essere condannato per “crimini di guerra”.

Israele sembra, invece, usare una strategia che ha già usato negli scorsi anni. E che è simboleggiata dall’omicidio mirato di Ahmed al Jabari. La “pretestuosità” sta anche nel fatto che Jabari era all’interno di un negoziato per una tregua di lunga durata, era in effetti il principale interlocutore di Israele nei vari negoziati che si sono susseguiti in questi anni tra Israele e Hamas, come quello che ha portato alla liberazione di Shalit.

Anche nel 2003 uno degli uomini di punta di Hamas, il terzo nella nomenklatura, venne ucciso in un omicidio mirato. Si chiamava Ismail Abu Shanab, Israele usò cinque missili per ucciderlo, in un omicidio mirato a Gaza City, e come se non bastassero già queste similitudini con l’omicidio mirato di Jabari, anche lui era dentro il negoziato per una tregua a lungo termine. Negoziato su cui, in quel modo, venne messo un punto fermo. Come ora.

Il “pretesto” serve anche a distogliere gli occhi dalla Siria. Infatti il silenzio mediatico è ora totale dopo aver riempito pagine di giornali e schermi televisivi per mesi. Un’escalation che arriva in un momento già pesantissimo per il Medio Oriente, con la guerra civile siriana, le ripercussioni in Libano e Turchia, le proteste in Bahrein, in Giordania e la crisi iraniana. È proprio dalla Siria che arriva una dichiarazione del Consiglio Nazionale Siriano (SNC) attraverso un suo portavoce, Anas al-Abdi, il quale ha detto ad al-Arabiyya che «l’opposizione siriana è sempre stata scettica sulla posizione di Israele nei confronti del regime e che un intervento a Gaza è utile ad Assad in quanto distoglie l’attenzione dei media internazionali dai crimini perpetrati dal regime siriano».

Israele teme che l’evoluzione delle cose in Siria porti ad un cambiamento come quello egiziano. Meglio il vecchio regime, con il quale si era giunti ad un tacito “modus vivendi”: vivi e lascia vivere e non insistere sul Golan (siriano) né sui palestinesi. Ora il rischio è anche che la stessa situazione si crei in Giordania.

La banalità dei commenti occidentali insiste nel soffermarsi sul “nominalismo” fatto diventare “dogma”: il pregiudizio religioso e razzista antiarabo fa sussultare quando si parla di Fratelli Musulmani (come del resto di Hamas, che a questa “famiglia” appartiene), che finora si sono dimostrati i più duri nei confronti delle frange estremiste e terroriste dei Salafiti o di Al-Qaeda.

C’è poi da sottolineare che le offensive da parte di Israele a ridosso delle elezioni sono una costante storica: cinque su sette delle ultime tornate elettorali in Israele hanno visto campagne condotte a suon di guerre. È quello che sta facendo anche Netanyahu.

Come dice poi Luisa Morgantini, ex vicepresidente del Parlamento Europeo, «mentre la Striscia di Gaza è sottoposta ai bombardamenti, in Cisgiordania c’è un aumento vertiginoso delle attività di colonizzazione. Non è certo una novità, ma quello che sta accadendo in questi giorni è davvero impressionante: ci sono zone dove nel giro di poche ore vengono abbattuti alberi, spianati terreni e installati gli avamposti per la creazione di nuovi insediamenti.

A proteggere i coloni c’è l’esercito, segno evidente dell’avallo da parte del governo israeliano. Da una parte si bombarda, dall’altra crescono a ritmo incessante le colonie: e come al solito la popolazione palestinese paga. A Gaza ci sono 1 milione e mezzo di persone attualmente ostaggio di una politica cinica di occupazione e colonizzazione».

“Pretestuosa” è la giustificazione del massacro a causa del lancio di razzi contro le città israeliane prossime alla frontiera con Gaza. I conti non tornano. Il lancio di razzi, che ben pochi danni ha fatto negli anni è a fronte di un blocco di Gaza che dura da decenni. Fino al 2006 nel piccolo territorio c’erano ben 22 colonie israeliane, protette da un enorme contingente militare e una serie di check point che rendevano il territorio una sorta di groviera, con continui controlli, strade interdette, impossibilità di muoversi liberamente nell’area, limitazioni alla normale vita delle persone. Il vecchio parroco di Gaza, abuna Manuel, ora in pensione in Cisgiordania, per ben 14 anni non ha potuto uscire da Gaza per andare al suo paese distante meno di 100 km, per il timore (la certezza) che gli israeliani non gli avrebbero permesso di rientrare.

Dice ancora Noam Chomsky: «Ci vuole poco più di un giorno a Gaza per iniziare a rendersi conto di come dev’essere cercare di sopravvivere nella più grande prigione a cielo aperto del mondo, in cui un milione e mezzo di persone, nell’area più densamente popolata del mondo, sono costantemente assoggettate al terrore casuale e spesso selvaggio e ad una punizione arbitraria, senza nessun’altro scopo che quello di umiliare e degradare, e con l’ulteriore obiettivo di assicurarsi che le speranze dei palestinesi per un futuro decente verranno schiacciate e che il crescente appoggio mondiale per una soluzione diplomatica che garantisca i loro diritti venga annullato».

