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Università

"La cura sta per uccidere il paziente: occorre un cambio di strategia”

Per gli scienziati italiani l'attuale sistema di finanziamento pubblico è lesivo degli interessi nazionali e offensivo per gli stessi ricercatori. L'appello delle società scientifiche italiane al ministro Maria Chiara Carrozza
UNIVERSITÀ - Le principali società scientifiche italiane hanno scritto nei giorni scorsi un’accorata lettera a Maria Chiara Carrozza, ministro dell'Istruzione, dell'Università e della Ricerca (nella foto), chiedendo interventi urgenti per modificare drasticamente l'attuale sistema di finanziamento pubblico. Per gli scienziati italiani il sistema  è lesivo degli interessi nazionali e offensivo per gli stessi ricercatori. “I risultati dei Progetti Nazionali di Ricerca 2012 (PRIN) e del progetto Giovani in Ricerca 2012 recentemente resi noti - sostengono i presidenti delle maggiori Società Scientifiche italiane - ci spingono a condividere con Lei, che ben conosce l’Università italiana, alcune considerazioni al fine di chiederLe di modificare drasticamente l’attuale sistema di finanziamento pubblico che riteniamo lesivo degli interessi nazionali nella competizione globale e, nel contempo, offensivo per i ricercatori e le loro legittime aspirazioni a svolgere l’attività scientifica con mezzi idonei e confrontabili con quelli messi a disposizione dei colleghi stranieri”.

Anni fa Mario Capecchi, premio Nobel per la Medicina, disse che “la ricerca scientifica è un elemento cardine dello sviluppo di un paese evoluto”. Molti Paesi investono in ricerca pubblica ingenti porzioni del Pil, mentre in Italia le uniche misure attuate dagli ultimi governi hanno previsto solo tagli pesanti e indiscriminati, anche perché il pregiudizio ricorrente è che si spenda troppo per l’università e per una ricerca scientifica che non produce nulla. Come era prevedibile, i tagli dovuti al recente clima di austerità hanno avuto delle ricadute pesantissime sugli atenei in particolar modo con il blocco del turnover, il calo delle assunzioni e nuovi aumenti delle tasse universitarie e anche sulla ricerca pubblica, con la quasi totale scomparsa dei fondi ministeriali.

Clamorosa la decurtazione dei fondi destinati ai progetti di ricerca d’interesse nazionale (Prin), istituiti nel 1996 dal governo Prodi, unica fonte di finanziamento per la ricerca pubblica. Per il bando del 2012, alle 14 aree disciplinari, il governo Monti aveva destinato 38 milioni di euro, una miseria rispetto al passato (170 milioni di euro per il bando congiunto 2010-2011, 137 milioni nel 2004). Un insulto alla dignità e alla professionalità di migliaia di ricercatori che nei casi più fortunati, racimoleranno solo briciole. Al budget ridotto dei Prin si sommano altre restrizioni: il vincolo all’aggregazione dei ricercatori in base a fasce di età, che di fatto limita la libertà di ricerca e la preselezione dei progetti interna agli atenei, facilmente addomesticabile. Nel complesso, questa situazione, lungi dal nuocere a fannulloni e nepotisti, penalizza le componenti più produttive e vitali degli Atenei e dei centri di ricerca.

“Quindi, la prima conclusione da trarre - prosegue la lettera al Ministro Carrozza - è che l’Italia non investe in ricerca scientifica e che 'butta via' enormi potenzialità di ottima ricerca. A parità di qualità, i ricercatori italiani non sono finanziati o sono finanziati molto poco. I finanziamenti per la Ricerca e lo Sviluppo in Italia, Francia, Inghilterra e Germania nel 2012 sono stati rispettivamente di 11.500, 19.500, 13.000 e 31.000 milioni di dollari. Come Lei sa, un Paese che non investe in ricerca oggi, è un Paese destinato a decadere rapidamente nel mercato globale, e che vedrà quindi diminuire il benessere sociale perché solo prodotti ad alto valore tecnologico e ad alto valore di conoscenze, possono essere esportati e non subire la competizione dei paesi emergenti dove il lavoro costa molto meno rispetto a quelli sviluppati. Non è un caso che la UE con la dichiarazione di Lisbona del 2000 abbia posto come obiettivo 'The most competitive and dynamic knowledge-based economy in the world capable of sustainable economic growth with more and better jobs and greater social cohesion'. I Prin erano nati per finanziare la ricerca di base, per stimolare la ricerca 'curiosity-driven', che è quella che ha sempre portato i maggiori risultati, anche con ricadute applicative. Non è un caso che nel 2008, all’inizio dell’attuale crisi, sia la Germania che gli Usa abbiano investito nella ricerca scientifica come volano dell’economia e per sostenere l’occupazione di giovani qualificati. In Italia si è operato nella direzione opposta e si continua ad operare nella stessa sciagurata e miope direzione”.

