Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione
Opinioni

I fatti di Bruxelles

Perché non ammettere che per necessità di pace, di armonia, di alleanza contro le difficoltà comuni, di rifiuto della povertà materiale e morale, si deve collaborare per trovare i migliori modi possibili di convivenza?
OPINIONI - I fatti di Bruxelles sono, allo stesso tempo, interessanti e fuorvianti. Interessanti perché hanno dimostrato che senza un atteggiamento insieme complesso e univoco non ci si difende dal terrorismo. Se manca un cervello organizzativo di intelligence, analisi, programmazione e intervento, anche un attentato tutto sommato prevedibile e non particolarmente raffinato in termini di progettazione e realizzazione può provocare danni incalcolabili e perdite atroci di vite umane. Se, d’altra parte, manca una visione complessa del problema, se lo si riduce a una mera questione militare (difesa di obiettivi sensibili, controllo dei confini, riduzione della libertà di movimento dei cittadini, eccetera) si finisce solamente per schierare forze armate impossibilitate per loro stessa struttura a operare preventivamente contro attacchi asimmetrici come quelli portati dal terrorismo. Ma sono anche fuorvianti perché suggeriscono risposte improbabili ed evitano accuratamente di identificare il nocciolo del problema. Invocare una intelligence comune, a tutti i paesi europei, o un FBI europeo come da talune parti si è auspicato, non ha alcun senso. Sarebbe possibile, e non facile, laddove l’Europa fosse davvero un’entità politica sovranazionale, ma nell’attuale situazione nella quale buona parte dei paesi membri scalpita per non ottemperare alle norme comunitarie, appare davvero improbabile superare le rivalità nazionali. Ogni stato ha i suoi servizi (e non è nemmeno detto che vadano d’accordo fra loro), interessi propri non necessariamente “comuni” agli altri.

La risposta non può essere questa, anche se una maggior collaborazione sarebbe auspicabile e, nelle dovute forma, forse anche realizzabile. Non può nemmeno essere quella militare per l’evidente impossibilità di proteggere ogni possibile obiettivo dei terroristi. Ovviamente intelligence e uso della forza sono necessari, ma non sufficienti. I terroristi si muovono in un territorio culturale e sociale diverso dal nostro, nel quale interpretazioni della realtà, possibilità e capacità di governare la propria vita, modelli di riferimento per indirizzare le azioni, tutte le azioni, dal quotidiano al politico, sono profondamente differenti da quelle che caratterizzano le società occidentali.

Certamente l’Islam vissuto e predicato dai jihadisti è differente da quello che costituisce il fondamento delle vite della maggior parte degli islamici che vivono in occidente, lo è così tanto da risultare “altro” dall’Islam che conoscono. Così diverso da far proliferare ipotesi complottistiche: dietro ci sarebbero gli americani, o gli israeliani, o ambedue. Oppure, come spesso dicono, dietro c’è “la politica”, un modo forse sommario per protestare che altra è la fede islamica.

