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Opinioni

L’ombra di Palazzo Rosso

A tre mesi dalla dichiarazione del dissesto del Comune di Alessandria due storie minime interconnesse che come trama ed ordito raccontano il vivere di questi giorni all’ombra di Palazzo Rosso
OPINIONI - Sono tre mesi ormai da quando la Corte dei Conti dichiarò il dissesto del Comune di Alessandria. Tre mesi che si sono caratterizzati per l’incertezza vissuta dall’Amministrazione e dagli alessandrini. Non è questa la sede di dati e statistiche, ma di due storie minime interconnesse che come trama ed ordito tracciano, raccontano il vivere di questi giorni e della tensione, delle paure, della rabbia e delle speranze che imprenditori e lavoratori vivono all’ombra di Palazzo Rosso.

La prima è la storia di Pino, uno dei circa 2000 fornitori del Comune di Alessandria. Pino è il proprietario di una SRL; una azienda di servizi che ha collaborato spesso negli ultimi anni con il Comune. La ditta ha un fatturato annuo di circa duecento mila euro ed una quindicina di impiegati, tra amministrativi e tecnici. Un’azienda come tante altre nell’elenco dei creditori del Comune. Nell’ultimo triennio, si è esposto verso il comune di una cifra che si aggira attorno ai cinquanta mila euro. Fino a luglio, questo non era un grosso problema. Il credito era ancora esigibile ed era possibile negoziare con le banche un anticipo sull’incasso; la percentuale del prestito poteva variare e seppure questo prestito riducesse l’entità del guadagno delle commissioni questo non inficiava fondamentalmente la vita della ditta. Da luglio, però, il credito verso il Comune è diventato ufficialmente inesigibile: una voragine nel bilancio che chiaramente mette in dubbio la vita della stessa ditta. Oggi Pino guarda con apprensione ai prossimi giorni. Una delle prime azioni dei commissari è stata quella di aggiornare l’elenco dei creditori comunali. Nei prossimi giorni scadono i termini per presentare la certificazione del credito maturato entro il 31 dicembre scorso. Dopo verrà fatto l’elenco e poi? Se passerà la linea che nel caso di fallimento di un ente pubblico si applicano le disposizioni di diritto privato, saranno i commissari liquidatori a stabilire quanto il Comune potrà saldare e in che tempi ai creditori. Oggi per Pino la paura maggiore è che questo quid sia solo una frazione di quanto dovuto. “E se così sarà,” concludeva la sua storia con rassegnazione, “temo saremo costretti a rivedere il nostro assetto; a lasciare qualcuno dei nostri a casa; forse a chiudere.”
Se la storia di Pino è un racconto della crisi con gli occhi di un piccolo imprenditore, sono altre le storie che si possono sentire raccontare dai lavoratori delle ditte del territorio. I giornali negli ultimi giorni hanno più volte messo in luce le difficoltà, le peripezie che il Comune ha escogitato per riuscire a pagare gli stipendi ai dipendenti delle proprie municipalizzate. La storia dell’AMIU è diventata emblematica della situazione storica. Se agli occhi di un furesté questa storia può apparire simbolo di un tentativo disperato di un Amministrazione di ritrovare una normalità nel mezzo di una tempesta, altra è la percezione dal punto di vista di un lavoratore, in particolare di chi lavora per una delle tante ditte oggi messe in forse dal dissesto. Raccogliendo le storie di operai ed impiegati, emerge la paura che il crack di Palazzo Rosso significhi la loro messa in mobilità, la loro disoccupazione, la loro débâcle sociale ed economica. Nei loro discorsi spesso viene chiamata in causa l’AMIU ed i suoi lavoratori. Vedendo le loro difficoltà registrano l’attenzione data all’Azienda come una sorta d’ingiustizia. “Tanta attenzione data a loro, ed a noi? Chi si ricorda di noi?” sono parole che ben esprimono il sentire: un sentire che trasforma i lavoratori dell’AMIU in privilegiati, tutelati di fronte ad una crisi che lascia presagire giornate cupe ai dipendenti in un’azienda privata.
Raccogliendo questi frammenti di storie di vita, o forse più semplicemente solo di chiacchere di bar, si intravede come il dissesto stia creando tensioni profonde, antagonismi sociali, incertezze. Di fronte alla crisi la speranza che unisce dipendente e imprenditore è quella di un chiarimento, di una normalizzazione, e di una tutela da parte dello Stato, della comunità, in caso il futuro riservasse uno cupo avvenire. 
4/10/2012
Michele F. Fontefrancesco - redazione@alessandrianews.it

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