I razzi Qassam trovano la loro radice nei trent’anni di umiliazione e persecuzione degli abitanti di Gaza. Ci sono infiniti racconti sconvolgenti e dettagliati di come i coloni maltrattavano regolarmente i palestinesi nel modo più depravato e nella totale impunità. Lo studioso politico-militare Yoram Peri (ebreo) ha scritto con disgusto che il compito dell’esercito non è difendere lo stato, ma «demolire i diritti di un popolo innocente solo perchè sono Araboushim (termine dispregiativo per indicare gli Arabi, come dire “ sporco negro”, o “giudeo”) che vivono in territori che Dio ha promesso a noi».

Gli sventurati Accordi di Oslo, del 1993, che ora si rivelano come un grave errore (o illusione o speranza) di Arafat, hanno determinato che Gaza e la Cisgiordania siano singole entità territoriali. Da allora, gli Stati uniti e Israele hanno dato il via al loro programma di separarli completamente uno dall’altro, così come di bloccare gli accordi diplomatici e punire gli arabi in entrambi i territori. La punizione dei Palestinesi della West Bank (o Cisgiordania) la conosciamo bene e su questa ho scritto più volte come testimonianza visiva e personale.

La punizione dei Gazawi è diventata severissima nel gennaio del 2006, quando hanno commesso il crimine maggiore: hanno votato «nel modo sbagliato» alle prime elezioni democratiche e libere del mondo arabo, eleggendo Hamas. Subito i “guardiani della democrazia”, gli Stati Uniti e Israele, seguiti dalla inetta Unione europea, imposero immediatamente un assedio brutale, insieme a pesanti attacchi militari. Gli Stati uniti, inoltre, diedero il via alla procedura operativa di quando qualche popolo disobbediente elegge il governo sbagliato: preparare un golpe militare per restaurare l’ordine.

I Gazawi commisero un crimine ancora maggiore un anno dopo, fermando il colpo di stato, il che portò ad una rapida intensificazione dell’assedio e degli attacchi militari. Questi hanno raggiunto il culmine nell’inverno 2008 – 2009, con l’operazione Piombo Fuso, uno dei più codardi e feroci esempi di forza militare nella storia recente, dal momento che una popolazione indifesa, rinchiusa e senza via di fuga, fu vittima di un attacco implacabile operato da uno dei più avanzati sistemi militari del mondo, basato su armi statunitensi e protetto dalla diplomazia Usa.

Ovviamente c’erano dei “pretesti”. Quello solito, è la «sicurezza»: in questo caso, razzi “fatti in casa” da Gaza. Come sempre succede, il pretesto mancava di qualsiasi credibilità. Nel 2008 era stata stabilita una tregua tra Israele e Hamas. E il governo israeliano aveva riconosciuto che Hamas l’aveva completamente osservata. Non un solo razzo di Hamas era stato sparato prima che Israele rompesse la tregua sotto la copertura delle elezioni Usa del 4 novembre 2008, invadendo Gaza con motivazioni ridicole e ammazzando mezza dozzina di membri di Hamas. Il governo israeliano era stato avvertito dai suoi servizi segreti che la tregua avrebbe potuto essere rinnovata ammorbidendo il blocco criminale e mettendo fine agli attacchi militari.

Ma il governo di Ehud Olmert scelse di rifiutare queste opzioni, preferendo ricorrere al proprio enorme vantaggio in violenza: l’Operazione Piombo Fuso. I bombardamenti erano concentrati al nord della Striscia, colpendo civili indifesi nelle aree maggiormente popolate, con nessun possibile pretesto militare. L’obiettivo era quello di spingere la popolazione spaventata verso sud, vicino alla frontiera con l’Egitto. Ma i Gazawi sono rimasti, nonostante la valanga terrorista israelo-statunitense.

La colonizzazione sionista ha sempre argomentato che gli Arabi non hanno motivi per stare in Palestina; possono essere ugualmente felici da altre parti del mondo arabo, e avrebbero dovuto “essere trasferiti”, come educatamente da sempre suggeriscono le “colombe”. Soprattutto i Gazawi potrebbero semplicemente essere “trasferiti” in Egitto, nella penisola del Sinai; questa è forse una ragione per cui l’Egitto non apre liberamente la frontiera ai civili o anche ai materiali di cui c’è disperato bisogno.

La Striscia di Gaza avrebbe potuto diventare una prospera regione mediterranea, con una ricca agricoltura e una fiorente industria ittica, spiagge meravigliose e, come scoperto una decina di anni fa, buone prospettive di risorse estensive di gas naturale all’interno delle sue acque territoriali. Per coincidenza o meno, fu proprio quando Israele ha intensificato il blocco navale, spingendo i pescherecci verso le coste, da quel momento entro le 3 miglia marittime.