La sommarietà delle analisi che spesso emergono dalle parole degli islamici certamente non vicini a Isis o ad altre organizzazioni jihadiste è il sintomo più evidente dell’isolamento in cui costoro vivono, isolamento culturale, cognitivo, ma anche sociale e relazionale. Stentano a capire che Isis o Al Quaeda fanno parte dell’Islam, che ne sono un frutto marcio, ma non estraneo o eterodosso. Come stentano a capire noi, il nostro modo di vivere, le nostre aspirazioni, le nostre angosce. Siamo strani, incomprensibili. In realtà ci temono perché siamo in grado di determinare le loro vite con le nostre leggi, il nostro stato, i nostri uffici che ben conoscono per doverci andare di continuo. Per parte nostra li viviamo, quando va bene, con un atteggiamento di comprensione, spesso gentile, e di aiuto, ma materiale e sempre un poco trattenuto, perché anche per noi non sempre è facile capire come pensano e le ragioni che li spingono ad assumere atteggiamenti che non condividiamo. Il velo delle donne, che tanto ci scandalizza. Tutti, e non solo perché si tratta di un elemento ben visibile e facilmente utilizzabile a mo’ di esempio negativo, ma per ragioni che hanno a che fare con la diversità culturale, di costumi, pratiche familiari. Talvolta è una scelta consapevole delle donne islamiche, spesso un’imposizione familiare, quasi sempre il prodotto di un atteggiamento del gruppo sociale di appartenenza. In ogni caso pochi si ricordano di come analoghi processi di coercizione diretta o indiretta abbiamo accompagnato e segnato la nostra storia fino a pochi decenni fa. Alle donne non era socialmente consentito l’uso dei pantaloni, prerogativa maschile, era imposto il velo entrando in chiesa o durante funzioni e pratiche religiose, non potevano accedere a concorsi pubblici (per esempio in magistratura), erano punite con il carcere se trovate a tradire il marito (nulla di simile per l’inverso), e così via, in un modo che ricorda da vicino quanto capita alle donne islamiche. Come per il velo, anche le donne dei nostri paesi occidentali finivano per accettare imposizioni umilianti e grottesche, per quieto vivere? No. Per l’impossibilità di trovare un lavoro che consentisse anche alle donne separate (il divorzio non esisteva) di campare dignitosamente, per l’ostracismo sociale, la condanna ecclesiastica, la vergogna familiare.

Ne siamo usciti, grazie alle lotte delle donne e alla presa di coscienza da parte di molti maschi, non ancora di tutti, della necessità della parità. Per necessità sono mutati gli atteggiamenti, le opinioni, i comportamenti sociali.

Perché non ammettere che per necessità di pace, di armonia, di alleanza contro le difficoltà comuni, di rifiuto della povertà materiale e morale, si deve collaborare per trovare i migliori modi possibili di convivenza? Ma se, come è possibile e spesso vero, non vogliono mutare i loro atteggiamenti? Dopotutto per contaminarci bisogna essere almeno in due. Vero, ma qui entra in gioco la comune convenienza. Da una parte dobbiamo aiutarli a capirci per quello che siamo, dall’altra far vedere concretamente che vivere in un paese democratico nel quale le libertà fondamentali sono rispettate serve a noi come a loro.

Oggi siamo come i torinesi degli anni in cui “non si affittava ai meridionali”, accusati delle stesse colpe degli islamici di oggi. Domani dovremo trovare i modi e le forme per accettarci e imparare a convivere. Se stanno bene loro, stiamo bene noi e viceversa.

Questo è esattamente quello che i jihadisti non vogliono, ciò che temono di più, questo è il vero terreno dello scontro. La risposta culturale è la nostra arma asimmetrica, quella che non si aspettano perché, nel loro fanatico schematismo, pensano che siamo deboli, debosciati, corrotti e codardi. Se li colpiamo dove meno se lo aspettano gli facciamo davvero male. E senza uccidere nessuno, il che fa una bella differenza fra noi e loro.
4/04/2016
Giulio Massobrio - redazione@alessandrianews.it

Versione stampabile   Invia articolo a un amico   Scrivi alla redazione


 
blog comments powered by Disqus

Facebook


Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Centri sportivi: dalla Giunta la proposta per la ricerca di un partner privato
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Alessandria-Arezzo 2-3. Le foto di Gianluca Ivaldi
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Inaugurato il nuovo laboratorio di chimica organica all'Istituto 'A.Volta'
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Viaggio nel mondo della sicurezza con l'Ispettorato del Lavoro di Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Da Osaka ad Alessandria
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Bimbi in maschera e dolci sorprese per il Carnevale
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: le premiazioni
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Carnevale al Cristo: la sfilata in corso Acqui
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani
Droghe e alcol: impennata di consumo fra i più giovani
Case vuote, persone senza casa
Case vuote, persone senza casa