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Opinioni

Interviste con la storia: Mirette Tanska Cambiaso

Tra mimose, feste e altro, l’8 marzo sembra quasi diventata una ricorrenza come Carnevale o Halloween: per riscoprire il vero significato di questo appuntamento abbiamo chiesto allo storico novese Andrea Scotto di realizzare una delle sue “interviste impossibili” a Mirette Tanska Cambiaso, che visse a Gavi all’inizio del Novecento
OPINIONI - Tra mimose, feste e altro, l’8 marzo sembra quasi diventata una ricorrenza come Carnevale o Halloween: per riscoprire il vero significato di questo appuntamento abbiamo chiesto allo storico novese Andrea Scotto di realizzare una delle sue “interviste impossibili” a Mirette Tanska Cambiaso, che visse a Gavi all’inizio del Novecento. Un modo per non dimenticare a cosa poteva andare incontro una donna, anche se di famiglia altolocata, appena un secolo fa.

— Come mai una parigina come voi qui, in val Lemme?

Ho conosciuto il marchese Luigi Cambiaso a Parigi: non avevo neanche vent’anni quando mi chiese in sposa. Innamorato lo è stato sempre, anche quando le cose, con la sua famiglia, andavano male: per loro era difficile accettare un’artista come me, pittrice, amica del pittore Luis Ricardo Falero. Forse per questo Luigi trasferì la nostra famiglia a Gavi, alla Centuriona, dove nacquero i nostri tre figli, Elena, Santo e Stefania, e dove mi ritagliai, nella torre, lo spazio per un piccolo atelier.

— Continuò a dipingere?
Sì: lì conobbi anche Santo Bertelli, pittore affermato, amico di famiglia. Nella torre della Centuriona sono conservati alcuni miei affreschi. Rimasi lì fino alla morte di Luigi, poi mi trasferii con i figli alla Rocca, una cascina nel territorio di Basaluzzo, che trasformai in un gioiello della Belle Epoque: “alla Rosa”, come la chiamavo io, dipinsi affreschi e maioliche con soggetti e stili diversi, alcuni che anticipavano lo stile delle strisce a fumetti venute decenni dopo. Senza dimenticare feste e balli, soprattutto quelli in costume: i vestiti li disegnavo io.

— E i figli?
Elena tornò dai Cambiaso, a Genova, mentre Santo sperperò al gioco la sua giovinezza. Solo Stefania, la “Cinca”, rimase a vivere, e dipingere, con me. Purtroppo i debiti di Sante e le nostre spese, unite al fatto che i Cambiaso si erano rifiutati di versare la nostra parte di eredità di Luigi, ci costrinsero a vendere la Rocca a Gio Batta Raggio nel 1912, dieci anni dopo il nostro arrivo. Dopo una sosta a Parigi, Stefania e io tornammo a Genova, e ci trasferimmo in un piccolo alloggio al Righi: l’ultimo luogo della mia libertà.

— Perché?
Il 29 maggio 1918 bussarono alla porta i carabinieri: era tempo di guerra e, data la storia di Mata Hari, fucilata sei mesi prima per spionaggio, credevo mi sospettassero in quanto cittadina straniera, di origine polacca. Invece fui portata nel manicomio di Quarto e, nonostante i tentativi di liberarmi fatti da molti amici, tra cui Vittorio Alvigini di Garbagna, mi fecero passare per pazza. Rimasi segregata 17 anni, e morii senza rivedere la libertà.

— Chi la fece passare per pazza?
Non lo so: so solo che ho dovuto attendere 75 anni, tanto quanti ne ho vissuti, prima che Armando Di Raimondo, scrivendo la mia biografia, mi rendesse finalmente giustizia.
 
9/03/2016

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