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Opinioni

L’anno dell’Europa?

Sull’Unione Europea pende la spada di Damocle del referendum con cui, per volontà di David Cameron, i cittadini britannici si pronunceranno in merito alla permanenza del loro paese in Europa
OPINIONI - Nell’aprile del 1973 Henry Kissinger – un uomo non propriamente uso alle smancerie – pronosticò che quello in corso sarebbe stato “l’anno dell’Europa”. Lo statista americano si riferiva allo sviluppo delle relazioni transatlantiche, ma è forte la tentazione di collegare quella suggestiva formula ad altri avvenimenti di quei mesi. Magari non alla nascita di Federica Mogherini, il 16 giugno, benché un quarantennio più tardi l’esponente del PD sia stata insignita della carica di Alto Rappresentante Ue per la politica estera. Piuttosto, all’adesione effettiva della Gran Bretagna al processo di integrazione, prima tappa di una complessa dialettica fra Londra e le istituzioni europee nei decenni successivi.

E proprio la più recente evoluzione di quel tormentato rapporto può rendere il 2016 un tornante decisivo per la vita dell’Unione. Sulla quale pende la spada di Damocle del referendum con cui, per volontà di David Cameron, i cittadini britannici si pronunceranno in merito alla permanenza del loro paese in Europa. La sfida si consumerà probabilmente nel 2017, ma l’anno che si apre sarà determinante per definire i contenuti di quel voto. Molto dipenderà dalla trattativa – per ora solo abbozzata – fra Regno Unito, partner europei e istituzioni Ue. Da un lato, Cameron conferma la piena partecipazione britannica al mercato unico, con l’idea di sviluppare i settori economico-finanziari più funzionali alla concorrenza globale; dall’altro, egli rivendica il diritto di rinnegare la prospettiva dell’“Unione sempre più stretta”, mirando a separare il destino della Gran Bretagna da quello degli Stati interessati a un approdo più o meno federale.

Tale posizione va esaminata senza preclusioni. È innegabile che alcune argomentazioni di Cameron – tra cui l’enfasi sul mercato unico, ma unita alla polemica contro la fondamentale libertà di circolazione dei lavoratori europei, accusati di usurpare le risorse del welfare britannico – sono intrinsecamente contraddittorie e di fatto inaccettabili. D’altra parte, la storia degli ultimi 30 anni testimonia che esistono e proliferano divergenti visioni sul futuro dell’Europa, e che a nessuno conviene ignorarle, neppure ai leader e ai governi più sinceramente impegnati a percorrere la via dell’Unione politica. Lo scenario di un’integrazione differenziata, evocato da Londra, presenta profili interessanti non solo per i fautori di una riduzione dei vincoli sovranazionali e, in ultima analisi, di un parziale recupero di sovranità da parte degli Stati membri. Ma anche per i paesi più europeisti, che potrebbero fare leva sull’istanza britannica per rilanciare il complementare progetto di un “nucleo duro” destinato nel tempo a evolvere in senso federale, evitando di trascinare verso quella meta i partner che, non condividendola, l’hanno finora boicottata.

Nei ritagli di tempo concessi dalle stucchevoli polemiche con Bruxelles, il governo italiano ha aperto un canale di dialogo fra il ministro degli Esteri Gentiloni e il suo collega britannico Hammond, dando l’impressione di cogliere l’opportunità offerta dalla battaglia di Cameron. La partita, in ogni caso, è aperta a ogni soluzione. Quella più ottimistica, per lo meno dal punto di vista di chi crede nella necessità dell’Europa politica, è rappresentata dalla coesistenza fra un’avanguardia tendenzialmente federale, possibilmente ricalcante i confini dell’Eurozona, e una più larga Ue a 28 (o più) membri, votata alla cooperazione fra i governi nazionali in alcuni settori strategici. Ciò richiederebbe di raccordare i due piani dell’integrazione, attraverso una profonda ristrutturazione delle istituzioni e delle procedure, dai tempi tutt’altro che brevi. E imporrebbe, soprattutto, un impegno euro-federalista a Germania e Francia, presupposto che – a oggi – è tutto da verificare. Qualora esso venisse meno, e il nucleo duro non prendesse forma, procedere nella riforma istituzionale significherebbe semplicemente concedere al Regno Unito (e ad altri Stati del medesimo orientamento) la possibilità di sottrarsi agli obblighi comuni, compromettendo in modo forse irreversibile un progetto europeo già alquanto precario.

Considerati i numerosi precedenti, infine, non si può escludere che la trattativa si risolva in un nulla di fatto. È difficile prevedere quale sarebbe, in questo caso, l’esito del referendum che Cameron dovrà comunque indire, se vorrà mantenere la promessa fatta agli elettori. Se vincesse l’opzione antieuropea, i britannici sarebbero esclusi anche dal mercato unico cui si dichiarano tanto affezionati. E il loro premier verrebbe punito dalla sua stessa hybris, avendo scommesso su una consultazione popolare ancor prima di avviare i negoziati in Europa, e finendo per trovarsi – direbbero gli scacchisti – in una situazione di Zugzwang, costretto cioè a muovere pur sapendo che qualsiasi mossa lo penalizzerà. Ma anche gli altri europei avranno poco di cui sorridere, di fronte a un’Unione largamente impoverita e incapace, per l’ennesima volta, di scacciare i propri fantasmi.
19/01/2016

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