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Opinioni

Elettori senza partito

Il dato fa notizia. Il Partito Democratico (PD) non ha più iscritti, la militanza langue; mentre vola, a cifre impensabili, fino a qualche mese fa, il consenso elettorale, la base del partito sembra estinguersi del tutto

Il dato fa notizia. Il Partito Democratico (PD) non ha più iscritti, la militanza langue; mentre vola, a cifre impensabili, fino a qualche mese fa, il consenso elettorale, la base del partito sembra estinguersi del tutto. Dal 2008, quando il PD aveva raggiunto una percentuale di votanti già brillante (33%), e contava ottocentomila iscritti, si è ridotto, in parallelo ad un consenso elettorale del 41%, al lumicino di centomila iscritti. I media più autorevoli parlano di “partito liquido”; osservano che, a fronte di un passaggio politico caratterizzato dalla personalità del leader e dal suo potere individuale, la base di un partito non esprime più alcuna rappresentanza; l’aggregazione del consenso si realizza con strumenti diversi, si stabilisce con la comunicazione informatica, non ha più bisogno di una dialettica diretta, di un confronto allargato nelle sezioni di base, nelle sedi tradizionali. Anche per questo, mi sembra ingeneroso attribuire responsabilità, nel merito, al “ragazzo” Renzi; forse qualche attenzione in più è da prestare a chi sostiene che un “partito liquido” impegna di meno sul piano ideologico e crea pochi problemi all’elettore incerto. Potrebbe essere vero, ma sarebbe triste: meglio l’assenza di ideali, di progetti e di programmi, dell’impegno consapevole!

In ogni caso i fatti e le cifre non sono contestabili, ma poiché nulla nasce per caso, si dovrebbero recuperare le ragioni storiche di un fenomeno che, a mio parere, avrebbe necessità di correttivi di salvaguardia per la stessa fisiologia democratica.

Sta di fatto che il partito politico, e non solo il PD ed i suoi  diversi “antenati storici”, non è mai riuscito ad essere (per la verità non solo in Italia) ciò che la Costituzione solennemente proclama: il luogo in cui i cittadini concorrono a determinare la politica della nazione; purtroppo, in materia (ma anche in tante altre) si dimostra che tra le dichiarazione e le realizzazione ci sono insormontabili difficoltà. Purtroppo, nella migliore delle ipotesi il partito è stato il semplice contenitore del consenso, magari attraverso il criterio di un “centralismo democratico” che educava le masse per il successo elettorale, che socializzava la base alla stregua delle dinamiche autoritarie imposte dai vertici. A ben vedere il cittadino non è mai stato il protagonista della vita nazionale; al massimo ha subito un indottrinamento funzionale ai successi elettorali.

Da queste premesse non è stato lungo il passaggio che ha ridotto il partito a luogo di appropriazione del potere e di occupazione surrettizia delle Istituzioni. Ciò che, alla fine degli anni settanta, è stato posto come questione morale, traeva le sue premesse da una debolezza costitutiva, da un vuoto tradizionale della stessa realizzazione storica del partito politico. Ha retto, grazie a robuste contrapposizioni ideologiche e non per normale partecipazione della base interessata ai problemi concreti del Paese.

A questo punto, la discesa in campo di forme personali e filo autoritarie della vita politica, ha posto le premesse più immediate del declino. Le questioni più urgenti e vitali della nazione sono state affrontate da soggetti esterni, da alcune associazioni culturali, da aggregazioni sempre critiche coi partiti e con dinamiche e conclusioni ignorate dai protagonisti di una politica personalistica, autoritaria ed autoreferenziale; la domanda del Paese restava priva di riscontri istituzionali.

Arrivata la grande crisi, in cui ci dibattiamo, nessuno volle più pensare seriamente alla politica come espressione di una volontà della base; c’era chi puntava a salvare il proprio potere, chi sceglieva di arginare le derive sociali ed economiche e chi subiva i condizionamenti dei “poteri forti” in un autentico caos generalizzato degli obiettivi e delle programmazioni. Non stupisce, in queste condizioni, la stanchezza per qualsiasi partecipazione, non stupisce che ci si affidi a qualche soluzione di vertice purché capace di sciogliere i nodi della matassa in cui ci troviamo. Si sceglie la persona, salvo poi abbandonarla, alla prima delusione, e non si sceglie più il partito.

Eppure non c’è “partito liquido” che tenga, non c’è possibilità di scappatoie nel paragone con altre consolidate democrazie; fino a che non dimostriamo che c’è una strada diversa per salvaguardare le dinamiche democratiche, il crollo dei partiti prelude ad avventure autoritarie.

Ci sono derive che non necessitano di colpi di Stato.

 
5/10/2014
Agostino Pietrasanta (Appunti Alessandrini) - redazione@alessandrianews.it

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