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Opinioni

E la scuola?

Fino ad ora i partiti/movimenti sono stati impegnati a decidere le candidature e, tra una polemica e l’altra, hanno anticipato promesse elettorali su diversi temi, meno uno: la scuola. Forse pensano che il sistema scolastico italiano vada bene...

OPINIONI - Fino ad ora i partiti/movimenti sono stati impegnati a decidere le candidature e, tra una polemica e l’altra, hanno anticipato promesse elettorali su diversi temi, meno uno: la scuola. Forse pensano che il sistema scolastico italiano vada bene così, oppure non hanno niente da dire al riguardo…chissà …

Proviamo a ribaltare la situazione, cioè noi elettori suscitiamo l’attenzione su alcune questioni…e speriamo di ricevere delle risposte durante la campagna elettorale!

Cominciamo dai problemi organizzativi.

Ad esempio la formazione delle classi.

Da quando è stato introdotto il criterio generale di formare le classi iniziali con il numero minimo di 27 studenti si sono costituite le cosiddette “classi pollaio”, e in queste condizioni la qualità dell’insegnamento/apprendimento è sicuramente scaduta ulteriormente. Sarebbe opportuno ripristinare il vecchio indicatore di 25 alunni per classe.

Secondo esempio: l’alternanza scuola/lavoro.

Questa attività e’ praticata da molti anni presso gli istituti professionali in collaborazione con i centri di formazione regionali, perciò non e’ una novità. Ma e’ stata resa obbligatoria anche per gli istituti tecnici a partire dalla classe terza. Di conseguenza migliaia di studenti sono stati avviati a questa attività talora in modo approssimativo e improvvisato, ma soprattutto si è verificato che le aziende non sono state, e non sono, in grado di soddisfare una richiesta così ingente. Spesso quindi l’attività è diventata “virtuale”. Non solo: bisogna aggiungere che le centinaia di ore destinate all’ alternanza hanno praticamente esaurito il margine di flessibilità curricolare riservato agli istituti dall’autonomia scolastica.

Sarebbe buona cosa restituire questa attività alla autonoma determinazione dei collegi dei docenti eliminando l’obbligo.

Questa breve digressione sull’alternanza scuola/lavoro intercetta una considerazione di più ampia portata, cioè quella inerente all’istruzione/formazione tecnico/professionale, che nel nostro sistema scolastico è da troppi anni oggetto di dibattito sterile rispetto alle competenze delle Regioni e dello Stato.

In buona sostanza il problema non è mai stato affrontato in modo organico, e questo segmento dell’istruzione mantiene una dimensione quantitativamente molto rilevante, ma qualitativamente non funziona abbastanza bene come sarebbe necessario soprattutto in questo momento storico. Ad esempio non risponde in modo adeguato ai bisogni delle aziende. Basti citare un dato: nel settore tecnico/ professionale, ove si concentra tuttora una buona percentuale di opportunità lavorative, i diplomati in Italia sono circa ottomila all’anno, mentre in altri Paesi dell’UE sono molti di più (in alcuni casi fino a cinque /dieci volte tanto). Appare chiaro che l’alternanza scuola/lavoro nella migliore delle ipotesi può agevolare l’orientamento degli studenti, ma non può certamente colmare una carenza di formazione, che soprattutto nel settore tecnologico è stata sensibilmente depotenziata dalla cosiddetta riforma Gelmini in poi.

Rispetto a questo tema occorre rifondare tutto l’apparato organizzativo del settore con un progetto, che per avere successo necessita di una cultura egemone, ovvero largamente condivisa, che lo sostenga. Temo che queste condizioni al momento non sussistano, ma quantomeno varrebbe la pena di stimolare le forze politiche a produrre qualche idea.

Terzo esempio: le certificazioni.

Oltre ai vari passaggi della scuola dell’obbligo abbiamo i diplomi di qualifica professionale e di scuola media superiore quinquennale, ma tra qualche anno ci saranno quelli quadriennali…perché sono partite le sperimentazioni con un curricolo di quattro anni. Dopo la scuola si possono conseguire i diplomi di istruzione tecnica superiore finanziati con progetti europei, che per durata e intensità di impegno non differiscono molto dalla laurea di primo livello.

Mi sembra che ci sia un po’ di confusione…

Invece di inventare percorsi curricolari con certificazioni finali più o meno attendibili, sarebbe meglio avviare una fase di analisi seria e costruttiva con l’obiettivo di garantire che lo Stato possa autorevolmente accertare in modo uniforme sul territorio nazionale dei livelli minimi di competenze corrispondenti ad una certificazione formale, nonchè di assicurare che al di sopra di questi standard sia il mercato a selezionare i diplomati (e i laureati) in base a criteri di merito definiti nell’ ambito di regole condivise.

Quarto esempio: l’integrazione scolastica

Da tempo in molte classi iniziali delle medie superiori, soprattutto negli istituti piuttosto che nei licei, si verifica questo fenomeno: su trenta alunni quattro/cinque hanno il profitto buono/ottimo, una decina se la cavano intorno alla sufficienza, gli altri sono lontani anni luce dalla sufficienza. Si tenga presente che in quasi tutte le classi sono presenti alunni diversamente abili, o con bisogni educativi speciali, ed extracomunitari con padronanza linguistica prossima a zero.

In un simile contesto, ove al massimo è presente l’insegnante di sostegno (e qualche volta bisogna sostenere pure lui perché non è adeguatamente preparato) il docente spera di essere seguito da tutti gli studenti “semplificando” al massimo la lezione, e normalmente il risultato è questo: gli alunni bravi si annoiano, quelli nettamente insufficienti non seguono comunque perché le loro competenze di base sono troppo scarse, e la lezione funziona (si fa per dire) per una decina di studenti (ammesso e non concesso che il professore riesca a mantenere la disciplina). A fronte di questa triste realtà sarebbe necessario scomporre il gruppo classe e gestire il personale docente in modo flessibile, in modo da assicurare un livello medio di apprendimento minimamente attendibile e contrastare seriamente l’insuccesso scolastico. Naturalmente i compiti e le funzioni del consiglio di classe andrebbero rivisti anche sotto il profilo giuridico.

Mi fermo con gli esempi; sottolineo che le problematiche della scuola sono diventate gravi in particolare negli ultimi anni, e mi sembra che i docenti abbiano accettato una condizione di rassegnazione salvo le lodevoli eccezioni ancora presenti.

Mi chiedo anche: è ragionevole supporre che nella prossima legislatura la politica possa confrontarsi con questi, e altri, temi? Viste le candidature direi che è poco probabile... però “mai dire mai”.

 
3/02/2018
Roberto Cresta - Redazione Appunti Alessandrini - redazione@alessandrianews.it

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