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Opinioni

L’anti-politica, ovvero l’effetto e la sua causa

La questione del finanziamento pubblico ai partiti non riguarda solo il quanto, il come e la trasparenza sul modo con cui i fondi vengono spesi, quanto piuttosto il meccanismo di selezione della classe politica
“Non c’è effetto senza causa» rispose modestamente Candido «tutto è concatenato necessariamente e accomodato per il meglio. E’ stato necessario che io fossi scacciato dal castello e che passassi per le bacchette; e bisogna che io chieda il pane finché non possa guadagnarmelo; non poteva essere altrimenti”
Voltaire, Candido, Vincenzo Bona,Torino,1973

Tra i commenti di cui è stato gratificato il mio “Perché gli asini al potere”, ne ho apprezzati particolarmente due: quello del professor Franco Livorsi e quello dell’On. Mario Lovelli. Chiedo scusa all’amico Franco se mi permetto di riprendere in sintesi il contenuto del suo commento, ben conscio del rischio che si corre quando si estrapolano frasi dal contesto, frasi tratte per di più da “confidenze epistolari”. Vorrà dire che, se lo riterrà opportuno, potrà a sua volta intervenire sul tema integrando o correggendo la mia sintesi. Quanto all’amico Mario, più che al suo messaggio, mi riferirò al contenuto della sua Newsletter n. 10 del 16 aprile 2012 (disponibile sul sito: http://www.mariolovelli.it/].
In merito alla questione dei “rimborsi elettorali”, Franco Livorsi concorda innanzitutto che “la trasparenza non basta e non garantisce!” A suo giudizio, si sarebbe dovuto quanto meno “diminuire in modo cospicuo le contribuzioni, collegandole ai voti effettivamente presi e non ai votanti aventi diritto”, prevedendo inoltre di “lasciare all’asciutto i partiti senza deputati, considerando il loro correre senza eleggere nessuno come un rischio d’impresa da accettare”, nonché l’adozione di una norma che disponesse che “gli ex partiti non prendano un solo euro. Se si sciolgono, peggio per loro”. Condivido, tranne che su un punto che diverrà chiaro in seguito. Il tema del finanziamento pubblico ai partiti andrebbe visto, secondo Livorsi, nel contesto “di una crisi politica catastrofica, in Italia, latente a fine anni Ottanta del Novecento, esplosa nel 1993 e in realtà mai più finita”. Ora, poiché “non è possibile che un sistema politico abbia una fiducia dell’8% dei cittadini contro il 92”, Livorsi prospetta tre possibili scenari: 1) lo scivolamento “in una democrazia “americana”, in cui i partiti sono comitati elettorali per scegliere e poi sostenere i candidati nella sola campagna elettorale”; 2) l’inaugurazione di un’epoca “delle nuove dittature (ma per fortuna c’è l’Unione Europea ad impedirlo, finché regge”; 3) l’istaurazione di “gollismo a questo punto spinto, ma i de Gaulle ‘veri’ non nascono come i fagiolini”. Egli conclude il suo commento con pensieri “in questa fase amari”, come quello secondo cui “l’antipolitica è un’idiozia e una sciagura, ma è un effetto e non una causa”, nella convinzione che “qualcosa di grosso, in Italia, nei prossimi due anni accadrà certamente. Ma non so cosa”. Non provo nemmeno “a sfoderare il mio spadino” con lui, specie su un tema come questo, sul quale Franco è un “tecnico” ed io tutt’al più un “curioso”. Consapevole peraltro che entrambi facciamo parte del gioco, ne siamo condizionati e, nei termini che cercherò di spiegare, persino “attori”.
Riferendosi all’esito dei sondaggi domenicali di Mannheimer sulla sfiducia dei cittadini nei confronti dei partiti e della politica, esito che lascerebbe intendere l’approssimarsi di “una crisi istituzionale imminente”, l’On. Mario Lovelli si dichiara però “non sorpreso”: chiunque frequenti abitualmente i luoghi di incontro e di aggregazione sociale non può che cogliere “questo disagio e questo senso di sfiducia che si scarica spesso sui rappresentanti istituzionali”. Ma la vera novità di questi ultimi tempi, scrive Lovelli, non è tanto “che la sfiducia è aumentata”, quanto piuttosto “che i margini di recupero sono veramente esigui”. E ciò in quanto il “governo dei tecnici” avrebbe creato, “grazie all’azione del governo e all’assunzione di responsabilità dei partiti che lo sostenevano” delle aspettative che sono andate “finora in gran parte deluse”. Inoltre, constatata la riapparizione tra le forze di sinistra di “contraddizioni di identità e di strategia già viste e che bisogna rapidamente superare”, l’On. Lovelli ritiene che una risposta adeguata all’antipolitica, rinviata peraltro al momento in cui le forze progressiste diventassero “una ‘vera’ maggioranza politica”, debba passare attraverso “la riforma della giustizia”, delle “norme anti-corruzione”, delle “riforme istituzionali ed elettorali”, “ma