Altro “pretesto”, dunque. Così le navi da guerra israeliane spingono i pescatori dalle acque territoriali di Gaza verso la costa, costringendoli a pescare in acque fortemente inquinate a causa del rifiuto statunitense-israeliano di permettere la ricostruzione dei sistemi fognari e della rete elettrica che loro stessi hanno distrutto.

Gli Accordi di Oslo stabilirono i piani per due impianti di desalinizzazione, assolutamente necessari in questa regione. Uno fu costruito: in Israele. Il secondo a Khan Younis, nel sud della Striscia di Gaza. L’ingegnere incaricato di tentare di ottenere acqua potabile per la popolazione spiegò che questo impianto era stato progettato in modo da non poter utilizzare acqua di mare, ma doveva basarsi su falde sotterranee, un procedimento più economico, che impoverisce ulteriormente la già misera falda, garantendo problemi seri in futuro.

L’Unrwa, organismo Onu che si prende cura dei rifugiati (ma non degli altri Gazawi), ha recentemente lanciato l’allarme sul fatto che il danno alle falde acquifere potrebbe presto diventare “irreversibile” e che, senza una rapida misura correttiva, dal 2020 Gaza potrebbe non essere più un “posto vivibile”. Anche qui il “pretesto” è la sicurezza. Certo se una popolazione muore di sete, questo garantisce la sicurezza!

Israele non ammette poi l’ingresso a Gaza di materiali per la ricostruzione. Questo rientra in un programma generale descritto dal funzionario israeliano Dov Weisglass, consigliere del Primo Ministro Ehud Olmert, dopo che i Palestinesi non obbedirono agli ordini nelle elezioni del 2006: «L’idea – ha detto – è di mettere a dieta i Palestinesi, ma non fino a farli morire di fame». E il piano si sta seguendo scrupolosamente.

Recentemente, dopo diversi anni di sforzi, l’organizzazione israeliana per i diritti umani Gisha è riuscita ad ottenere un provvedimento giudiziario perché il governo consegni la documentazione contenente i dettagli dei piani di dieta, e le modalità di esecuzione. Jonathan Cook, giornalista israeliano, li ha riassunti: «Funzionari del ministero della Salute hanno fornito calcoli del numero minimo di calorie di cui ha bisogno il milione e mezzo di abitanti di Gaza per evitare la malnutrizione. Questi valori sono stati trasformati in camion di cibo a cui Israele dovrebbe permettere l’ingresso ogni giorno… una media di soli 67 camion – molto meno della metà del fabbisogno minimo – sono entrati quotidianamente a Gaza. Questo paragonato agli oltre quattrocento camion che entravano prima dell’inizio del blocco».

Il risultato dell’imposizione della dieta è che «circa il 10 per cento dei bambini palestinesi di Gaza sotto i cinque anni soffrono di un blocco della crescita a causa della malnutrizione… in più, è diffusa l’anemia, che colpisce più dei 2/3 dei neonati, 58,6% dei bambini in età scolare e più di un terzo delle donne incinte» (Juan Cole). Nulla più che una stentata sopravvivenza. Che cos’è tutto questo – e tante altre cose che si potrebbero elencare – se non un metodico attacco alla dignità umana della popolazione di Gaza in particolare e di tutti i palestinesi in generale.

Si tratta di degradazione sistematica, umiliazione, isolamento e frammentazione del popolo palestinese. Come dice l’amico Gigi Fioravanti: «Sul conto di chi sono messi i 13 morti israeliani e i 1400 palestinesi uccisi nella guerra di Gaza del 2008 – 2009, i 3 morti israeliani e gli ormai 30 palestinesi uccisi nella guerra in corso? Sul conto di Hamas. Sul conto di chi vengono messi l’occupazione della Cisgiordania e di Gerusalemme Est, l’assedio di Gaza per mare terra e cielo, la costruzione del muro dell’apartheid, le centinaia di checkpoint, la demolizione delle case palestinesi, l’occupazione continua delle loro terre e le costruzioni di nuove colonie nei Territori occupati, lo stallo delle trattative di pace? Sul conto dei palestinesi.
Si contano i razzi che Hamas lancia verso Israele, ma non le incursioni aeree e le bombe che l’esercito israeliano riversa su Gaza, ben più micidiali e potenti. Si accusa Hamas di non riconoscere lo stato di Israele e di volerlo distruggere, ma si tace sul fatto che Israele sta distruggendo la Palestina, si oppone fieramente al suo riconoscimento, all’adesione all’Onu, non soltanto come stato membro ma neppure come osservatore.
Se i conti si fanno in questo modo, se si usano due pesi e due misure nel fare i conti, i conti tornano soltanto per fare la guerra, non per fare la pace». 

[Dal blog appuntialessandrini.wordpress.com]
20/11/2012
Don Walter Fiocchi - Appunti Alessandrini - redazione@alessandrianews.it

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