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Opinioni

La cicala e la formica

La morale è un elogio della laboriosità e la condanna di una vita scioperata. Mai come in questi giorni la favoletta è di grande attualità, sono molti infatti ad aver semplicisticamente identificato le cicale con il popolo greco e le formiche con il popolo tedesco
OPINIONI - Le formiche facevano asciugare il grano inumidito. Ma la cicala, avendo fame, chiedeva loro nutrimento. Le formiche però dissero: “Per quale motivo durante l’estate non raccoglievi anche tu il cibo?”. Ed ella rispose: “Non avevo tempo, ma cantavo soavemente”. Esse allora scoppiando a ridere dissero: “Ma se cantavi durante le stagioni estive, ora danza d’inverno!”. La favola mostra che non bisogna trascurare certe cose in ogni circostanza, per non dolersene, né essere in pericolo. Questa è una delle tante versioni dal greco originale della favoletta di Esopo "La cicala e la formica".

Esopo, personaggio dalla biografia leggendaria e per niente definita, fu probabilmente uno schiavo affrancato di origine africana autore della prima raccolta di favole, brevi racconti appartenti ad un genere letterario che contiene una morale.  La morale de "La cicala e la formica" è un elogio della laboriosità e la condanna di una vita scioperata. Non siamo sicuri che sia stata scritta da un greco, ma sappiamo che è stata scritta in Grecia e in greco antico.

Mai come in questi giorni la favoletta è di grande attualità, sono molti infatti ad aver semplicisticamente identificato le cicale con il popolo greco e le formiche con il popolo tedesco. I Greci meridionali, dediti alla vita con lentezza, debitori del resto d'Europa, ma in particolare delle formike stakanoviste, vorrebbero continuare a cantare e ballare il sirtaki. Eppure nel VI° secolo avanti Cristo le cose non stavano esattamente così. I Greci, dopo aver edificato le loro polis circondandole con mura ciclopiche, costruivano colonie nel Mediterraneo, dotandole di templi, di teatri e di possenti strutture portuali.

A Nord i popoli barbari costruivano case in legno, vivevano di caccia e non avevano nessuna forma di scrittura, figuriamoci di filosofia.  Nel VI secolo avanti Cristo la laboriosità era simboleggiata dall'efficientismo e dallo spirito costruttivo greco che Esopo identificava con la previdente formica, non certamente con la sconsiderata cicala. La storia sembrerebbe dimostrare quindi che l'idea che esistano popoli laboriosi e popoli poco attivi è una colossale sciocchezza, oltre ad essere un pericoloso pregiudizio.  

Le considerazioni su clima e condizioni ambientali come fattori che possono influenzare l'attività o meno di un popolo si scontrano infatti con la storia. Il Nord freddo e laborioso, il Sud caldo ed indolente sono stereotipi ben radicati, ma ecco un esempio su cui riflettere.  Pensiamo ai megaliti più famosi del pianeta e cioè quelli di Stonehenge e dell'isola di Pasqua, i due luoghi non potrebbero essere geograficamente più diversi, le popolazioni che li hanno edificati idem, eppure essi sono egualmente frutto dell'estrema fatica umana.

Ecco perchè tacciare un intero popolo di scarsa laboriosità è un errore enorme. I Greci sono un popolo indebitato, non perché ballano il sirtaki sulla spiaggia al lume dei falò, ma perchè si trovano in un momento della loro storia che raccoglie gli effetti negativi di una lunga dittatura e di molto mal governo. Meritano una chance.

Questo è il mio modesto parere, parere che molti non condividono, lo so. Le cose sembrano aver preso una piega favorevole al salvataggio, anche se la metafora del salvagente, ironicamente, pare poco di adatta ad un’antica nazione di marinai.  Vedremo nei prossimi mesi cosa accadrà e se le formike si dimostreranno veramente intenzionate ad aiutare il popolo greco e di conseguenza a salvare il sogno di quell’Europa nata su di un’isola, nel cuore del Mediterraneo.
21/07/2015

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