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Opinioni

L'Olanda fra populisti e liberali

Analisi del voto olandese: quali indicazioni e paragoni possibili per Front National e la Lega Nord?
OPINIONI - Il dato più atteso delle elezioni del 15 marzo in Olanda era la performance del Partito delle libertà, affiliato alla galassia nazional-populista europea in cui gravitano il Front National e la Lega Nord.

Il fatto che la lista di Geert Wilders si sia attestata al 13% dei voti si presta a letture contrastanti. Da un lato, si tratta di un consenso largamente inferiore a quello che i sondaggi attribuiscono a Marine Le Pen in vista delle presidenziali francesi, il che esclude in linea di massima lo scenario in cui i deputati dell’estrema destra olandese siano decisivi per la formazione di una coalizione di governo, e fuga l’ansia per le ripercussioni che tale circostanza produrrebbe sulle istituzioni Ue.

Dall’altro lato, il Partito delle libertà si è dimostrato capace di ampliare il proprio elettorato, crescendo del 3% rispetto alle consultazioni precedenti e proponendosi come seconda forza politica del paese, complice l’elevata frammentazione del sistema partitico olandese.

Ad agevolare la scalata di Wilders ha contribuito notevolmente il tracollo laburista, ennesimo sintomo dei tormenti che affliggono la sinistra riformista in Europa, in attesa di conoscere il responso della sfida francese tra l’ortodosso Hamon e l’eretico Macron. Per restare al caso olandese, pur storicamente caratterizzato da forti oscillazioni dei partiti nel corso delle successive tornate elettorali, è significativo che il Partito del lavoro – dopo aver governato per un quinquennio insieme ai liberali di Mark Rutte, designando il proprio ministro delle Finanze, Jeroen Dijsselbloem, al vertice dell’Eurogruppo – abbia conservato meno di un quarto dei voti, precipitando dal 24,8% al 5,7%. Al contrario, il Partito socialista, che nonostante la denominazione non aderisce al PSE e si colloca nell’alveo della sinistra radicale, ha subito un calo contenuto, nell’ordine dello 0,5%, e la Sinistra verde ha visto addirittura impennarsi il suo 2,3% del 2012, fino a sfiorare il 9%.

In questa situazione si profila all’orizzonte una maggioranza vasta e plurale, necessariamente aperta ai cristiano-democratici e ad alcuni partiti minori, ma imperniata di fatto sulle due forze liberali, quella conservatrice del premier uscente e quella di tendenza più progressista, che nel complesso valgono quasi il 34% dei voti. Proprio questa, in fondo, si segnala come una delle peculiarità della politica olandese, specialmente se confrontata con la marginalità delle voci liberal-democratiche nei maggiori paesi europei. L’ALDE, che le riunisce a livello continentale, fatica a trovare una rappresentanza stabile in Italia e annovera sigle minori ed eterogenee in Francia e Spagna; una sua storica componente, la FDP tedesca, non ha superato la soglia del 5% alle elezioni federali del 2013 e tenterà una complicata riscossa in autunno; i liberal-democratici britannici, infine, una volta conclusa l’anomala esperienza a sostegno del primo governo Cameron, sono rientrati nel cono d’ombra in cui operano da decenni.

D’altra parte è lecito chiedersi se le felicitazioni che Rutte ha ricevuto da tutta Europa siano pienamente giustificate. Non è affatto in dubbio il ruolo svolto dal premier nell’arginare la minaccia populista che incombeva sul paese. Né che il suo partito sia arrivato primo alle elezioni. Ma ciò non implica di averle effettivamente vinte, come ha ammesso qualche anno fa l’allora segretario del PD, Pier Luigi Bersani, in un memorabile – quanto amaro – calembour. E se non è il sistema elettorale a disegnare inequivocabilmente una formula di governo, tocca ai partiti – a cominciare da quello di maggioranza relativa – tessere la tela che gli elettori hanno potuto soltanto imbastire. Su questo compito si misurerà l’abilità di Rutte. E di tutti gli aspiranti leader delle vecchie e nuove democrazie proporzionali.
19/03/2017

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