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Intervistando la storia

L'inno polacco? Nacque in provincia

Un eroe nazionale polacco tra Novi, Serravalle e Ovada: il generale Jan Henryk Dąbrowski. L'inno della Polonia ha a che fare anche con la nostra Provincia. Ecco perché
INTERVISTANDO LA STORIA - Un eroe nazionale polacco tra Novi, Serravalle e Ovada: il generale Jan Henryk Dąbrowski.
Il generale polacco Jan Henryk Dąbrowski (o Dombrowsi, a seconda degli autori) è stato uno dei protagonisti della storia militare europea dell’epoca della Rivoluzione Francese, fino alla caduta di Napoleone e oltre. Il suo ruolo ci è noto grazie al volume “Da Novi a Marengo” di Resi Cibabene e Cesare Simonassi e a un recentissimo studio di Pier Giorgio Fassino appena uscito sulla rivista “Urbs” dell’Accademia Urbense di Ovada.

Generale, è intitolata a lei la “Mazurek Dąbrowskiego”, dal 1926 ad oggi inno nazionale della Polonia?
Sì, è stata composta a Reggio Emilia nel 1797 da Józef Wybicki, un mio ufficiale: dopo l’occupazione della Polonia nel 1795, io e altri patrioti esuli in Francia abbiamo dato vita alla Legione Polacca che partecipò alla Prima Campagna d’Italia.

In effetti, questo inno dice: “Marcia, marcia Dąbrowski, dalla terra italiana alla Polonia”. Nelle terre italiane sulle quali avete combattuto, ci sono anche le nostre?
Certo. Nel dispiegamento di forze volute dal generale Joubert per la Battaglia di Novi (15 agosto 1799), esteso dalla Scrivia alla Vallemme, io ero incaricato di tenere sotto tiro il Forte di Serravalle per impedire ai nemici che lo occupavano di prendere alle spalle l’esercito francese: verso sera, quando gli Austriaci si incunearono tra Novi e Gavi, costringendo i Francesi a ritirarsi passando attraverso la stretta di Pasturana (che si rivelò una trappola mortale), feci giusto in tempo a ritirarmi a Gavi.

Rimase lì, a difenderne il Forte?

No. Ovada era rimasta sguarnita, e occorreva presidiarla per controllare la via di accesso a Genova dalla parte di Voltri. Dato che durante la Battaglia di Novi, di fatto, eravamo rimasti inattivi, l’ordine fu dato a noi. Fu una marcia pericolosa, condotta in inferiorità numerica rispetto agli Austro-Russi vittoriosi e padroni del campo: ma vuoi per il fatto che era il 16 agosto, festa di San Giacinto Odrowaz predicatore domenicano soprannominato l’Apostolo della Polonia” (fu Pio X che spostò la festa al 17), vuoi per le perdite subite dagli stessi Austro-Russi, gravi quanto quelle dei Francesi, che ne condizionarono l’operatività, fatto sta che arrivammo ad Ovada sani e salvi.

Come andarono le cose ad Ovada?
Innanzitutto ci fu la sorpresa di scoprire che anche lì San Giacinto Odrowaz era considerato un santo protettore. Installammo il quartier generale della Legione Polacca prima a Campo Freddo (dal 1884 Campo Ligure), poi, l’11 novembre, nella stessa Ovada, a Palazzo Maineri, ben accolti dalle famiglie più importanti della città, che facevano a gara per ospitare i nostri ufficiali.

Quanto rimaneste?
Giusto un mese: il 12 dicembre ci ritirammo da Ovada per completare il ridispiegamento a ridossi della linea dei Forti e delle Mura di Genova. Iniziò così quell’assedio che terminò con la resa della città nel maggio 1800. Tornato in Francia, venni poi a sapere che, invece, il Forte di Gavi aveva resisto, rimanendo sotto controllo francese fino a dopo la Battaglia di Marengo.

Vi ritiraste a vita privata?
Sì, ma solo dopo essere tornato in Polonia quando, caduto Napoleone, lo zar mi chiamò a riorganizzare l’esercito del Regno di Polonia che, pur come stato vassallo dell’Impero Russo, era stato ricostituito dal Congresso di Vienna nel 1815, e che sopravvisse fino alla rivolta del 1863, soffocata dai Russi nel 1865. I soldati miei compatrioti invocavano: “Marcia, marcia Dąbrowski, dalla terra italiana alla Polonia”, e in questo modo li esaudii.
9/12/2017

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