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Opinioni

L’Accoglienza fa bene?

L’esperienza dell’accoglienza in famiglia è ancora sperimentale, a livello italiano, e anche qui in provincia si trova al centro del dibattito
OPINIONI - Recentemente alcune inchieste hanno portato alla luce alcune esperienze negative che riaprono la discussione sul tema dell’accoglienza. Anche la nostra provincia è soggetta a critiche e il dibattito sui percorsi e i metodi è molto acceso.
L’esperienza dell’accoglienza in famiglia è ancora sperimentale, a livello italiano, e anche qui in provincia si trova al centro del dibattito.
Credo sia importante fare un po’ di chiarezza partendo da alcune definizioni.

Chi è il rifugiato?
Secondo la Convenzione di Ginevra del 1951 è colui che “temendo a ragione di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza ad un determinato gruppo sociale o per le sue opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui è cittadino e non può o non vuole, a causa di questo timore, avvalersi della protezione di questo Paese”. L’esempio più attuale è quello degli oltre trentamila siriani che si trovano al confine tra la Macedonia e la Grecia in condizioni disumane in attesa di poter raggiungere l’Europa.
Ma anche tutti i migranti che hanno attraversato il mare nel tentativo di raggiungere un posto sicuro per una vita migliore.

Come funziona l’accoglienza in Italia?
La prima accoglienza prevede la foto-segnalazione dei migranti all’arrivo in Italia e lo smistamento nei CAS (Centri di Accoglienza Straordinaria), dove rimangono fino al riconoscimento dello status di rifugiato da parte della commissione territoriale. Successivamente, per la seconda accoglienza, accedono agli SPRAR (Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati). Attualmente però la permanenza nei CAS può durare fino ad un anno e mezzo e il risultato spesso è l’uscita da clandestini perché la risposta della commissione risulta negativa. Inoltre gli SPRAR hanno posti insufficienti per i numeri a cui a si è arrivati e pochissimi migranti ne hanno acceso nella realtà.
Ovviamente tantissimi migranti transitano, senza entrare nemmeno nel sistema di accoglienza italiano, per raggiungere familiari e parenti già in altri paesi europei.

Cosa significa “accoglienza in famiglia”?
Accogliere un migrante presso la propria abitazione richiede la disponibilità di una stanza dedicata con un servizio e un po’ di tempo per l’accompagnamento. In pratica, bisognerebbe garantire la privacy adeguata cercando di garantire però un’ospitalità famigliare.
Accogliere una persona nella propria famiglia per un periodo temporaneo significa, non solo offrire uno spazio fisico, ma anche aprirsi a nuova conoscenza.
L’accoglienza in famiglia può essere la strada da percorrere per accelerare davvero un cambiamento sociale, etico e solidale. Credo sia il momento di vedere l’accoglienza non come una forma di assistenzialismo e basta ma come uno scambio e la possibilità di arricchimento. In Italia siamo abituati a considerare i rifugiati come persone povere, disperate, bisognose e non offriamo spesso occasione per far emergere le loro competenze e la ricchezza di conoscenze di un’altra cultura. Ad esempio Samir Al Hajiar e Nafee Kurdi, due rifugiati siriani accolti in Germania, hanno postato un annuncio con il quale si offrivano come aiuto per faccende quotidiane, dall’assistenza nei compiti di matematica e chimica dei bambini alla preparazione di un pasto, ecc… riscuotendo migliaia di contatti.
L’incontro, all’interno del clima famigliare, favorisce e accelera l’inclusione e l’integrazione nel tessuto sociale. Certo, il sistema dell’accoglienza in famiglia deve essere attentamente pianificato e monitorato da professionisti ed esperti e richiede competenze e attitudini non per tutti. Questo tipo di progetto prevede alcune tappe fondamentali, come la selezione delle famiglie attraverso colloqui e incontri, l’abbinamento più adatto con il migrante, la formazione di entrambi, l’individuazione di operatori esperti e competenti, la progettazione del percorso, l’accompagnamento in famiglia e ai servizi, la mediazione culturale, l’assistenza legale ove necessaria e il lavoro in rete per condividere Buone Prassi.
18/03/2016

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