Lo stato della ricerca in Italia che emerge dall’indagine del 2012 della Commissione cultura della Camera evidenzia aspetti incoraggianti uniti ad antichi problemi. A fronte di un’ottima capacità di portare a termine i progetti di ricerca, il nemico da abbattere resta quello di sempre: la burocrazia. La fotografia è di un Paese in grado di formare eccellenti ricercatori, che spesso però sono costretti a imboccare la strada per l’estero a causa dei pochi investimenti. Altra critica presente nella lettera al Ministro riguarda la selezione dei progetti che sono finanziati dal sistema Prin.

“Il sistema di valutazione dei progetti in due fasi, con valutazione locale prima e nazionale dopo, e l’utilizzo di referees italiani e stranieri che non confrontano le loro valutazioni ed i loro metri di giudizio, è probabilmente un sistema 'unico' al mondo. I suoi limiti e storture sono evidenti: progetti validi eliminati a livello locale per dare spazio ad equilibri interni tra aree disciplinari; valutazioni di referees contrastanti; punteggi difformi tra quelli attribuiti dai referees italiani e stranieri (spesso gli stranieri ignorano che un punteggio minimamente inferiore al massimo esclude automaticamente un progetto); discrezionalità dei garanti nazionali nella scelta dei referees; discutibili competenze dei referees sui vari progetti”

Fino al 2012 infatti la selezione era stata fatta a livello centrale, dal Miur, mentre dal 2012 è stato introdotto un doppio livello di selezione: il primo a livello di Ateneo, demandato alle Commissioni Ricerca presenti in ciascuno, un secondo attuato dal Miur.

“A differenza dei sistemi di valutazione stranieri e anche di agenzie italiane, come Airc e Telethon, i giudizi espressi non permettono solitamente in alcun modo di migliorare la qualità del progetto rendendolo finanziabile negli anni successivi. Quindi, la conclusione è che il sistema attuale non premia i progetti migliori, ma solo quelli che casualmente si trovano valutati da referees italiani e/o 'amici'. Un sistema di valutazione che si basi unicamente su referees stranieri che possano condividere e discutere le proprie valutazioni (study section) in analogia al sistema Nih, in una singola fase, sarebbe decisamente un sistema più obiettivo, meno controllabile e fortemente auspicato da chi ha veramente a cuore il futuro del nostro Paese. Oltretutto, in molti casi, il finanziamento riservato ai giovani non nasconde altro che un finanziamento mascherato ai 'soliti ben relazionati' gruppi di ricerca”.

Alla penuria di fondi si sommano i problemi causati dal nuovo sistema di reclutamento e progressione delle carriere basato sulle mediane degli indicatori bibliometrici (articoli pubblicati negli ultimi dieci anni, h-index e citazioni) stabiliti dall’Anvur (Agenzia Nazionale di Valutazione dell'Università e della Ricerca). È innegabile che la valutazione dell’attività scientifica di ricercatori e docenti rappresenti un requisito irrinunciabile, ma è rischioso affidarla a rigidi indicatori che a livello internazionale sono sconsigliati in quanto fallaci nel valutare autonomia scientifica, qualità e originalità.

Infine, ci sono le ricadute negative che l’utilizzo degli indicatori avrà soprattutto sui più giovani. D’ora in poi, nel “villaggio dei dannati della ricerca italiana” dottorandi, borsisti, assegnisti di ricerca saranno impegnati nella spasmodica rincorsa al superamento delle mediane. Saranno spinti a pubblicare molto e in fretta, scegliendo settori di indagine di moda che fruttano più citazioni di altri, privilegiando la quantità alla qualità, a discapito di autonomia, approfondimento, curiosità e originalità.

“Ill.mo Sig. Ministro – chiosano le Società Scientifiche – accolga la presente come un “disinteressato” contributo al miglioramento del sistema di finanziamento della Ricerca in Italia. Noi siamo certi che Ella valuterà attentamente le nostre considerazioni e restiamo disponibili ad eventuali futuri colloqui di approfondimento”.

L’università e la ricerca in Italia hanno bisogno di una cura, ma questa non deve uccidere il paziente, come purtroppo sta accadendo, è urgente un cambio di strategia. La ricerca scientifica italiana ha bisogno di un futuro migliore, fatto di investimenti strategici, di programmazione, di trasparenza e di incentivi al merito. Ma soprattutto l'Italia ha bisogno di ricerca scientifica produttiva e competitiva per uscire dal declino in cui l'attuale grave crisi economico-finanziaria la sta portando.



Simona Martinotti, Mauro Patrone, Elia Ranzato
Disit – Università del Piemonte Orientale
14/12/2013

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