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L'opinione

L'Europa e la nazione

Esistono degli stampi comuni a tutti i Paesi del “vecchio continente” che costituiscono premesse interessanti per una condivisa promozione democratica
Una fetta consistente del dibattito in corso sembra accusare, in negativo, il ruolo giocato dall’Europa, rispetto agli Stati nazionali, nella crisi economica e finanziaria che stiamo attraversando. Si guarda con preoccupazione, ma a mio parere con giudizio politico persino ambiguo, alla rinuncia parziale alle sovranità nazionali, in prospettiva di una maggiore incidenza della Comunità europea, come ad un “vulnus” nel tessuto democratico della nazione e delle singole nazioni dell’Europa.
Non condivido la preoccupazione, se definita in questi termini, ma sono consapevole della complessità del problema posto in discussione. Non mi dilungo sul fatto che la rinuncia parziale alla sovranità nazionale, si potrebbe imporre in nome di una maggiore coesistenza pacifica tra i popoli; non mi soffermo neppure sul fatto, pur ragguardevole, che la nostra stessa Carta costituzionale consente alla limitazione della succitata sovranità quando tale limitazione sia necessaria “alla pace ed alla giustizia fra le nazioni”. Ciò che ritengo di maggior rilevanza è la verifica sulle premesse di cultura politica, comuni a tutte la nazioni europee, che potrebbero costituire le precondizioni per una democrazia, proprio in prospettiva soprannazionale, e nel compimento delle istituzioni europee. In altri termini, mi pongo il problema se esistano, oppure no, le condizioni per delle Istituzioni democratiche non condizionate dalle sovranità nazionali, ma promosse dalle culture di tutti i popoli europei, e capaci di costruire una “democrazia europea”.
 
Dico subito che a mio avviso esistono degli stampi comuni a tutti i Paesi del “vecchio continente” che costituiscono premesse interessanti per una condivisa promozione democratica. Tento un’esemplificazione.
Mi pare si possa condividere l’opinione che una delle vicende costitutive della crescita democratica dell’Occidente sia la sostituzione della centralità del privilegio di casta e di eredità con quella del merito individuale. Per quanto si voglia transigere, in genere per motivi ideologici, sull’importanza di questo passaggio, bisognerà, a mio parere, partire da questa vicenda per articolare le ragioni di una comune cultura politica, se non esclusiva dei popoli europei, certo essenziale alla loro crescita e non solo economica. Il merito individuale, inteso come capacità di progettare e volontà di realizzare, non solo ha impresso un’ autentica rivoluzione nei rapporti di lavoro, ma ha richiesto, come conseguenza, una diversa domanda di libertà della persona nei confronti della coercerzione, sia pure legittimata da successivi contesti storici, delle istituzioni politiche e statuali. Poiché la capacità degli individui opera inevitabilmente in un contesto di libertà ne è coerentemente derivato che nello stesso passaggio si è imposta la logica della tolleranza e si è realizzata la conseguente teoria e prassi istituzionale del costituzionalismo, in sostituzione della sacralità del potere, propria dell’assolutismo regio.
 
Ora non può porsi in dubbio che la tolleranza si prospetta come una componente comune alle culture europee almeno dall’illuminismo in poi; non solo, ma di tali culture costituisce un elemento pressoché esclusivo, perché quasi del tutto riservato ad una forma di elaborazione politica fondata sulla ragione.
Succede così che merito individuale e tolleranza costituiscono due facce di una medaglia condivisa dalle culture politiche europee; nel contempo, se la tolleranza riconosce la legittimità del pluralismo delle opzioni politiche, ne deriva la legittimazione della dialettica e del confronto democratico. Queste motivazioni fondative del processo di modernizzazione, non sono caratteri esclusivi di una nazione, ma costituiscono il collante delle prospettive di un’Europa che può andare ben al di là di una comunità economica, per arrivare ad augurabili Istituzioni comuni. Nessun paese europeo, in questa logica, rinuncia a qualcosa, ma dopo aver sperimentato, l’inevitabile percorso della nazione, ne promuoverebbe la piena realizzazione se riuscisse a vivere in Europa ciò che dell’Europa è proprio: la fondazione democratica sulle premesse del merito e della tolleranza.
Ovviamente tutto questo risponde ad uno dei paradigmi del trinomio del 1789 francese, “libertà, fratellanza, uguaglianza”; il primo paradigma appunto, quello della libertà. Mancano ancora gli altri due tra loro coerentemente collegati. E su questo il discorso, chiarissimo nelle premesse teoriche è particolarmente arduo nelle realizzazioni, perché troppo spesso i titolari del merito, esigono libertà di intrapresa, ma sono poco disponibili a mettere le loro capacità al servizio della crescita comune. Eppure i padri costituenti ed i laeader promotori dell’Europa non avevano dubbi al riguardo. De Gasperi, più che ogni altro, riteneva che al fondo del trinomio ci fosse una componente essenziale dello spirito evangelico: come dire che si è liberi solo se in cordata di solidarietà. Forse per rivendicare le radici cristiane dell’Europa, più che insistere sulla presenza del nome di Dio nella relativa Costituzione, sarebbe opportuno verificare se i progetti di liberazione del merito vengano posti come funzionali al servizio delle comunità.
 
Su questo occorrerebbe ragionare: se cioè sia percorribile una strada che costruisca una Comunità europea capace di conciliare il merito con la solidarietà;. E se si sia in grado di costruire delle leadership capaci di un progetto comunitario in cui la crescita culturale, sociale ed economica, in mano ai capaci e meritevoli (e non in balia ai raccomandati!), venga posto al servizio di tutti.
Cammino arduo, eppure di lì si passa, pena una politica di contenimento dei danni più diversi, di scarso o inesistente respiro. Per questo guardo con preoccupazione all’afasia del dibattito politico sulla questione e vedo con sospetto i ragionamenti di chi vede nel progetto comune europeo una battuta d’arresto nel cammino democratico della nazione. La stagione delle sovranità nazionali segna e segnerà sempre di più la sua insufficienza; c’è in atto un processo di globalizzazione e di confronto delle culture che esigono un governo dell’Europa, nel merito delle istituzioni politiche, anche come premessa del governo economico,ormai inevitabilmente globale.
La sfida potrebbe essere entusiasmante, i presupposti comuni alle nazioni europee ed ai loro popoli ci sarebbero, ma le prospettive nei fatti sembrano assai carenti.

[tratto dal blog di Appunti Alessandrini]
10/04/2012
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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