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Opinioni

La pancia in testa

Per evitare certi verdetti, basterebbero forse indagini preliminari più accurate, che si astenessero dal formulare capi d’imputazione che poi, per quanto surreali, codici alla mano non reggono in dibattimento, o sono addirittura riferiti a reati già prescritti prima ancora dell’inizio dei processi
OPINIONI - Bene ha fatto Giorgio Barberis a dolersi, qualche giorno fa su questa stessa pagina, della discrepanza che spesso intercorre tra l’applicazione del Diritto da parte dei giudici e quello che invece suggerirebbe il buon senso. Le sentenze, a volte, ce la mettono tutta: specie quando accolgono tesi contraddittorie, per lo meno agli occhi dei non addetti ai lavori. Infatti, se da un lato è plausibile che un ubriaco entri contromano in autostrada, senza avere la premeditata intenzione di uccidere qualcuno (agendo con colpa grave, quindi, ma non con dolo), appare quanto meno bizzarro prendere sul serio ciò che, a dimostrazione di tale ipotesi, il Procuratore Generale presso la Corte di Cassazione ha sostenuto con successo nel recente caso “Ilir Beti”.
Secondo la suprema accusa, infatti (e con grande soddisfazione degli avvocati di Beti, si suppone), l’autista – pur guidando scientemente in contro senso - «Non aveva considerato che gli altri guidatori, che procedevano 'correttamente' nella loro marcia avrebbero potuto perdere il controllo dei loro veicoli».
È accettabile, quindi, l’idea che si possa guidare contromano e a velocità folle confidando nella serena padronanza del volante di chi arriva dalla parte opposta, percorrendo l’unico senso di marcia consentito. Paradosso per paradosso, è vero anche che il solo modo per riuscire a “non considerare” una conseguenza del genere, sarebbe quello di individuare nel comportamento dell’omicida il segno di una totale “incapacità di intendere e di volere”: facendo così venir meno, se accolto, uno degli elementi fondamentali per poter considerare come tale un reato e ottenendo, di conseguenza, l’assoluzione dell’imputato.
Un incubo giuridico? Speriamo di sì: lo chiarirà, forse, il nuovo processo d’appello. Tornando a Barberis va però detto che sbaglia, quando, nella sua analisi, scambia ciò che è popolare con quel che è populismo: un ambito dove del resto sembra stare a proprio agio, se riesce (come riesce) ad amalgamare nella sua riflessione i poveri morti dell’A26 (e quelli ancora più numerosi dell’amianto), con le pur avvilenti vicende di Papy e, persino, anche se non stupisce, con la «Spocchia e la retorica riformista di Renzi».
Quando il suo pezzo declina sui temi più generali della Giustizia, infatti, Giorgio Barberis si dichiara sconcertato dalla «Divergenza che nota, limitandosi a osservare la semplice applicazione della Legge, tra i tre gradi di giudizio». Divergenti, prosegue «E spesso così inaccettabili per l’opinione pubblica». Tra cui la sua, si dedurrebbe. Barberis non spiega però cosa farebbe lui, per scongiurare la possibilità di emettere sentenze che, sempre lui e l’opinione pubblica possano di volta in volta reputare ingiuste. Un solo grado di giudizio, per evitare ai togati di divergere nelle successive valutazioni dei fatti e delle prove? Una giuria del popolo, in tribunali privi di magistrati ordinari, con la primaria regola di interpretare senza riserve il comune sentire? Più sobriamente, basterebbero forse fasi istruttorie e indagini preliminari più accurate, che si astenessero dal formulare capi d’imputazione roboanti e di sicuro effetto speciale, ma che poi, proprio per quanto surreali, codici alla mano non reggono in dibattimento, o sono addirittura riferiti a reati già prescritti prima ancora dell’inizio dei processi. Una scelta, se non un dovere, che spetta in primo luogo alla Magistratura, ma che assoggetterebbe finalmente tutti i cittadini a una più utile Giustizia di testa, invece che a un più mediatico giustizialismo di pancia. Personalmente, in ogni caso e per quanto imperfetta, continuo ancora a preferire la prima.
20/03/2015
Maurizio Scordino - redazione@alessandrianews.it

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