soprattutto, oggi, della riforma dei partiti e del loro finanziamento”. Vano sarebbe, come è stato fatto in occasione delle elezioni regionali piemontesi – scrive ancora Lovelli –, di imputare la sconfitta elettorale “ai voti dei grillini”, tanto più che posto che quella fosse “la causa, se c’era, non è stata rimossa”. Che è come dire che all’interno della coalizione sconfitta tutto è rimasto come prima (più o meno come ad Alessandria dopo la sconfitta della Scagni). Può darsi che, come egli sostiene, “una quota di anti politica sia ineliminabile”, ma quando quella “quota” raggiunge i livelli evidenziati dai sondaggi (che si concretizzeranno inevitabilmente nelle imminenti elezioni amministrative), ritengo del tutto insufficiente la sua risposta di “non riscuotere l’ultima rata dei vecchi rimborsi” elettorali: ciò che si preannuncia, infatti, non è un semplice temporale estivo, bensì un uragano, che rischia di spazzar via i partiti come è accaduto con la stagione di “mani pulite”. 
Il sistema sociale, infatti, di cui il sistema politico e quello economico sono due sottosistemi è un sistema complesso. Un sistema nel quale gli individui (gli “atomi sociali”), si copiano, adeguano il proprio comportamento a quello di coloro con i quali si scambiano le informazioni. Di ciascun sottosistema gli specialisti, “i tecnici” (i politologi, i sociologi, gli economisti), rifacendosi alle loro teorie, elaborate sulla base dell’osservazione e dell’analisi di come le cose si sono evolute nel passato, ritengono di conoscerne il funzionamento. Essi, tuttavia, “i tecnici”, non conoscono ancora a sufficienza le modalità con le quali ciascun sottosistema si relaziona con gli altri dando luogo a “soluzioni” (dette “comportamenti emergenti”) del tutto imprevedibili e spesso repentine. Meglio quindi essere preparati, ed attrezzarsi per tempo, a quel “qualcosa di grosso che, come ci ricorda il professor Livorsi, in Italia nei prossimi due anni accadrà certamente” anche se, nemmeno lui, benché studioso da una vita della politica con l’ottica e gli strumenti del tecnico, “sa cosa”. Sappiamo solo che la soluzione emergente, che potrà essere rapidissima, come il cambio improvviso nella direzione di volo di uno stormo di uccelli, un uragano, un terremoto, alla fine si imporrà.
Ribadisco, allora, quanto ho già avuto modo di scrivere: la questione del finanziamento pubblico ai partiti non riguarda solo il quanto, il come e la trasparenza sul modo con cui i fondi vengono spesi, quanto piuttosto il meccanismo di selezione della classe politica. In assenza di ogni possibilità da parte dei singoli elettori di poter influire direttamente sui fondi versati (ad esempio con un 8 per mille a favore del partito A piuttosto che di quello B) e di controllare con il proprio voto la serietà di coloro ai quali il finanziamento è diretto (quindi non ad un partito che sceglie chi dovrà sedere in Parlamento, ma votando per il deputato C piuttosto che per il deputato D) non potrà esservi assunzione di responsabilità da parte di chi, avendo ricevuto il finanziamento, dovrà essere chiamato a risponderne. Mi ha fatto specie sentire un politico di rango come Rosy Bindi difendere, in una trasmissione televisiva, l’accordo siglato dai segretari dei tre partiti che sostengono il governo dei tecnici e sostenere nel contempo che “la politica costa”. Anche produrre la “Nutella” costa, ma non mi risulta che la Ferrero abbia mai usufruito di finanziamenti pubblici (salvo, forse, i rimborsi ottenuti in occasione dell’alluvione del 1994), per costruire il suo impero economico, basato sulla fiducia, che l’azienda si è conquistata in molti anni vendendo un prodotto di qualità. Un partito che candida, poniamo, uno Scilipoti, un Di Gregorio, un Calearo o un Grassano, nel momento in cui fa quella scelta manifesta la sua totale incapacità di selezionare personale politico di qualità e non merita neppure un centesimo dei soldi pubblici. Ai partiti che affidano le loro risorse a “tesorieri” che nessun imprenditore che rischia di tasca propria prenderebbe mai in considerazione neppure per fargli da autista (non è un caso che in politica sia accaduto esattamente il contrario), non dovrebbe finire un solo centesimo delle tasse dei contribuenti. Come accade in molte democrazie, i responsabili di una coalizione, un presidente di regione, di provincia o di un comune che perdono le elezioni, abbandonano la politica e tornano a fare il proprio mestiere (posto che ne abbiano uno). Solo così si combatte l’anti-politica. Tutto il resto “sono chiacchiere, chiacchiere e distintivo” (Così, Robert De Niro, in “Gli intoccabili”, di Brian De Palma, 1987).

[tratto da Città Futura]
 
21/04/2012

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