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Opinioni

La politica e la ripresa augurabile

Inutile tergiversare; i partiti che abbiamo davanti sono troppo disorientati, perché troppo inadeguati. Dobbiamo augurarci una ripresa della politica, ma non illudiamoci che per questo bastino le buone volontà degli attuali protagonisti.
Sono in molti ad augurarsi una ripresa della politica; qualcuno lo fa per motivi strumentali, indebolire il governo Monti. Altri per aprire una prospettiva ed un progetto che superi la situazione di stallo inevitabile, in presenza di un esecutivo tecnico che indipendentemente dai risultati ottenuti sul campo, non esaurisce pienamente le funzioni del confronto dialettico tra le parti legittimamente elette, secondo la fisiologia del sistema democratico.

Però, c’è un però molto semplice nella sua drammaticità: non esistono le parti; soprattutto in Italia, ma in un certo senso in tanti altri paesi dell’Occidente, che pure alle reciproche legittimazioni delle parti in confronto avevano dato vita.

Parto dall’Italia, ma farò seguire alcune annotazioni schematiche di carattere generale. Il primo sintomo della crisi dei partiti, almeno nel nostro paese, l’abbiamo letta con eccessivo ritardo. Non ci siamo accorti che già dagli anni ottanta e forse anche dalla fine degli anni settanta i partiti non erano più il luogo della presenza del cittadino interessato alla determinazione della politica della nazione; essi erano diventati dei potentati che escludevano la presenza determinante della base, per sostituirla con l’azione di occupazione istituzionale.

Si verificò un’autentica contraddizione per un sistema democratico: il partito che occupa lo Stato è propria del totalitarismo, non della democrazia. Certo, il partito unico; può succedere però ed in Italia è successo, che i partiti, invece di confrontarsi sui progetti ed i programmi elaborati con le parti interessate dei cittadini, si siano spartiti l’egemonia nelle istituzioni con sola finalità di gestione del potere. Capisco bene che tale situazione non si può ridurre alla condizione propria dei totalitarismi, : rimangono le libere elezioni, rimane la pluralità dei partiti, ma restano alcune componenti che non sono propriamente democratiche e soprattutto si scambia la dialettica col consenso, ritenendo quest’ultimo unico elemento fondante la democrazia. In fondo mancando la presenza del cittadino protagonista nelle parti politiche, la dialettica delle posizioni rimane monca se non assente; non si arriva al totalitarismo, ma si rasenta il regime..

Cominciò in questo modo, a mio parere, una frattura che andò aggravandosi fra cittadino e politica, fino ad assumere fenomeni inquietanti di “antipolitica”.

Il tutto però affondava le sue radici nella crisi delle componenti tradizionali che si sono riconosciute nei partiti per più di un secolo: le forze del lavoro e le classi medie; la distinzione risponde solo a motivi di logica non certo di separatezza. Entrate in fibrillazione queste due realtà di base (se ne sono fatte lunghe analisi) che davano senso, significato e progetto identitario all’organizzazione delle parti fra loro in confronto, entrarono in crisi anche le elite che avrebbero dovuto rappresentarle. Inutile invocare delle leadership, in mancanza di tali elite: viene meno, mi si passi una brutta espressione, la materia prima.

Questa mi pare la situazione di fatto. Ed allora?

Allora serve un processo di ricostituzione delle cosiddette realtà di base che sono individuabili solo se si apre la prospettiva dei nuovi orizzonti che si vanno delineando. Sono le prospettive della globalizzazione. Si ricostruisce solo liberando le potenzialità delle culture che non si limitano più alle tradizioni ed alle identità politiche del vecchio Occidente; ci sono forze nuove che appaiono all’orizzonte del mondo e che chiedono una presenza ed un protagonismo che necessita di adeguata interpretazione e novità di rappresentanza. Per questo dicevo che la crisi della politica non riguarda solo l’Italia; c’è un problema che coinvolge l’Occidente, perché legato ad un radicale cambiamento di mentalità e di costumi.

Inutile tergiversare; i partiti che abbiamo davanti sono troppo disorientati, perché troppo inadeguati.

Eppure nelle varie tradizioni che li hanno resi operanti ci sarebbero gli stampi per una diversa apertura alle culture più disparate che oggi premono alle frontiere della nostra civiltà, in compagnia dei popoli della fame che premono alle porte della opulenza (ancora tale, nonostante la crisi drammatica che attraversiamo). Ci sarebbero le istanze della tolleranza del diverso, le indicazioni della solidarietà, le prospettive della sussidiarietà.

A ben pensare in questi stampi di ispirazione identitaria, non più cristallizzati nelle vecchie, quand’anche gloriose, forme della politica e dei partiti ci sono le premesse per chiudere con i pregiudizi del consumismo, con le illusioni della superiorità delle culture, con la prepotenza del potere, con la pretesa di esportare le nostre forme istituzionali, peraltro contestate anche dalla nostra banalizzazione antipolitica.

Tutto vero; dobbiamo augurarci una ripresa della politica, ma non illudiamoci che per questo bastino le buone volontà degli attuali protagonisti. 


[Dal blog appuntialessandriani.wordpress.com]
13/07/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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